di Tommaso Paoluzi

La data di inizio del vertice dei sette paesi più industrializzati, e a cui anche la Russia di Putin è stata invitata (G 8), si avvicina mentre cominciano ad entrare nella fase più convulsa i preparativi volti ad assicurare la sicurezza delle delegazioni straniere. Dopo l'accordo raggiunto tra il capo della Polizia De Gennaro e la delegazione del Genova Global Forum, che consentirà l'accesso libero alla città di Genova attraverso le autostrade, i caselli di Levante e la stazione ferroviaria di Brignole, è ora necessario riscrivere il piano di sicurezza che dovrà tener conto delle aperture fatte dal Governo al popolo di Seattle. Al momento, nonostante gli sforzi compiuti dal neo-Ministro degli esteri Ruggiero, appare difficile che si arrivi alla stesura di un documento d'intesa congiunto tra il movimento anti-globalizzazione ed il Governo da portare al Vertice. D'altra parte, i gruppi più estremi non sembrano disposti al dialogo, non riconoscendo la legittimità del Vertice e delle eventuali decisioni che in tale sede potranno essere prese, e continuano a ribadire di non voler rispettare le restrizioni imposte dalle forze dell'ordine. In effetti, il rischio che si ripetano gli incidenti già avvenuti in Svezia in occasione dell'ultimo incontro tra i grandi della Terra è decisamente alto. Secondo le ultime stime dovrebbero essere circa 100.000 i contestatori che Genova dovrà ospitare tra il 20 ed il 22 luglio prossimi. L'impressione è che la discussione sul tema, pur importantissimo, della sicurezza stia drammaticamente distogliendo l'attenzione dai veri problemi che il Vertice si propone di affrontare. La contestazione, paradossalmente, sta facendo passare in secondo piano l'agenda delle questioni più urgenti su cui confrontarsi, rendendo, tra l'altro, il vertice blindato, distante. C'è il rischio concreto di una strumentalizzazione della violenza che, da una parte, può portare ad una sempre maggiore segretezza e blindatura dei prossimi incontri tra grandi e, dall'altra può incrementare la carica di aggressività dei movimenti anti-globalizzazione più estremisti che sembrano essere interessati più al confronto fisico piuttosto che a quello politico-economico. Ciò che più colpisce, sotto questo profilo, è non solo l'assenza di un progetto-programma tra le diverse anime del movimento, ma soprattutto la superficialità e il semplicismo del pensiero di alcuni tra i più noti portavoce del movimento stesso. Ciò, in definitiva, finisce per minare alle sue stesse basi la possibilità di avviare un dialogo realmente costruttivo sul processo di globalizzazione in atto. Ci troviamo in una fase dell'economia mondiale in cui la redistribuzione della ricchezza, della produzione, degli investimenti provoca delle modifiche formidabili sulle economie mondiali e, con esse, dei problemi di natura regionale, nazionale e globale. La globalizzazione rimette in discussione i sistemi di Stato sociale fin qui sperimentati, fa emergere nuovi assetti organizzativi nella produzione di beni, costringe a imponenti fenomeni di delocalizzazione industriale e di riallocazione delle risorse, scatena nuove forme di competizione tra paesi e tra aree economiche, introduce una netta distinzione tra lavoro qualificato e non, richiede una nuova struttura dei mercati del lavoro assegnando, specie nei paesi in via di sviluppo, un peso determinante all'investimento in capitale umano con processi di formazione continua. Sono, in effetti, gli stessi assetti sociali e di consumo che si consideravano ormai consolidati dai paradigmi delle economie industriali occidentali ad essere rimessi in discussione. E' chiaro che la globalizzazione, in particolare dei mercati finanziari, comporta una serie di nuovi problemi, non soltanto in termini di redistribuzione della ricchezza prodotta. Ciò vale, in particolare, per i paesi più poveri che attualmente continuano a rimanere esclusi, emarginati, dai flussi virtuosi del commercio internazionale che la globalizzazione, pur con tutte le sue storture, comporta. L'andamento dei mercati finanziari e dei cambi è forse la più problematica questione da affrontare: le transazioni giornaliere sui mercati dei cambi sono ormai quasi pari al totale delle riserve valutarie delle banche centrali. Le transazioni di origine finanziaria sono di gran lunga superiori alle transazioni di natura commerciale. Ciò spiega l'impotenza degli interventi delle autorità sui mercati. Si è ormai in presenza di un unico mercato finanziario globale il cui funzionamento mette in moto colossali flussi finanziari. Tutto ciò senza la presenza di una chiara ancora di riferimento in una realtà in cui operano con improvvisi mutamenti di tendenza investitori istituzionali e internazionali, speculatori, multinazionali che sono in grado di spostare in tempo reale quantità tali di risorse da provocare sconvolgimenti enormi, soprattutto nelle economie più deboli. Sono questi i temi su cui ci si deve confrontare. Prendendo atto che, lungi dall'accrescere la povertà, l'apertura ai mercati ha prodotto ricchezza proprio nei paesi più svantaggiati. Le migliori performance economiche realizzate da questi rispetto ad altri paesi che non ne hanno seguito l'esempio ne sono la conferma empirica. Certo, i processi di globalizzazione vanno governati. Ma è proprio questo il nocciolo della questione, poiché gli incontri G8 vanno proprio in tale direzione. Solo attraverso tali vertici, al di là della demagogia e della retorica di esponenti del movimento antiglobalizzazione come, ad esempio, il protezionista Bovè, si può cercare di mettere a punto un insieme di regole comuni, di governare gli eccessi di un capitalismo selvaggio e non solidaristico.