Sharon, un "falco"

che accetta la pace

Israele ha da oggi, ufficialmente, un nuovo primo ministro. La commissione elettorale ha, infatti, riconosciuto in via ufficiale la legittimità della vittoria elettorale di Ariel Sharon. Sono 25 i punti di vantaggio sul premier uscente Ehud Barak. Nel frattempo, Sharon prosegue le consultazioni con la sinistra laburista nel tentativo di dare vita ad un governo di unità nazionale per poter riavviare le trattative con i palestinesi. In Parlamento il neo-premier ha ribadito la volontà di cercare un intesa sulla composizione di un esecutivo in grado di fronteggiare al più presto l'escalation di violenza in Israele, soprattutto nei territori occupati. Sharon, secondo fonti israeliane, avrebbe raggiunto un accordo con la sinistra laburista proprio sulla questione che sembrava essere il principale scoglio ad ogni ipotesi di alleanza: quella relativa ai negoziati con Arafat. Sembra quindi che le richieste laburiste

 

 

 

circa il divieto da porre alla creazione di nuove colonie, lo smantellamento degli insediamenti maggiormente isolati e di quelli presenti nella striscia di Gaza, unitamente al riconoscimento di uno Stato palestinese demilitarizzato, siano state accolte. Resta da verificare quale sia il contenuto del programma, che dovrebbe riassumersi nella formula "prima la sicurezza, poi la pace", sia la composizione del nuovo esecutivo. L'intesa con i laburisti è ormai vicina anche se la data del 31 marzo, termine ultimo per formare il governo, appare lontana. Il segretario del partito laburista Cohen si è detto fiducioso circa la posssibilità che tali interrogativi possano essere sciolti entro domenica prossima, mentre lo stesso Sharon ha confermato di essere ad un passo dalla formazione dell'esecutivo di unità nazionale. Il neo-premier, inoltre, da una parte ha ribadito la priorità della sicurezza di Israele su qualsiasi considerazione di altro carattere, "senza sicurezza non può esserci pace" ha detto rivolgendosi ai membri del Likud, e, dall'altra, ha voluto rassicurare gli alleati occidentali sul proprio impegno volto a stabilizzare l'area medio-orientale.

Nel frattempo, i rapporti con la controparte palestinese si sono fatti più aspri dopo che a Gaza, elicotteri israeliani hanno colpito a morte Massud Ayad, membro della guardia presidenziale di Arafat. Ayad, secondo l'intelligence israeliana, sarebbe il responsabile di almeno cinque azioni terroristiche ai danni dell'insediamento ebraico di Netzarim, compiute con l'appoggio di una cellula di Hezbollah da lui stesso costituita. Le agenzie riportano anche la notizia dell'uccisione di un ragazzo palestinese di 14 anni; di un altro tragico attentato compiuto da un autista di autobus palestinese che avrebbe causato la morte di otto persone ed il ferimento di altre trenta tra soldati e civili israeliani. Ed altre azioni si susseguono senza soluzione di continuità.A questo punto, proprio l'intensificarsi della violenza potrebbe dare la spinta risolutiva ai negoziati tra destra e sinistra israeliane accelerandone i tempi.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Bush, con lui l'America

torna agli anni ruggenti

Scudo spaziale, rapporti interni alla Nato e progetto di eurodifesa, ritiro delle truppe dai Balcani, negoziati nell'ambito interno del Wto, abolizione del regime di sanzioni a carico di stati esteri, rapporti dollaro-euro, sono questi i nodi che la nuova amministrazione Bush sarà chiamata a sciogliere nei prossimi mesi e che potrebbero comportare il riacutizzarsi di forti frizioni nell'ambito delle relazioni transatlantiche. Le prime dichiarazioni in materia rilasciate dall'entourage incaricato di colmare le lacune diplomatiche del neo-eletto Presidente George W Bush (il vice-presidente Dick Cheney, il segretario di Stato Colin Powell., il segretario alla difesa Donald Rumsfeld ed il consigliere per le questioni di sicurezza Condoleeza Rice) sembrano non lasciare spazio a dubbi circa la volontà di imprimere un nuovo corso alla politica estera USA. In particolare sul progetto di scudo spaziale, nonostante le ingenti risorse da investire e le prevedibili difficoltà tecniche, Bush ed i suoi collaboratori appaiono irremovibili nel voler dotare gli Stati Uniti di un ombrello protettivo anti-balistico. Il progetto, annunciato con una certa prudenza per la prima volta nella scorsa estate da Clinton nel corso del vertice moscovita con Putin, sembra essere divenuto la pietra angolare della nuova linea di politica estera dei repubblicani. Ad esso si lega, in effetti, l'avvento di quella che appare come una nuova filosofia strategica a più di dieci anni dal crollo del muro di Berlino: la sicurezza atomica continuerebbe ad esplicare i suoi effetti non più attraverso il criterio della vulnerabilità reciproca ma mediante quello della capacità difensiva. Secondo l'amministrazione repubblicana con la fine del bipolarismo la dottrina del MAD (distruzione mutua garantita), che aveva trovato la sua applicazione nel trattato Abm del 1972, il quale vietava, con un eccezione per parte, a sovietici ed americani di predisporre difese contro missili intercontinentali in arrivo, non è più in grado di fronteggiare le minacce provenienti da quelli che Washington definisce "Stati canaglia" (Iran, Iraq, Corea del Nord). Lo stesso Rumsfeld in una audizione al Senato ha definito il trattato Abm come uno strumento ormai superato. Da qui nasce la volontà di riprendere, su scala ridotta e con alcune modifiche, il progetto reaganiano sulle guerre stellari. La possibilità che gli USA decidano unilateralmente di procedere ad una violazione del trattato del 1972 ha provocato le decise proteste della Russia e suscitato vive preoccupazioni negli alleati europei: la rinuncia all'Abm potrebbe scatenare una nuova corsa agli armamenti nucleari e creare zone a sicurezza differenziata, mettendo seriamente a rischio le alleanze militari. A tali preoccupazioni la nuova amministrazione repubblicana ha replicato presentando un progetto basato su di un sistema antibalistico imperniato sulle flotte e quindi in grado di coprire anche gli alleati. La data in cui si conta di portare a termine il progetto è il 2005, quando, secondo le previsioni dell'intelligence statunitense, la Corea del Nord potrebbe disporre di una tecnologia in grado di fabbricare missili capaci di colpire il territorio americano.

