DIBATTITI

Sottile il confine tra eutanasia e passiva attesa della morte

Cura palliativa per alleviare il dolore ?

Ma la medicina fallisce lo scopo di guarire

 

di Nicla Vozzella nicla.vozzella@anthroposmagazine.com

Il parlamento olandese è in attesa della ratifica della legge sull'eutanasia. In Italia il ministro della sanità Veronesi apre il dibattito, il Vaticano condanna. Tutte posizioni legittime, ma l'uomo come si pone nel confronto con il dominio della morte? Oggi il dibattito si svolge tra politici, medici ed ecclesiastici, ma la desolazione del moribondo è stata rivelata dalle scienze umane. Freud nella conferenza tenuta a Vienna nel 1915, esamina il desiderio della specie umana di negare alla morte qualsiasi realtà. L'inconscio è costretto a pensarsi immortale. Ariés sostiene che nella società industrializzata ad alto livello tecnologico, la morte ha sostituito la sessualità come tabù principale. Il morente nella società contemporanea, ha lasciato la casa per l'ospedale, la morte è assente dal mondo familiare di ogni giorno. Il morente non ha più uno status, l'ospedalizzazione quasi lo ha reso una non persona, spesso dai medici viene definito come malato terminale, ovvero individuo giunto al capolinea della propria esistenza. La perdita della naturale familiarità con la morte si è persa e per questo la si nega. La medicina, in tempi di accelerato progresso, sostiene l'inconscio e compie il medesimo sforzo di negazione. Il dibattito etico si accende perché non si muore tutti allo stesso modo. Le modalità della morte sono diverse, per ciascuno, nelle cause e nei tempi. Alcune malattie hanno un decorso inevitabilmente infausto, ma spesso la tendenza della medicina è quella di posticipare l'evento e renderlo più rapido ed indolore possibile. La rapidità non fa parte dei cicli naturali, nascere e morire richiedono un loro tempo fisiologico, che non può essere allungato o accorciato a seconda delle esigenze mediche. La tendenza della medicina moderna è accompagnare il paziente durante il decorso della malattia, ma spesso lo abbandona quando non vi sono più speranze. L'abbandono non deve essere inteso come un fenomeno cinico e premeditato; l'abbandono è una forma di protezione messa in atto per lincapacità di accompagnare il malato in fine di vita. Paradossalmente la morte turba maggiormente l'ospedale, luogo di tecnica e di ragione che la camera della propria casa, luogo delle abitudini. Di fronte all'enorme problema etico sollevato dalle malattie inguaribili e debilitanti ci si pone la domanda se abbia senso prolungare le sofferenze in previsione di una morte comunque inevitabile o se non sia auspicabile interrompere le cure e lasciare che la natura faccia il suo corso. E' opportuno precisare, che l'interruzione delle cure non sempre interviene su un accanimento terapeutico, che è l'estremizzazione del problema che a volte si risolve da sé. In generale si possono distinguere due modi di intendere l'eutanasia: Eutanasia attiva spesso equivale al suicidio assistito. La richiesta parte dal paziente. Eutanasia passiva si limita a sospendere i trattamenti che mantengono in vita un paziente senza possibilità di guarigione. A volte questa decisione è presa dalla famiglia perché ancora esiste il problema se sia opportuno o meno informare il paziente sulle proprie reali condizioni, altre volte il paziente è incosciente a causa delle sofferenze. Il rifiuto consapevole alle cure presuppone un consenso informato, che non sempre si realizza completamente. A volte si assiste ad un progressivo indebolimento dell'autodeterminazione del paziente; secondo una pratica che comincia a diffondersi anche in Italia, diventa consigliabile raccogliere le direttive anticipate del malato. Nella pratica medica, la buona decisione clinica è quella che favorisce un buon esito per il paziente e qui nasce la contraddizione etica con la richiesta di eutanasia. E necessario comprendere che la definizione di qualità della vita del medico o dei familiari, non può mai sostituirsi a quella del paziente, che spesso preferisce al prolungamento della vita, il controllo del dolore e degli altri sintomi. In ogni modo, il malato deve essere il nucleo attorno al quale si sviluppa l'attività del medico. Qui si inserisce la pratica della medicina palliativa che se diffusa e ben applicata può ridurre le richieste di eutanasia, in quanto spesso il paziente invoca la dolce morte per porre fine al proprio dolore. La medicina palliativa è applicata nell'ottica dell'hospice movement, che al total pain (dolore totale) fa corrispondere la total care (cura totale). La pratica delle cure palliative, si scontra con l'etica della somministrazione del farmaco, in quanto lo scopo dovrebbe essere quello di curare il paziente alleviandone le sofferenze, non di accelerarne la morte. L'enorme ricorso agli oppiacei nella medicina palliativa, si scontra con la deontologia, in quando la somministrazione di alti dosaggi di narcotici può avere come effetto collaterale quello di causare la morte del paziente. Esistono quindi differenti approcci deontologici per affrontare il problema posto dalle cure palliative. La deontologia kantiana si riferisce alla moralità dell'intenzione di chi compie l'azione, quindi indipendentemente dalle conseguenze, un'azione è moralmente accettabile se chi la compie ha l'intenzione di attenersi ad un dovere morale. Continuare la somministrazione di farmaci in grado di alleviare il dolore, ma che in sostanza accelerano la morte diventa un'azione moralmente sostenibile perché centrata sulla necessità del paziente di alleviare le proprie sofferenze. Le cure palliative trovano risposta favorevole anche nell'etica fondata su teorie utilitaristiche; secondo le quali è necessario massimizzare l'utile, che se è rappresentato dalla cessazione della sofferenza, giustifica la somministrazione di farmaci anche se non portano alla guarigione. La morte viene così considerata una sorta di effetto collaterale, un rischio calcolato nella ricerca dell'utile. La differenza tra i due approcci consiste nel fatto che per l'etica utilitaristica non è necessario giustificare le motivazioni di un'azione negativa, come può essere considerata la somministrazione di farmaci che accelera la morte. E comunque complesso per gli operatori della medicina palliativa individuare un terreno sul quale muoversi. Spesso sospendere trattamenti (ventilazione polmonare meccanica, nutrizione ed idratazione parenterale) che non sono in grado comunque di portare alla guarigione, e non alleviano le sofferenze equivale a provocare la morte del paziente. E' evidente come sia sottile il confine che separa l'eutanasia passiva da quella attiva. In linea di massima è la cessazione del dolore che persegue il paziente, quando il dolore è fine a se stesso, quando non è possibile concepirlo come un fatto accidentale causato dalla malattia destinata ad evolversi in guarigione. I medici dal canto loro hanno difficoltà a individuare un rapporto corretto con pazienti così detti terminali, perché essi rappresentano e testimoniano in ogni caso il fallimento della medicina. E la morte di un paziente - si sa - è spesso investita da una connotazione di fallimento personale. La concezione tecnicistica e riparatrice della medicina, rende difficile l'inserimento e la diffusione delle cure palliative in quanto queste non prevedono la guarigione del paziente e di conseguenza la vittoria sul morbo. Le cure palliative accompagnano il paziente verso la morte inevitabile, ma gli restituiscono la dignità di persona non piegata dal dolore provocato da una malattia che comunque non gli lascerà scampo, le cure palliative forse restituiscono all'uomo il tempo necessario per morire.