Ed è tempo di trarne le conseguenze. Poco importa che i giorni coincidano con l'avvio di un nuovo anno. Se è lecito coltivare ragionevoli speranze di un domani migliore, ciò può avvenire solamente attraverso una consapevole analisi del passato, valutando errori e problemi irrisolti e mettendo a punto opportune strategie operative per dar seguito all'impegno di una concreta ed efficace azione di rilancio. Bando al pessimismo, dunque, l'era del ritorno alla politica (con la P maiuscola, ovvero della teoria e della pratica che hanno per oggetto l'organizzazione e il governo dello Stato) è iniziata da poco meno di nove mesi. L'Italia è uscita, malconcia, dopo cinque anni di buio assoluto, dal lungo tunnel del berlusconismo imperante, dell'affarismo eretto a sistema di governo, delle vergognose leggi ad personam, della disastrosa esperienza della finanza creativa, in una parola dell'antipolitica, nell'aprile scorso, all'indomani delle elezioni per il rinnovo del parlamento che hanno sancito la vittoria della coalizione di centrosinistra. Una vittoria realizzata al fotofinish, malgrado la presenza di una forte maggioranza consolidata nel paese, a causa di una dissennata legge elettorale varata in extremis dalla destra, conscia della propria imminente sconfitta, allo scopo di rendere ingovernabile la nazione. Ma tant'è, contro l'arbitrio e la sopraffazione, ha vinto lo stato di diritto. Ha vinto l'Unione, maggioranza composita ma tesa al raggiungimento di obiettivi comuni, strutturata su un ampio arco di partiti - moderati, riformatori, ambientalisti e di sinistra costituzionale - alleati per restituire alla nuova Italia del bipolarismo, una prospettiva di sviluppo, di crescita, di progresso economico e sociale, coesa nella realizzazione di un unico programma discusso, elaborato e condiviso prima della chiamata alle urne degli elettori.

Nove mesi, il tempo di un gestazione, sono bastati al governo varato da questa maggioranza, presieduto da Romano Prodi (l'uomo che, alla testa di un precedente governo aveva traghettato, assieme a Ciampi, l'Italia nell'Euro salvando l'economia nazionale da un disastro annunciato) per adottare severe misure di risanamento. Si tratta di provvedimenti di estremo rigore - compendiati nella legge finanziaria - necessari per rimediare ai mali di un'eredità gravissima, quasi una bancarotta, prodotta da cinque anni di insipiente gestione politico-amministrativa dell'esecutivo pilotato da Silvio Berlusconi che ha lasciato un paese a crescita zero, con il debito pubblico che aveva cominciato a risalire vertiginosamente, ormai emarginato in Europa, colpito dal giudizio negativo e dallo scetticismo delle istituzioni internazionali, a cominciare dalla Commissione Ue, dalla Banca centrale europea, dalle agenzie di rating, dai mercati finanziari. Non solo.Mesi utili, anche, per ristabilire criteri di equità e di giustizia in una società dominata dalla logica esasperata del profitto, estranea ad ogni principio di solidarietà verso le fasce più deboli, ancorchè produttive, della popolazione, compresse e costrette a vivere in spazi emergenti e sempre più vasti di nuova povertà. Scelte indispensabili non solo per ovviare a inaccettabili condizioni di ingiustizia sociale, ma per realizzare i presupposti - assieme ad altre politiche non sempre ben comprese, purtroppo, da un'opinione pubblica troppo spesso disinformata e, quindi, qualche volta anche impopolari, come quelle che hanno introdotto strumenti per la lotta all'evasione fiscale e per la modernizzazione del paese, vedi le liberalizzazioni tese ad eliminare rendite di potere ed incrostazioni corporative che frenano la concorrenza - di un ordinato piano finalizzato ad un efficace sviluppo dell'economia. Altri provvedimenti - riconoscere i diritti delle coppie di fatto, che non significa umiliare la famiglia, ripristinare la legalità e l'autonomia della giurisdizione - sono stati e saranno opportuni per riaffermare il primato dello stato di diritto, dopo