Obiettivo: destabilizzare gli stati arabi

Nel disegno di Bin Laden

la grande potenza islamica

Appello ai fondamentalisti del mondo musulmano per l'insurrezione dei popoli. La tenuta dei paesi arabi moderati diventa una esigenza fondamentale per l'Occidente e per il mondo libero.

di Tommaso Paoluzi

Mentre prosegue la campagna militare anglo-statunitense in Afghanistan, può essere utile fermarsi ad analizzare la molte dichiarazioni rilasciate da Osama Bin Laden agli organi di stampa. Due sono le riflessioni che si impongono. Da una parte, infatti, è ormai evidente come Osama Bin Laden abbia rivolto al mondo islamico nel suo complesso una vera e propria chiamata alle armi, rivendicando un ruolo di leadership per la sua "rete". Ciò significa che l'intenzione è quella di bypassare gli Stati per rivolgersi direttamente alle componenti fondamentaliste presenti in tutti i paesi musulmani. Qui sta la prima fondamentale differenza con quanto accadde nella guerra contro l'Iraq del 1991. In quella occasione, infatti, l'appello di Saddam Hussein fu rivolto agli Stati arabi nel tentativo di incrinare la coalizione che gli muoveva guerra. L'appello non venne raccolto anche perché ciò avrebbe significato riconoscere al dittatore irakeno una posizione di leadership in funzione Panaraba. Il teatro degli avvenimenti era, in tal senso, circoscritto al Medio-Oriente e ciò che in occidente si temeva era essenzialmente una rinascita di un Panarabismo di nasseriana memoria. Nella situazione attuale, al contrario, l'appello di Bin Laden può essere inquadrato all'interno di un fenomeno nuovo e molto più preoccupante, quello del Panislamismo. Ciò significa che il teatro degli avvenimenti si estende su di una scala quasi globale poiché destinatari dell'appello sono i fondamentalisti presenti in tutti gli Stati musulmani. Ora, dando un occhiata alla cartina geografica, ci si può rendere conto di quanto esteso sia il fronte islamico: esso parte dall Indonesia, passa per le Filippine e la Malesia, sale in Bangladesh si ricongiunge in Pakistan, con delle ramificazioni nella provincia cinese dello XjinJang, entra nell'area caucasica, coinvolgendo non solo l'Afghanistan ma anche le ex Repubbliche sovietiche, abbraccia tutto il teatro medio-orientale ed, infine, entra in Africa dove, oltre al Maghreb, interessa anche l'area del Corno dAfrica e la Nigeria. La chiamata alle armi, alla guerra santa, riguarda, quindi, un fronte che partendo dall'Indonesia, il più popoloso Stato musulmano al mondo, arriva fin al Marocco. In tale ottica, è chiaro che le dichiarazioni in favore della Palestina risultano essere meramente strumentali al progetto Panislamico. Daltra parte, altrettanto evidente, in tale disegno, appare il tentativo, posto in atto mediante i ripetuti appelli rivolti direttamente alle popolazioni, di provocare dei fenomeni di destabilizzazione del quadro politico di tutti quei paesi, non solo arabi, che esprimono delle élites governanti filo-occidentali e moderate. E tale azione dovrebbe spingersi fino alle sue estreme conseguenze. Dovrebbe, in altre parole, portare ad una situazione di disordine e di contestazione sociale e politica tale da favorire la caduta di quei regimi che non si riconoscono nell'interpretazione dell'Islam propria di Osama Bin Laden e dei suoi seguaci. Da questo punto di vista, quindi, Al Qaeda rappresenta una minaccia non soltanto per l'occidente a cui ha dichiarato guerra, ma anche per tutti gli altri Stati musulmani. Appare, infatti, evidente che lo scopo è quello di creare una nuova entità politico-religiosa-statuale che raccolga nella forma più estesa tutte le popolazioni musulmane del globo, dando un contenuto territoriale alla rete terroristica transnazionale slegato, tuttavia, dagli attuali confini nazionali. Si spiegano, allora, le immediate prese di posizione avutesi in quei paesi arabi che esprimono dei regimi di stampo laico-socialista