Dall'Ucraina donne allo sbaraglio

Speranza e illusione, a Milano

cercano un approdo alla vita

 

Natascia ha 46 anni. E' una donna massiccia, il volto segnato dalla sofferenza. Ma ha un portamento fiero, il tratto di una persona coltivata. La sua storia è simile a quella di tante altre donne ucraine, come lei, venute in Italia in cerca di sopravvivenza. Ora è in attesa di un lavoro, anche precario, che le consenta di sbarcare il lunario a Milano e di poter inviare qualche soldo a Zytomyr, la sua città, a nord ovest dell'Ucraina, dove ha vissuto fino al mese scorso e dove vivono ancora la madre anziana e due figli in giovane età che senza il suo aiuto non saprebbero come campare. Il marito, cinquantenne, è disoccupato da quando ha chiuso l'azienda statale per la quale lavorava, come operaio metalmeccanico. Sono due anni che ha abbandonato la famiglia. Vive alla giornata, vagabondando per la città, senza fissa dimora, trascorre le ore annegando nella vodka la sua diperazione. "Sono laureata in ingegneria - dice Natascia - dopo la caduta del regime sovietico ho continuato a lavorare nella fabbrica che mi aveva assunto al termine degli studi. Un cementificio. Avevo fatto carriera, mi avevano affidato la direzione di un settore produttivo. Ma poi tutto si è dissolto nel nulla. Ho continuato ad andare in azienda per mesi, prima accettando la riduzione dello stipendio e poi rinuncinadovi del tutto. L'ultima paga l'ho avuta nel 99: 12 dollari per un mese di lavoro e tanti arretrati ancora da roscuotere...". Adesso si aggira nei pressi della Stazione Centrale. E' con altre donne che vivono il suo stesso dramma. Aspetta che qualcuno venga ad offrirle un lavoro. E nell'attesa condivide una stanza con una connazionale che un lavoro lo ha trovato come colf, nella casa di un professionista milanese. Non appena le sarà possibile le darà un compenso per l'ospitalità. "Alla fine di gennaio, appena scesa dal camioncino della speranza che mi aveva portato dall'Ucraina - aggiunge - avevo avuto una proposta di lavoro. Da Milano mi ero trasferita ad Erba, nella villa abitata da una famiglia benestante. Un bel lavoro, collaboratrice domestica e dama di compagnia. Ma è durato poco. Il capofamiglia ha cambiato destinazione di lavoro e dopo due settimane mi hanno dato il benservito..."

" Adesso la situazione comincia a farsi pesante.E sarebbe peggio se non esistesse il centro di assistenza dei frati di Sant'Antonio. "Li, un pasto caldo, ogni giorno, riesco ad averlo". Katya è l'amica di Natascia, quella che le ha offerto un tetto, in attesa di tempi migliori. Ed è ottimista. "Spero di poterla aiutare. Attraverso la famiglia presso la quale io stessa ho trovato occupazione - dice - abbiamo preso contatto con una signora che cerca una domestica fidata. Garantisco io per lei, grazie alla stima che sono riuscita a conquistarmi nella casa dove lavoro. Sono fiduciosa. E del resto è nel mio interesse. Se Natascia trova un posto, io recupero una quota dell'affitto di casa e otterrò da lei anche un compenso per il risultato ottenuto. Funziona così, io pure ho versato una percentuale a un'amica che mi aveva aiutato a trovare la mia attuale sistemazione".

Paura, speranza. Le donne ucraine che si danno appuntamento ai margini della stazione Centrale, vivono, aternandoli, questi sentimenti, intrecciati con la nostalgia della casa lontana, dei cari che vorrebbero poter abbracciare, per i quali hanno scelto la strada della emigrazione. Mandare soldi a casa: questa è la massima aspirazione.C'è chi durante una vita di lavoro ha accumulato qualche risparmio in banca. Ma le banche hanno chiuso i cordoni. Soldi non ce ne sono - dicono - bisognerà attendere anni prima di poter disporre del proprio denaro. "In Ucraina nessuno riesce a vivere, senza denaro e senza lavoro. Per questo ho deciso di partire. Una avventura, nessuna certezza per chi abbandona il paese in cerca di sopravvivenza, ma non ci sono alternative". Natascia si esprime a fatica in italiano. "Sto imparando a capire la vostra lingua e mi esercito a rispondere - afferma - e faccio progressi". Quando non riesce a costruire una frase si aiuta con il francese. "L' ho imparato a scuola - precisa - e l' ho perfezionato durante gli studi all'Università". Si succedono nel racconto le vicende drammatiche di una vita disperata. Sono dei flash. Si accendono con la luce intensa della tragedia. "Per aiutarmi a partire, in casa tutti hanno fatto sacrifici. Abbiamo venduto le poche cose di qualche valore che ancora ci erano rimaste. Poi via, sul camioncino in partenza per Milano avendo prima pagato un pedaggio salato. E sei fortunata se arrivi a destinazione, se non ti rapinano durante il tragitto e poi non ti abbandonano senza un soldo per strada".

"Quando arrivi a Milano - confida Katya, che ha lasciato a casa il suo diploma di maestra elementare - comincia l'attesa. Passano i giorni e cresce l'angoscia che si placa solo quando qualcuno ti apre la porta della sua casa ". "Se hai fortuna e trovi lavoro, pensi solo ai tuoi cari, agli aiuti da inviare a casa, ai risparmi per poter tornare un giorno in patria con la speranza di potere avere una esistenza migliore". "E poi c'è il problema di inviare i soldi a casa. La posta non dà garanzie, tramite banca è impossibile. Bisogna tornare ogni volta alla stazione Centrale, aspettare i camioncini che arrivano con nuovi carichi di disperati, consegnare il denaro agli autisti che si apprestano a ritornare, versare loro, in anticipo, il 10 per cento della somma affidata. E sperare che il denaro arrivi...Comincia un'altra attesa sneravante. Giorni, settimane. E quando da casa, per telefono, ti dicono che il corriere è arrivato, che il denaro era stato affidato a mani oneste, allora tiri un sospiro di sollievo. Un altro incubo è finito".

Padre Stefano, dei frati di Sant'Antonio, conosce bene i problemi delle ucraine di Milano. "La maggior parte di loro - dice - riesce a trovare occupazione come collaboratrice domestica o come assistente alle persone anziane. Ma sono tanti i casi di sfruttamento: moltissime lavorano 7 giorni su 7 per 24 ore con un contratto, quando c'è, che non prevede più di 25 ore settimanali. Molte diventano vittime di organizzazioni criminali".