Vent'anni dopo a Palermo

come prima, più di prima

Politica, giustizia, affari, criminalità organizzata. Temi ed intrecci che continuano a rimanere in primo piano. In Sicilia, si dice, la mafia ha subito duri colpi, lo Stato ha smantellato buona parte della struttura economica che la sorregge, ha spezzato la rete fittissima delle connivenze, ha portato in luce le protezioni politiche che le hanno dato forza negli ultimi decenni. Ma la mafia, purtroppo, non è morta. Continua a manifestarsi e ad operare nella società civile, in Sicilia e altrove. Morto un papa se ne fa un altro. Lo Stato, con l'assidua dedizione di molti dei suoi servitori migliori, che hanno anche perduto la vita nella lotta contro la piovra, ha registratto indubbiamente, negli ultimi anni, una serie di clamorosi successi assicurando alla giustizia pericolosi delinquenti, boss di grande spessore, scoperchiando la pentola ribollente del malaffare e, spesso, delle complicità radicate nelle istituzioni. Ed ha vinto parecchie battaglie importanti. Ma non la guerra che è ancora in atto, con alterne vicende, mentre si assiste a un nuovo rilassamento morale, a una sorta di fatalistica rassegnazione. E' ormai lontano il tempo delle esaltanti mobilitazioni popolari, delle fiaccolate per le vie cittadine, della testimonianza civile di uomini e donne, delle veglie notturne davanti all'albero di Falcone. La grande stagione degli arresti e delle catture eccellenti, delle grandi inchieste giudiziarie, ha lasciato il posto a una risorgente vitalità del corpo mafioso, a un nuovo arretramento della politica, a un senso diffuso di frustrazione e di impotenza, di fronte a fatti gravi, come l'abusivismo edilizio capace di resistere e di trionfare sul rigore della legge, di fronte all'intimidazione dei magistrati inquirenti costretti alle corde da una nuova potente alleanza politico-affaristica, al riemergere di vecchi personaggi compromessi con il potere mafioso. Forse ha mutato volto, ma, nella sostanza, la mafia, con i suoi mille modi di essere, di camuffarsi, di agire, si prepara a vivere una rinnovata fase della sua esistenza.

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Chissà, forse si è dato troppo credito ai pentiti, si sono costruiti "teoremi accusatori" senza la necessaria approfondita valutazione degli indizi e delle prove, sta di fatto che per un Corrado Carnevale, giudice ammazzasentenze, assolto in primo grado e poi condannato in Appello perchè riconosciuto colpevole di concorso mafioso (con grave, esternato, disappunto di molti uomini autorevoli del nuovo governo Berlusconi), sono stati assolti con la formula dell'articolo 530 del Codice di procedura penale, comma secondo (una formula che si addotta anche quando la prova è insufficiente), dall'accusa di associazione mafiosa, prima il senatore Giulio Andreotti e poi (è cronaca di ieri) l'ex ministro Calogero Mannino. "Mi chiedo chi pagherà - ha detto commentano la sentenza, l'avvocato Carlo Taormina, oggi sottosegretario all'Interno, ieri difensore dell'ex ministro - per tutti, come per i giudici dovrebbe valere il principio che chi sbaglia paga". Ma la partita non è chiusa. "Per me la verità processuale arriva dopo tre gradi di giudizio" , ha replicato il procuratore Grasso. Si andrà in Appello? Chi vivrà vedrà. La vicenda giudiziaria di Mannino comunque non è in discussione, "le sentenze", ha detto uno dei pubblici ministeri, "non si commentano; leggeremo le motivazioni, ancorchè scritte con la penna rossa, blu o di altro colore". Ed è scontato che l'ex ministro ha diritto ad essere considerato innocente, fino a quando non interverrà una sentenza definitiva. Ciò non toglie che si possa e si debbano valutare le responsabilità politiche. Lo stesso Mannino lo ha auspicato. "Mi auguro - ha detto - che si avvii un dibattito politico su quello che mi è accaduto, che si analizzi la mia vicenda , magari discutibile, ma solo sul piano politico, non attraverso succedanei giudiziari". Ed è un dibattito che inevitabilmente, attraverso l'operato di uno dei maggiori protagonisti della vita pubblica siciliana e nazionale, non può non estendersi a un giudizio più complessivo su ciò che è stata e ciò che ha rappresentato la Dc nell'isola tra gli anni 80 e l'inizio del decennio successivo. Una Dc uscita dalla temperie giudiziaria più viva e vitale che mai e che oggi, con un successo elettorale senza precedenti, sotto la bandiera di Forza Italia, si ripresenta sulla scena politica con i suoi uomini vecchi e nuovi ad un tempo, come Totò Cuffaro, figlioccio di Mannino, eletto a furor di popolo alla presidenza della Regione. "In Sicilia, dopo una ventina di anni - commenta Attilio Bozoni su Repubblica - le cose tornano a posto come erano prima". E tra i provvedimenti dei primi cento giorni, Cuffaro ha deciso di elevare il gettone degli assessori regionali, portandolo da 5 a 15 milioni al mese. Politica vecchia? Può darsi, anche se a suscitare sconcerto e perplessità e a gettare un'ombra sinistra sulle elezioni del 13 maggio, sono soprattutto quei 61 seggi su 61 conquistati da Forza Italia in Sicilia, per il parlamento di Roma.Quei 61 seggi che hanno indignato un uomo giusto e votato al conforto dei sofferenti, come Don Ciotti, spingendolo ad esclamare, rispondendo a un'intervista televisiva, "vorrei chiedere alla Procura se non è il caso di aprire un'inchiesta".