o le cui dinastie regnanti non si riconoscono nel fanatismo religioso. Primo fra tutti la Libia di Gheddafi, il quale con le dichiarazioni rilasciate all'indomani dell'11 Settembre, ha ribaltato di 180 gradi la propria tradizionale linea di politica estera. Ma questo vale anche per altri Stati quali l'Algeria, l'Egitto, il Pakistan, la stessa Indonesia e per il Marocco e la Giordania. E vale, in misura diversa, anche per l'Iraq e per l'Iran. Entrambi i paesi, in effetti, hanno buone ragioni per guardare con una certa preoccupazione all'azione panislamica di Bin Laden. Il primo perché retto da un regime e da un dittatore che, nonostante l'appoggio dato al terrorismo e al di là delle dichiarazioni di facciata, rimane espressione di un socialismo arabo la cui matrice è essenzialmente laico-militare con una forte connotazione nazionalista. Ciò vuol dire che un qualsiasi disegno politico che si regga sul rifiuto della identità nazionale a favore di una identità panislamica non può non preoccupare nel lungo termine Saddam Hussein. Il secondo perché è retto da un regime che è espressione della componente sciita del mondo musulmano, mentre Bin Laden è legato ed è espressione della maggioritaria componente sunnita, tradizionalmente ostile alla prima sia sul piano religioso che politico. Le preoccupazioni iraniane erano già emerse in forma più o meno evidente all'indomani della creazione dell'Afghanistan talebano, quando il regime iniziò a denunciare l'appoggio dato a tale movimento non solo dal Pakistan, ma anche e sopratutto dallArabia Saudita, paese la cui dinastia è la custode dei luoghi santi e principale difensore dellortodossia sunnita. La sensazione vissuta a Theran è quella di un possibile accerchiamento, guardando all'Afghanistan talebano come ad una testa di ponte sunnita dell'Arabia Saudita in territorio caucasico. L'eventualità di una entità politica islamico-sunnita i cui confini si estendessero a tutta l'area caucasica con la possibilità di un raccordo con la penisola arabica in funzione panislamica non può, dunque, non preoccupare l'Iran. Ed è alla luce di tali preoccupazioni che vanno lette le dichiarazioni di condanna delle azioni terroriste di Al Qaeda rilasciate da Theran. Ciò che occorrerà verificare ora è fino a che punto le élites governanti nei paesi musulmani siano realmente rappresentative delle rispettive popolazioni. Il problema sta nel fatto che, forse, in occidente non si è tenuto conto del fatto che il fondamentalismo radicale alla Bin Laden possa godere di una base di consenso popolare più ampia di quella prevista e che, quindi, i rischi di destabilizzazione politica interna siano più gravi di quanto si potesse prevedere. Che poi tale consenso, a livello popolare, abbia trovato terreno fertile proprio nelle sacche più povere ed emarginate della popolazione è un fatto da non sottovalutare e che dovrebbe, in una strategia di lungo termine, essere tenuto in debita considerazione. Siamo, come si vede, di fronte ad un fenomeno geopolitico nuovo che è rivolto non solo contro l'occidente e ciò che rappresenta ma anche contro gli Stati-nazione musulmani, arabi in particolare. La tenuta dei regimi che governano tali Stati diventa, allora, una esigenza imperativa per l'occidente stesso. Di qui l'attenzione posta dall'amministrazione repubblicana statunitense sulle modalità mediante cui coinvolgere gli Stati musulmani nella coalizione anti-terrorista al fine di non incrinare i labili equilibri che regolano, al momento, la loro attività interna ed internazionale. Infine, sarà interessante notare come potrà evolversi, proprio in seno al mondo arabo, la contrapposizione tra il Panislamismo evocato da Bin Laden e la sopravvivenza degli attuali regimi arabi nella tradizionale forma degli Stati nazione. Dalla soluzione di questo conflitto in un senso o nell'altro dipenderanno, in ultima analisi, anche i destini del resto del mondo.