ESTERO

Nella drammatica realtà di Soweto

si specchia oggi il nuovo Sudafrica

 

 

dal nostro inviato GUIDO NICOSIA

SOWETO. Una città nella città. Un corpo sociale di cinque milioni di abitanti insediati all'interno di un altro agglomerato urbano che assomma all'incirca lo stesso numero di residenti. Questa è Soweto, la grande township, creata nel cuore dell'estrema area sud di Johannesburg dal regime dell'apartheid, ora debordante dai propri confini come una piovra tentacolare. Protesa, nel tentativo di catturare e di attrarre a sè la moderna e sfavillante metropoli bianca. Un abbraccio serrato, talvolta soffocante e insopportabile. "Metà della popolazione è formata da disoccupati, da gente che vive alla giornata, con piccole attività, esercitate ai margini delle strade, o di espedienti illeciti". Così, la guida che ci accompagna, al volante di un pullmino, in visita turistica a quello che è stato (e che continua ad essere) il più grande ghetto nero dell'Africa Australe, descrive un aspetto della realtà di Soweto. Parla dei senza lavoro. Oltre due milioni di individui, appartenenti a una ventina di etnie, sistemati in baracche fatiscenti, costretti a vivere in condizioni igieniche precarie. Essi rappresentano un potenziale dirompente per la sicurezza della più importante città del Sudafrica, quella "Joburg" che da sempre rappresenta il motore economico e finanziario, il simbolo della potenza industriale dell'unico grande paese sviluppato del continente africano. La guida, Mokopo, è un giovane nero, proviene lui stesso da Soweto, ma rappresenta l'altra faccia della medaglia, quella che si riferisce alla grande ansia di riscatto di una popolazione che cerca (ed è riuscita) di inserirsi nella vita del nuovo Sudafrica. Una speranza per il futuro di convivenza di una nazione multietnica dove la gente si esprime con 9 diversi idiomi riconosciuti dal governo come altrettante lingue ufficiali.

Cucina tipica a Soweto

Mokopo lavora nella agenzia turistica "Jmmys face to face", nata dall'iniziativa di un altro giovane sowetano, Jmmy appunto. Un pioniere che ha avuto un'idea fortunata, quella di organizzare tour guidati di turisti stranieri attraverso la realtà umana del ghetto. Un autentico successo, da un pullmino è passato a due e poi a tre, quattro fino ai sette od otto attuali, tanto che l'esempio è stato seguito da altri con ottimi risultati. Sono oggi più di mille i visitatori che ogni giorno varcano le soglie di Soweto. E il turismo rapresenta ormai una fonte di reddito per una moltitudine di venditori ambulanti che offrono bamboline nere agghindate di perline variopinte, pizzi artigianali, pozioni salutari e miscele di erbe curative, cappellini di varie fogge, magliette con le iscrizioni di Soweto. E c'è perfino la possibilità di scoprire la cucina tipica della comunità nera in alcuni locali che richiamano l'attenzione dello straniero con vistose e accattivanti insegne. Ognuno si costruisce il proprio businnes, come può. Le occasioni non mancano davvero. Basti pensare a due giovani coniugi norvegesi che hanno deciso di trascorrere qui la loro luna di miele, in una linda casetta presa in affitto per un mese. Soweto non è solo miseria e squallide baracche secondo lo stereotipo falso ed assurdo che la stampa, specie quella europea, continua a proporre. E' qualcosa di più complesso e problematico di un campo di concentramento. E' una città vera e propria, con tutto quello che la definizione comporta, nel bene come nel male.

