La relazione medico-paziente nell'era della tecnologia

Quando il "rigetto della mente"

supera i traguardi della scienza

 

di Nicla Vozzella

La notizia diffusa è la seguente: proposto un premio, di un milione di lire, per il medico che riesce a liberare dal vizio del fumo il paziente. Ecco, è così che avviene, di fatto, una sostanziale espropriazione della salute dell'individuo. Si sottopone il tabagista ad uno sforzo della volontà, lo si sovraccarica di oneri riservando poi gli onori del risultato conseguito al medico.Che aggiungere se non che la proposta, per quanto assurda possa sembrare, indica la direzione paradossale presa dal sistema sanitario? I mass-media, recentemente, hanno dato spazio anche un'altra sorprendente notizia.Quella che riguarda il rigetto, definito psicologico, che ha colpito il paziente a seguito del trapianto di mano, nonostante il successo tecnico dell'intervento. Un'altra circostanza che induce a una seria riflessione, che fa pensare alle conseguenze di una concezione meccanicistica, della quale è permeata la medicina, che pone l'attenzione all'organo in quanto portatore della patologia piuttosto che al paziente nella sua totalità. L'organo, dunque, considerato alla stregua di un ingranaggio, in un complesso meccanismo d'orologio e come tale "preso in carico" per essere riparato, grazie alle applicazioni della tecnologia. E il medico, investito del ruolo di orologiaio, che sembra far propria la concezione culturale contemporanea, al punto da allontanare da sé l'essere totale dell'uomo, assumendo la distinzione cartesiana fra res cogitans e res extensa.

La professione medica, si sa, è una delle più antiche. E nel corso dei secoli la figura del medico si è evoluta, si è trasformata, abbandonando la magia dello sciamano, l'importanza del rito, del gesto e della parola, per avvalersi sempre più delle tecniche diagnostiche e della farmacologia. Forse era inevitabile che ciò avvenisse a seguito del progresso umano e della scienza. Ma a volte sembra che il medico sia oggi incapace di stare con il dolore del paziente e si lasci sopraffare dalla propria ansia, somministrando farmaci non sempre indispensabili. Quando capita che si accendono i riflettori sulle nuove conquiste della medicina, sui sorprendenti traguardi della chirurgia, è il malato l'unico soggetto a rimanere nel buio della sua sofferenza. Perchè mai, se è vero che mettersi dalla parte del malato, per un medico, non significa rinnegare la scienza lasciandosi coinvolgere dalle singole storie di sofferenza; se è vero che stare dalla parte del paziente è fare ciò che è bene per il paziente? Quando, ad esempio, un paziente ritiene di aver sofferto troppo nonostante un dono di incomparabile valore quale può essere l'aver ricevuto una mano nuova, significa che la chirurgia ha superato un limite oltre il quale l'essere umano, con la propria mente, non era ancora pronto ad arrivare. Il chirurgo non offuscato dalla rilevanza scientifica del suo operato potrebbe e dovrebbe perciò interrogarsi. E chiedersi quanto l'avere subito un trapianto di mano, per una persona, possa significare in qualche modo la perdita della propria integrità psicofisica. Con le mani e con la bocca sin da bambini si esplora l'universo, le mani sono insieme agli occhi il contatto con il mondo esterno. Mediante il contatto si acquisisce la conoscenza dell'ambiente e di sé stessi. Possono essere sconcertanti, dunque, le implicazioni psicologiche legate alla conoscenza di sé ottenuta con parti del corpo sentite estranee. Il trapianto di organi interni, probabilmente, richiede un investimento psicologico minore; innanzi tutto perché non cè visibilità dell'interno del nostro corpo e poi perché la sopravvivenza di un organo interno è legata al sistema neurovegetativo, non sottoposto per grande parte alla volontà. Quindi una volta superato il rigetto fisiologico è possibile che non si pensi più a ciò che si è acquisito per mezzo di una donazione e di un intervento chirurgico. E chiaro quanto sia differente subire il trapianto di una parte del corpo visibile e soggetta, nel movimento, ad atti precisi della volontà. L'integrazione definitiva di un arto trapiantato richiede un notevole investimento emotivo; in ragione di questo investimento non ha senso definire un paziente poco collaborativo perché mal sopporta la riabilitazione post-impianto. Il tipo di collaborazione necessaria richiede una ristrutturazione della visione di sé, che non sempre e non lucidamente può essere messa in atto da un individuo, il quale non sia stato adeguatamente preparato dal punto di vista psicologico.

Una parte della classe medica, affascinata dal grande potere offerto dalla scienza, ha perso di vista l'altro attore principale nel processo di cura: il paziente. E' importante non dimenticare che il paziente subisce una prima perdita di competenza quando si sottopone al giudizio del medico e spesso soffre una regressione quando, convinto della necessità della terapia, è costretto a lasciarsi manipolare da chi si pende cura di lui. Ma quando il medico smette di agire per il bene del paziente e comincia ad agire per affermare se stesso e controllare la propria ansia da fallimento, significa che l'obiettivo principale del processo di cura è venuto meno. In risposta ad una medicina troppo specialistica, fioriscono, quindi, le terapie alternative, le medicine naturali; queste pratiche non fanno altro che recuperare l'antica concezione, dell'equilibrio. Nella medicina cinese, per esempio, non è prevista la somministrazione del farmaco fine a se stesso, senza considerare il paziente ed il suo stile di vita in relazione all'ambiente. Altro esempio è quello della medicina olistica (dal greco olos = tutto, l'intero), tesa al recupero dei tre attori nel processo di cura, cari anche al mondo greco di Ippocrate: il medico, il malato e la malattia. La malattia viene considerata come un'entità che si instaura quando gli equilibri sono sbilanciati, il compito del medico è aiutare il malato a recuperare l'equilibrio psicofisico anche in relazione all'ambiente. Se la sensibilità di una parte della classe medica fosse differente, le medicine naturali potrebbero essere una valida integrazione alla medicina tradizionale. Probabilmente il rapporto medico-paziente è andato deteriorandosi perché, a vantaggio delle nuove tecniche diagnostiche, è stata ridotta ai minimi termini una componente molto importante della relazione: la comunicazione. La comunicazione medico-paziente spesso è intrisa di tecnicismi che da un lato disorientano il malato, già in ansia per la propria salute, e dall'altro evitano al medico la necessità di comunicare apertamente con il paziente. Nella comunicazione medico-paziente si ripresentano le gerarchie sociali, spesso amplificate dalla posizione di inferiore competenza assegnata al paziente. Alcuni medici sono incapaci di instaurare un rapporto paritario con il malato, riconoscendo ad esso le competenze derivantegli dall'esperienza anche nell'ascoltare i segnali che provengono dal proprio corpo. A volte il medico incontra notevoli difficoltà personali nel contenere l'ansia del paziente. Quando un medico (e fortunatamente non è poi così raro) è in grado di comunicare con il proprio paziente, quando è capace di stare con il dolore di chi si affida alle sue cure, cercando secondo le proprie competenze di alleviarne le sofferenze, riconoscendo al malato una propria autonomia nella scelta, in questo tipo di relazione si compie il bene per il paziente. Quando medico e paziente portano ciascuno il loro essere, essendo prima di tutto due persone in dialogo, in questa situazione si definisce il processo di cura. Perchè è cosi che è l'uomo a prendersi cura dell'uomo. ( VOZNIC@EXCITE.COM <mailto:VOZNIC@EXCITE.COM> )