L'altro nodo riguarda la Nato e il sistema di eurodifesa (la forza di reazione rapida europea). Bush ed i suoi collaboratori non vedono di buon occhio la creazione di una forza militare europea che potrebbe in futuro entrare in contrasto con lo strumento militare del Patto atlantico: J Bolton, vice di Colin Powell, ha definito la Rapid reaction force come "una spada puntata al cuore della Nato", una manovra francese volta ad allontanare la Gran Bretagna dalla secolare alleanza con gli Stati Uniti. L'altro problema legato alla difesa riguarda il futuro della Nato in uno scenario post guerra fredda e la presenza di truppe statunitensi nei Balcani. Il neo-Presidente, nel corso di una intervista concessa recentemente al New York Times, ha auspicato che gli alleati europei svolgano il ruolo di "guardiani della pace" dell'area balcanica, confermando così il progressivo disimpegno statunitense, previa consultazione con gli alleati europei. Il ritiro, in realtà, prelude ad un diverso atteggiamento in ordine all'utilizzo di truppe da combattimento americane per missioni di Nation Building: né Bush, né i membri del suo staff accettano la logica dell'intervento militare sulla base del principio dell'"ingerenza umanitaria". La scelta di Colin Powell come segretario di Stato conferma come, nei prossimi anni, gli Stati Uniti saranno sempre più riluttanti ad intervenire in aree di crisi dove non siano messi direttamente in discussione gli interessi nazionali del paese. La tesi repubblicana è che la sicurezza ed il consolidamento delle giovani democrazie siano più importanti della difesa militare dei diritti umani.

In ambito WTO assisteremo ad un acuirsi delle tensioni tra USA ed Unione europea riguardo alle varie forme di protezionismo che Bruxelles tuttora applica verso l'esterno e che gli Stati Uniti hanno a più riprese condannato. E' quindi probabile che, nel contenzioso commerciale tra le due aree economiche, gli episodi di frizione nel corso dei negoziati a venire si moltiplicheranno, vista anche la particolare sensibilità dell'amministrazione Bush alle richieste avanzate in tal senso dalle lobby economiche statunitensi interessate alla penetrazione commerciale del mercato europeo. Una maggiore convergenza di interessi potrebbe realizzarsi nel campo delle sanzioni commerciali e di altro tipo imposte dagli Stati Uniti a paesi terzi e non sempre condivise dall'Europa, che, a più riprese, ha manifestato una forte insofferenza nei confronti di una politica ritenuta egocentrica ed arrogante. D'altra parte, Colin Powell ha dichiarato la necessità di abolire gran parte delle sanzioni di cui la diplomazia americana, in accordo con il Congresso, ha fatto largo uso nell'ultimo mandato presidenziale (75 Stati su 193 sono, ad oggi, sottoposti a sanzioni). Secondo il segretario di Stato esse hanno sortito scarsi effetti sul piano politico, come dimostra il caso dell'Iraq, e non sono state strumentali agli interessi del paese. Il fatto che il Congresso dal 1993 sia stato a maggioranza repubblicana implica che l'indirizzo a cui si vuole dare una svolta è di tipo bipartisan: tuttavia, anche in tal caso, esistono forti pressioni da parte delle lobby economiche (670 compagnie) le quali stimano in 20 miliardi di dollari la perdita di export che subiscono ogni anno a causa delle sanzioni di tipo commerciale. Riguardo ai rapporti dollaro-euro, molto dipenderà dall'evoluzione del quadro economico: il drastico rallentamento dell'economia statunitense, dopo otto anni di crescita ininterrotta, potrebbe preludere ad un deciso aumento del valore dell'euro a fronte di un ridimensionamento del dollaro. Ciò permetterebbe alla BCE di attuare una politica monetaria meno vincolata, soprattutto in materia di tassi d'interesse, alle decisioni prese dalla Banca centrale statunitense. Forte scetticismo esiste invece sulla possibilità che l'euro, almeno nel breve periodo, possa soppiantare, in tutto o in parte, il dollaro come principale moneta di scambio internazionale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sharon: difficile unità

