L'assalto dell'Isis a Teheran

 

Quando il gatto dorme i topi " ballano"

di Guido Nicosia

Donal Trump, personaggio imprevedibile, talvolta perfino folcloristico, rappresenta una autentica iattura per il suo grande Paese. Ne compromette il prestigio politico e l'affidabilità internazionale. Non solo. Insediato al massimo livello del potere della maggiore potenza democratica, ne stravolge il ruolo di moderazione e di tradizionale garante degli equilibri di pace nel mondo. Ed appare - fino a rendere da subito palese a pochi giorni dal viaggio in Israele e in Arabia Saudita, la sua perniciosa presenza politica - come elemento destabilizzante del già fragile quadro mediorientale. Con tutte le conseguenze e i rischi che ne discendono per l'intera comunità degli Stati. Dall'America all'Europa, dall'Asia all'Oceania, tutte coinvolte, sia pure in differente misura, nella logica pervasiva della globalizzazione alla quale non si sottrae, purtroppo, neppure la canaglia del terrorismo. Gli attentati, recenti, ma soprattutto quelli odierni di Teheran, veri e propri blitz organizzati da commando armati fino ai denti, che si sono introdotti nel Parlamento iraniano e al mausoleo di Khomeini, facendo strage di vite umane, possono rendere evidente la ritrovata sicurezza del regime saudita, certamente non estraneo alle vicende del califfato islamico che ha rivendicato l'assalto, dopo il nuovo abbraccio del presidente USA. Che ha siglato vantaggiosi contratti per la fornitura di armi ad un paese autoritario, l'Arabia Saudita, appunto, che non ha un Parlamento, che applica, estremizzandole, le norme arcaiche della legge coranica. Che, come è noto, è sospettata, con ragionevole consapevolezza, di sostenere e di finanziare il terrorismo dell'Isis. Che, infine, considera l'Iran il suo peggior nemico. Forse può sembrare azzardato stabilire un rapporto di causalità tra questi ultimi tragici avvenimenti e la "svolta" involutiva impressa da Trump alla politica statunitense nei confronti dei paesi del Golfo. Certamente, però, va detto che chi era stato indotto alla prudenza dal rigoroso, severo, monito dell'amministrazione Obama, ora avverte di avere le mani libere. Il gatto dorme e i topi ballano. Lo dimostra, del resto, la improvvisa e inopinata guerra diplomatica (che non si sa dove possa portare) scatenata qualche giorno fa dal regno saudita, seguito dal Bahrein, Emirati arabi ed Egitto, nei confronti del Qatar , militarmente impegnato nello Yemen. Un pasticciaccio nei quali Trump si trova ora invischiato come sostenitore di Riad. Nel Qatar, infatti, sono stanziate importanti basi aeree americane, quelle stesse che agiscono per bombardare le formazioni Daesh - ovvero l'Isis - in Siria e in Iraq.