un quinquennio di un'angosciante parentesi sudamericana di stato ad personam. I primi risultati di questa responsabile azione di governo si sono già visti. I segnali del rigore introdotto dal ministro dell'economia, Padoa Schioppa, hanno prodotto risultati eloquenti come quelli che, in senso opposto, si erano manifestati quando il suo predecessore del governo di destra, Tremonti, aveva inaugurato la irresponsabile stagione dei condoni. Allora migliaia di contribuenti infedeli, certi di una sostanziale impunità garantita dallo Stato, sottrassero all'erario miliardi di risorse dovute; oggi hanno preferito pagare per evitare il rischio di pesanti sanzioni conseguenti a puntuali e inevitabili verifiche. Tanto che i conti pubblici, alla fine del 2006, hanno registrato un vero e proprio record positivo, con l'introito, nelle casse dello Stato, di 12 miliardi di euro in più del previsto. La contabilità dell'Iva è inequivocabile: l'impennata del gettito comincia a maggio-giugno, subito dopo l'insediamento del governo e con l'avvio della campagna contro l'evasione fiscale e cresce progressivamente fino a dicembre. Un dato sorprendente che ha dimezzato - nell'anno appena concluso - il fabbisogno del settore statale assestatosi a 35, 2 miliardi di euro contro i 60 dello scorso anno, dando luogo a una contrazione del 45 per cento (25 miliardi in meno di disavanzo). E tutto questo, va precisato, non è il frutto di un aumento delle tasse, è semplicemente la risultanza di una contribuzione resa con maggiore equità (forse sarebbe il caso di dire, con minore tasso di evasione) da chi negli anni addietro era passato indenne atraverso le maglie troppo larghe di un fisco scandalosamente arrendevole e accondiscendente. E lo scandalo non è rappresentato - come taluni sono propensi ad affermare - da quanto emerge da un confronto tra chi le tasse le paga tutte, fino all'ultimo centesimo, come accade per il lavoro dipendente, con trattenuta all'origine e chi, invece, viene lasciato libero di occultare la reale entità dei propri redditi e di versare meno, molto meno, del dovuto. Chi paga quanto gli compete compie solo il proprio dovere di cittadino onesto e consapevole di appartenere a una comunità civile. Chi non paga o sottrae una parte dell'imponibile, ruba, compie un reato grave nei confronti della comunità stessa, sottrae ad essa una quota di servizi primari e riduce il tasso di qualità della vita di ognuno di noi. Meno istruzione, meno sicurezza sociale, meno assistenza sanitaria, meno efficienza dei trasporti pubblici, meno ricerca, meno innovazione, meno formazione, meno sostegno alle attività produttive e chi più ne ha più ne metta. Questo è il triste bilancio ascrivibile al fenomeno dell'evasione fiscale, tanto più pesante quanto più quest'ultima è rilevante. Senza mettere in conto che - a fronte di un fabbisogno minimo richiesto dalla gestione complessiva dello Stato - l'evasore fiscale rende problematica o, addirittua impossibile, qualsiasi politica tendente alla riduzione delle tasse. Vale dunque ed ha sempre un reale fondamento lo slogan coniato dai padri del pensiero liberale, fautori di una democrazia progredita sorretta da una economia di tipo affluente, "pagare tutti, per pagare meno". E quando interessi particolari costituiti nel paese, antagonisti dell'interesse generale, forti di una massiccia copertura mediatica (ricordate il grande fratello?), riescono a prevalere, raccogliendo consenso popolare attraverso slogan qualunquistici e con motivazioni di facile suggestione populistica, allora maturano tempi grigi per la democrazia liberale e per le sorti economiche del paese. Come è avvenuto nella passata legislatura con un governo che ha varato leggi scellerate a vantaggio di pochi, che ha fatto una finanziaria (l'ultima di Tremonti) con tagli assurdi, 3 miliardi in meno alle ferrovie ed altrettanti in meno all'Anas, costringendo chi è venuto dopo (il ministero Prodi) a una supermanovra per evitare il disastro dell'economia.