sull'ardua strada

di una pace contesa

 

di Tommaso Paoluzi

Mercoledì 8 marzo, dopo un sofferto e prolungato periodo di gestazione, Ariel Sharon ha presentato il suo governo. Superato l'ultimo ostacolo, rappresentato dalla richiesta avanzata all'ultimissimo istante dal partito ortodosso Shas riguardante la proroga di due anni della legge che dispensa i religiosi dal servizio militare, il premier israeliano ha potuto presentare alla Knesset una maggioranza alquanto composita che comprende il Likud, i laburisti, l'estrema destra e gli immigrati russi che si ritrovano sotto le insegne del partito Israel Ba-Aliya, guidato da Natan Sharansky. Il partito nazional-religioso ha garantito, invece, il suo sostegno esterno. Nel nuovo governo di unità nazionale otto ministeri su un totale di 28 saranno presieduti da laburisti. La Knesset ha quindi approvato, con 72 voti a favore e 21 contro, uno schieramento che sembra frutto di una vera e propria alchimia politica piuttosto che di una scelta dettata da una sincera comunità di intenti. Lo stesso parlamento ha, tra l'altro, approvato la legge che abolisce l'elezione diretta del premier, cercando di eliminare un sistema che aveva il difetto di esporre il premier a pressioni che molti giudicavano come dei veri e propri ricatti: la possibilità di votare separatamente premier e partito non assicurava, infatti, la governabilità del paese.

A questo punto arriva per Ariel Sharon il momento di mettere in mostra le sue qualità di leader. Sono molti gli osservatori politici che rivelano forti dubbi, legati da una parte alla sua personalità e dall'altra ai suoi precedenti politici, sulla sua qualità di leadership. L'aver dato vita ad uno schieramento così eterogeneo potrebbe, in effetti, rivelarsi alla lunga logorante soprattutto alla luce di un programma che sembra essere fatto apposta per allargare il più possibile la base di consenso senza, tuttavia, soddisfare pienamente nessuna delle forze di maggioranza. Il rischio paralisi è paventato da coloro che non credono nella capacità di mediazione del premier. Secondo quest'ultimi saranno proprio le rivalità destra-sinistra a paralizzare il nuovo esecutivo. L'operazione di cosmesi, necessaria a rendere più presentabile alla controparte araba il nuovo governo, ha portato alla nomina di Shimon Peres a ministro degli esteri, e a quella della figlia di Yitzhak Rabin, Dalia, a vice ministro della difesa. Tuttavia, la presenza di alcuni falchi tra le fila del governo ha già provocato le reazioni degli Arabi. La Siria parla di "governo di guerra", mentre Hamas si è pronunciata per la continuazione dell'Intifada. Lo stesso leader del Fatah, Marwan Barghouti, si è espresso con toni duri: "l'Intifada continua".

Nel discorso di investitura alla Knesset, Sharon, sul piano interno, ha ribadito la sua disponibilità al dialogo condizionata alla fine delle violenze e del terrorismo. Pur ribadendo la indivisibilità di Gerusalemme in quanto capitale dello Stato ebraico, l'obiettivo dichiarato è quello di arrivare ad un accordo con la controparte mirante alla restituzione ai palestinesi del 50% circa dei territori occupati. All'impegno di non costruire altre colonie fa da pendant quello di ampliare le colonie già esistenti. Si tratta di un piano negoziale che difficilmente potrà esser fatto digerire ai vertici dell'Olp e su cui già da tempo Arafat ha espresso il suo categorico dissenso. Per il capo dell'Olp la ripresa dei negoziati deve avvenire sulla base delle intese già raggiunte con i precedenti esecutivi. In particolare è dagli accordi di Taba che il leader palestinese vorrebbe ripartire.

Sul piano estero, Sharon ha mostrato la sua disponibilità alla ripresa del dialogo con Siria e Libano, i due Stati arabi con cui Israele ha aperti una serie di contenziosi da cui dipende la stabilità e la pace della regione medio-orientale. Il prossimo 20 marzo Sharon volerà a Washington per incontrare il Presidente Bush e la nuova amministrazione repubblicana.