Anche a scuola per il "diverso"

è difficile l'integrazione

 

 

 

Che, sei razzista? Cosi' l'insegnante, a scuola, apostrofa un alunno che investe, con parole offensive, un compagno di classe. Un compagno africano, appena arrivato, che siede in un banco accanto al suo . La reazione è immediata: "razzista io? È lui che è negro!". È una amena storiella. Si raccontava qualche anno fa- Non sappiamo se ha mai trovato riscontro nella realtà,  ma rende bene il senso di una mentalità diffusa, anche oggi, un po' ovunque e soprattutto in molti ambienti della scuola, afflitta da tanti mali e dalla piaga crescente del bullismo. Una mentalità, purtroppo, che coinvolge in buona misura, con i ragazzi, anche i genitori. Se ha senso la vecchia massima, "tale padre, tale figlio". Quanto mai attuale, in tempi, come questi, segnati dall'egoismo e da una inarrestabile volontà di sopraffazione. Mors tua, vita mea. Una condizione di desolante disperazione tale da indurre al peggiore pessimismo se non fosse che a render meno cupi i giorni nostri contribuisce, per fortuna, il rovescio della medaglia, la pagina esaltante della disinteressata e ampia solidarietà espressa dal volontariato. Questo per dire - se mai occorresse - che il Paese non è marcio, tanti sono i valori positivi che ancora possiede. Ma tant'è. Il fenomeno dell'indifferenza morale, dell'edonismo utilitaristico, ha tuttavia assunto dimensioni tali da rendere evidente una pur preoccupante patologia sociale. Che si riflette e si tocca con mano, purtroppo, anche nella scuola, tutta, a cominciare da quella primaria. Sia pubblica che privata. Senza eccezioni di sorta. E non si salvano neppure gli istituti religiosi. Gli episodi che connotano questa realtà sono numerosi. E a volerli descrivere vi  è solo l'imbarazzo della scelta. Il copione non cambia. Sulla scena, sempre, il fastidio prodotto dalla presenza del "diverso". E il conseguente irrazionale e immotivato, ancorché specioso, rifiuto.

In classe - siamo a Milano - c'è un bambino adottato. Proviene da un paese lontano. "Dalla fine del mondo", direbbe Papa Francesco. Si è inserito ma ha qualche difficoltà derivante dalla scarsa conoscenza della lingua. L'insegnante deve dedicargli qualche attenzione in più, affinché non rimanga indietro. Ciò preoccupa (è il pretesto)  i genitori degli altri scolari. Uno di questi si fa portatore di una protesta collettiva: "per un alunno che ha problemi a seguire il programma, non si possono fare andare tutti gli altri a rilento. Paghiamo la retta al convento e pretendiamo standard di istruzione corretti". Nessun rallentamento, in realtà, il programma non ha subito battute d'arresto, tutto procede secondo tempi normali. La rassicurazione, però, non è sufficiente. Bisogna provvedere. Come? Quel bambino straniero disturba. È una sensazione epidermica. Siamo in terza elementare. I compagni di classe lo guardano male. Se possono lo evitano. Un compagno lo chiama "profugo". Un altro gli dice maiale.

E i genitori che fanno? Da parte loro non si tirano indietro. C'è una linea di chat per collegare le famiglie con la scuola. Sullo smartphone arrivano le notizie, si prendono iniziative, si organizzano festicciole di compleanno e si diramano gli inviti. Ma lo straniero non è gradito. Così si pensa a una seconda chat, parallela, riservata - è il caso di dirlo - agli "ariani". Il gioco è fatto. Ma un giorno qualcuno sbaglia chat, spedisce sul canale ufficiale una notizia che doveva essere a "divulgazione segreta". Ed allora si scopre che il diavolo fa le pentole ma non i coperchi. Piccole miserie, si dirà . Ma cosa sottointendono?

Papà e mamma del bimbo adottivo si sentono a loro volta esclusi dalla comunità scolastica. E lo fanno presente all'insegnante. Ottengono qualche parola di comprensione. "Ma di ciò che avviene fuori dalla scuola, noi non possiamo occuparci", dice la maestra. Un curioso modo di intendere la funzione formativa della scuola che per essere tale - lo affermano i pedagogisti - deve coinvolgere anche le famiglie, nel progetto educativo! Per non parlare del messaggio di misericordia, delle ripetute pressanti suppliche, degli inviti alla solidarietà, all'inclusione, che vengono, ogni giorno, dal Santo Padre.

Il caso non è isolato. L'insofferenza verso chi non ti somiglia è ormai sempre più diffusa, palpabile, ad ogni angolo di strada. S'ode a destra uno squillo di tromba, a sinistra risponde uno squillo. Mutatis mutandi, ciò che accade a Milano si ripete puntualmente altrove. Questa volta la vicenda si svolge nel tranquillo ambiente bucolico della campagna padovana. Il pollice verso è diretto contro una bambina di dieci anni. Ma lei non è straniera, ha solo un "difetto", appartiene a una famiglia disagiata. E per questa circostanza è stata affidata pro tempore alle cure di genitori supplenti in grado di proteggere la sua infanzia garantendole una normale e serena esistenza fino al raggiungimento della maggiore età. Vive in una casa dignitosa, condivide la crescita con altri bimbi della stressa famiglia. E frequenta con profitto la quinta elementare, nella scuola pubblica. Tuttavia non può bastare, tutto questo, a farla accettare, senza il peso del pregiudizio. Anche lei è "diversa". Cosi appare e viene considerata dalle compagne di classe. Perciò la evitano, la isolano durante l'intervallo, rifiutano di giocare con lei. E quando l'insegnante assegna un tema, invitando gli alunni a descrivere le rispettive famiglie e su quello stesso argomento a scambiarsi interviste, a lei riservano giudizi impietosi e cattiverie. La maestra non interviene. Meglio non rischiare di peggiorare la situazione. Ed ora, addirittura, le compagne hanno creato un club. E l'anno definito "anti", facendo seguire al suffisso, il nome della reietta. È così che crescono e si formano i cittadini di domani!

Da nord a sud, la musica non cambia. A Nocera Inferiore, un passo da Salerno, c'è un bambino di otto anni. È stato adottato quando aveva poco più di un anno. Ha gli occhi a mandorla ed è arrivato dal Viet Nam. Ma a tradire la sua origine restano solamente i tratti somatici. Per il resto è diventato ormai un vero e proprio "scugnizzo" . Si esprime con un marcato accento campano e parla in dialetto. Ma tutto ciò non basta a concedergli credenziali nostrane. I compagni della terza elementare, che frequenta alla scuola pubblica, lo evitano, se possono lo spingono in un angolo. Qualcuno, tra i compagni, quando si rivolge a lui, lo chiama “extracomunitario”.