Chi entra in città si imbatte in un grande edificio monoblocco, è l'ospedale destinato a garantire assistenza alla numersosa popolazione; e poi subisce l'impatto con un'area brulicante di gente, donne, bambini, questuanti. Sotto un ampio arco di cemento, che sovrasta le povere bancarelle del mercato, stazionano vecchie auto, qualche carcassa abbandonata, ormai inservibile. Ma proseguendo il cammino, le baracche cominciano a lasciare il posto a piccole e dignitose costruzioni civili; le strade sterrate si coprono, via via, di un sottile manto di asfalto, ai lati compaiono aiuole curate e fiorite e lo standard delle abitazioni si fa più alto. Oramai si incontrano ville prestigiose, con portoncini in noce massiccio e targhe dorate, affacciate su ampi giardini. Nei box si intravvedono fiammanti vetture, Bmw, Mercedes. Che accade? E' sempre Mokopo, la nostra guida cortese e scrupolosa, a chiarire la circostanza. "Soweto - dice - non è una bidonville. E' una comunità urbana nella quale si articola una vasta gamma di condizioni sociali. Vi sono i poveri, tanti poveri, ma anche una classe media, numerosa e i ricchi che si contano in misura crescente negli ultimi anni. Sono categorie emergenti formate da professionisti, medici, avvocati, commercianti ma anche da funzionari pubblici, espressi dalla nuova classe dirigente e infine non bisogna dimenticare la...mafia. Una classe di profittatori che prospera alle spalle della povera gente".Tutto il mondo è paese. Ma la realtà di Soweto, con inevitabili avvicendamenti, è sempre stata così, anche ai tempi del regime segregazionista. La teoria aberrante dello "sviluppo separato" postulata dalla politica dell'apartheid, non confinava i neri dietro i recinti di un lager. Anche allora esistevano scuole, ospedali, opportunità di lavoro e di acculturamento, solo che i neri dovevano vivere per conto loro senza poter interagire con la popolazione bianca. Anche allora, come oggi, una gran parte della popolazione viveva in miseria, la società erogatrice dell'energia elettrica non riusciva, come accade ora, ad ottenere il pagamento delle utenze. Con l'avvento del potere nero, a Soweto, non è cambiato nulla, nella sostanza. Era un ghetto e continua ad essere tale. Per abitare a Soweto bisogna avere la pelle nera. Qualche minuto dopo mezzogiorno, le strade che si aprono in prossimità della vecchia casa abitata da Nelson Mandela prima della prigionia, si animano improvvisamente. Voci squillanti di ragazzi, che escono da scuola, nella divisa ordinata e pulita imposta dal regolamento della high school, omologa del nostro liceo, alla quale appartengono. Zainetto sulle spalle, hanno l'aspetto fiero di giovani consapevoli del ruolo dirigente che dovranno assumere in un futuro che si profila vicino. Camminano in gruppo. Tra tante teste nere ne spicca una bionda, quasi slavata. E' una ragazza. I capelli sono crespi, i lineamenti simili a quelli dei compagni, ma anche la carnagione appare singolarmente chiara. "No, no - si affretta a precisare Mokopo - non è una bianca, appartiene al popolo di Soweto. Qualche caso di albinismo capita anche tra di noi". Il minuscolo pullman di "Jmmy face to face", che ci ospita, transita tra gli studenti costringendoli a schierarsi ai lati della strada. Non si preoccupano più di tanto della presenza di un gruppo di turisti stranieri. Lasciamo alle spalle l'antica residenza di Mandela, che è stata trasformata in museo. E poche centinaia di metri più avanti la attenzione viene richiamata dalla presenza di due ville, circondate da alte mura, colorate di giallo. Una di quelle è la nuova residenza del presidente in carica, l'altra appartiene all'arcivescovo anglicano Desmond Tutu. "Tra tanti primati negativi - aggiunge la guida - Soweto ne ha qualcuno davvero positivo. In quale altra città del mondo capita di trovare due premi Nobel che abitano porta a porta?". E intanto compaiono l'alto campanile e la facciata di un tempio. E' la chiesa metodista "Regina Mundi". Sul grande sagrato si muove una piccola folla di visitatori. E attorno una serie di containers dentro i quali è ordinata una mostra fotografica . Sono le immagini scattate nel lontano 16 giugno 1976 durante la rivolta degli studenti che insorsero, proprio in prossimità della chiesa, contro la decisione del governo di imporre nelle scuole l'insegnamento dell'afrikaner, la lingua dei boeri, identificati con gli oppressori bianchi.

Si vedono i blindati della polizia, i volti contratti degli agenti che impugnano le armi, i giovani con il pugno alzato in segno di sfida, le cariche brutali, i manifestanti feriti. E in una grande foto, l'immagine più drammatica e suggestiva, emblematica del senso della rivolta: c'è un uomo che regge tra le braccia il corpo esanime di un ragazzo e al suo fianco avanza una donna con le mani alzate in un gesto di dolore e di dignitosa protesta. Il ragazzo, ferito a morte, è Hector Petersen, 17 anni, assurto a simbolo della lotta antiapartheid, quelli che avanzano reggendo il suo corpo sono i genitori. Hector è sepolto davanti alla chiesa. E di fronte al grande monumento funebre che sovrasta la tomba, nel piazzale che ha preso il suo nome, si soffermano i visitatori. Hector Petersen sopravvive nella testimonianza di un'epica lotta di liberazione. "Voi oggi conoscete qui - dice ai turisti Sidney Phuti, che rappresenta la township nel consiglio del turismo sudafricano - ciò che troppo spesso abbiamo dimenticato. Soweto ci racconta ciò che è stato e che è il Sudafrica. Se Città del Capo è famosa per una montagna, la table mountain che caratterizza il suo panorama, noi possediamo il popolo e la storia". E' vero. Soweto, la città delle innumerevoli etnie africane, delle rivalità tribali che agitano la sua esistenza, delle laceranti disparità sociali che manifesta, può rappresentare uno spaccato eloquente di ciò che è, nella realtà odierna, il nuovo Sudafrica. E, chissà perchè, mi torna alla mente la studentessa albina che ho visto emergere, con la improbabile testa bionda, dal gruppo omogeneo degli studenti neri nel quale era inserita. Forse è il simbolo vivente delle contraddizioni che convivono nella tormentata megalopoli nera.