La Finanziaria appena varata ha introdotto - come s'è detto - provvedimenti di estremo rigore, ha rimodulato le aliquote irpef portandole da quattro a cinque, qualcuno - chi ha redditi più alti - sarà sottoposto a qualche modesto aggravio di natura fiscale, altri troveranno i benefici di un fisco un po' più leggero. Ma in ogni caso non assisteremo a vistose differenze rispetto al passato. Dal 2008, lo promette il governo, le tasse tenderanno a diminuire per tutti, poichè le misure di risanamento contenute nella legge finanziaria avranno dato i primi rtilevanti risultati. Risultati che, comunque, dventeranno evidenti, in molti casi, a cominciare già dalle prossime settimane e indurranno gli osservatori più scettici, attestati su posizioni critiche, a mutare opinione. Con i conti in ordine, l'Italia potrà dare risposte rassicuranti sugli impegni assunti, sia alla Commissione Europea, sia alla Bce, sul rientro del deficit e sulla riduzione del debito. Agganciare la ripresa sarà d'ora in avanti meno difficile, e l'obiettivo della crescita - quello che Prodi avverte come una missione - appare finalmente in una prospettiva concreta e vicina. I vantaggi saranno palpabili per tutti. Ed è su questa nuova realtà che si fondano, ragionevolmente, le attese della coalizione di centrosinistra di un recupero di consenso da parte di quei cittadini che a causa di un difetto di comunicazione, in larga misura imputabile alla maggioranza stessa, dei demagogici polveroni sollevati da una opposizione incapace di confrontarsi sui temi veri della politica, non hanno colto fino in fondo il senso e la necessità della manovra economica da poche settimane trasformata in legge con il voto del Parlamento e nell'ambito della quale il Tesoro si appresta ad adottare aggiustamenti e modifiche in alcuni dettagli, per una più efficace razionalità operativa. mpostato il risanamento (che ne era l'indispensabile presupposto) è sopraggiunto il tempo di promuovere lo sviluppo e la crescita, che Prodi prevede sarà superiore al 2 per cento . La strada da seguire è segnata nel programma dell'Unione, condiviso e approvato, alla vigilia delle elezioni, da tutti partiti che ne fanno parte. Non vi sono, dunque, né vi possono essere, dissensi . Il "ritiro" di Caserta - come il premier lo ha definito - ha chiamato a consulto, nei giorni scorsi, nella reggia del Vanvitelli, tutti gli uomini di governo e i leader della coalizione. Ed è servito ad elaborare un'agenda per la crescita articolata in dieci punti, e a definire le priorità di intervento. Ricerca e istruzione, apertura dei mercati e difesa del cittadino consumatore, semplificazione amministrativa e tempi della giustizia, sviluppo del Mezzogiorno e attuazione del nuovo quadro comunitario, difesa del territorio e del mare, sviluppo delle energie rinnovabili, attrazione degli investimenti esteri, federalismo fiscale, ricerca di una maggiore equità sociale, apertura di un tavolo con le parti sociali per la modernizzazione delllo stato sociale, sono questi i capitoli dell'agenda. A conclusione del summit , sempre nella stessa sede, si è tenuta una riunione formale del Consiglio dei ministri che ha stanziato cento miliardi per lo sviluppo del Sud. Ma gli argomenti, tutti urgenti, della massima importanza e non rinviabili, sono anche altri, a cominciare dalla necessità di intervenire sulla previdenza per garantire un futuro sereno ai giovani che oggi si affacciano sul mercato del lavoro, per finire alle programmate liberalizzazioni. Omnia tempus habet, dicevano i saggi della Roma antica : ogni cosa a suo tempo. Ma i tempi non possono essere dilazionati all'infinito. A giugno è previsto un nuovo significativo appuntamento elettorale, per le amministrative, il primo dopo il cambio della guardia a palazzo Chigi. E sarà quella l'occasione per offrire agli italiani una seria occasione per valutare la "qualità" delle scelte operate dal centrosinistra. Scelte che il paese attende inutilmente da anni e sulle quali non sarà disposto a concedere sconti.