Delineata l'impasse, esiste una soluzione?

E' difficile (senza Jaques Lacan)

il matrimonio psicanalisi-scienza

 

di Carmelo Licitra Rosa*

L'annoso dibattito, che periodicamente torna a riaccendersi intorno al confronto-contrapposizione fra psicoanalisi e scienza, ha imboccato ultimamente una direzione veramente interessante, giungendo rapidamente a isolare con inconsueta lucidità gli aspetti nodali della controversa quanto spinosa questione. L'articolo di Edoardo Boncinelli apparso sull'inserto de Il Sole 24 Ore del 20 febbraio 2000 ne riassume efficacemente i punti salienti e traccia con chiarezza lo spartiacque fra sostenitori più o meno appassionati e detrattori più o meno indulgenti. Sullo sfondo della domanda "Può la psicoanalisi aspirare a uno statuto scientifico?" emerge una impasse alla quale - in quel contesto - non si intravedono sbocchi.

1)Se si risponde di sì - e questa prospettiva annovera sin dal dopoguerra molteplici tentativi, soprattutto nel milieu americano - la psicoanalisi è invitata a svecchiarsi del suo logoro apparato mitologico (Edipo, metapsicologia) e a cercare di riformulare i suoi capisaldi dottrinali in un linguaggio rinnovato, preferibilmente mutuato dal discorso scientifico. Non è detto che l'impresa riesca, ed è per questo che l'auspicio di rinnovamento ha piuttosto il sapore di una sfida sul cui esito dovrà essere pronunciato il giudizio severo di istanze all'uopo legittimate (vincolante si rivela al riguardo il verdetto epistemologico, di solito poco benevolo a partire da sir Karl Popper). In molti hanno sperato e sperano sulle nozze fra psicoanalisi e scienza, indubbiamente per affrancarla dalla condizione di inferiorità in cui è relegata dall'uomo di scienza e per conferirle finalmente quella dignità necessaria a distaccarla nettamente e definitivamente da pratiche prescientifiche o troppo intrise di misterioso e di magico. Ma quale risultato ha prodotto, quasi sistematicamente, la promozione di questo ambizioso programma di scientificizzazione? Ebbene, uno snaturamento dell'identità della psicoanalisi nello sperimentalismo e nell'etologia, uno stemperamento della forza propulsiva dei suoi concetti in metafore energetiche e biologistiche, ma anche una totale e clamorosa perdita di incisività e di efficacia clinica.

2)Visti questi esiti fallimentari lo psicoanalista, il cultore, il teorico si ritraggono inorriditi e gridano: se è questo il risultato, niente scientificizzazione! Appoggiandosi allora sulla fortunata quanto datata partizione diltheyiana fra Scienze della natura e Scienze dello spirito, includono senza esitazione la psicoanalisi fra le seconde, sperando di salvaguardarne in questo modo - contro il ghigno dello scienziato, compiaciuto di tale ripiego - la dignità e la specificità. Ma a cosa si assiste di rimbalzo? A un riassorbimento della psicoanalisi nel grande calderone della psicologia dinamica o, quel che è peggio, dell'ermeneutica, figlia prediletta della fenomenologia e delle scienze del senso. Ancorché tutto questo non venga detto esplicitamente, lo si può agevolmente ricavare dalle argomentazioni elaborate negli occasionali Forum promossi da qualche illustre rivista. Il contraddittorio si snoda di solito in questi termini: La scienza? Per la psicoanalisi non è proprio il caso! Ma allora cosa le rimane? Beh, vediamo un po'... : ma sì, la ricerca del senso, l'interpretazione dei simboli, ecc... Insomma: la psicoanalisi non avrebbe nulla a che vedere con la scienza e l'unica funzione, funzione subordinata o ancillare, che può svolgere - peraltro non meglio di molti altri indirizzi che nel frattempo hanno popolato l'agone psicoterapeutico - sarebbe riducibile a un'incerta pratica, dagli effetti - perché no! - vagamente consolatori, che opera tramite lo sviluppo del senso!

Nell'un caso come nell'altro a cosa si approda? A null'altro che alla sparizione della psicoanalisi! Ed ecco così delineata l'impasse: da cui non esiste al momento alcuna speranza di tirarsi fuori a meno che non si faccia intervenire qualcuno, qualcuno che da questi dibattiti rimane di solito ingiustificatamente e stranamente estromesso: Jacques Lacan. Salvo mio errore, non mi sembra infatti che sia molto citato. Che sia da ascrivere agli effetti portentosi della censura dell'IPA, a questo punto veramente formidabile se è in grado di persistere da quel lontano 1963, anno in cui fu scagliata? Non siamo in condizioni di stabilirlo, anche perché sotto sotto nell'IPA si studia, si legge, si cerca di capire qualcosa di Lacan.

Ed è un vero peccato che Lacan non faccia capolino in queste diatribe. Innanzitutto perché si sarebbe potuta dimostrare l'insussistenza, almeno nel campo della psicoanalisi che si ispira a Lacan, di molti e risaputi pregiudizi: ad esempio, la presunta e infondata ritrosia a sottoporre a valutazioni comparative di tipo statistico-epidemiologico i risultati del lavoro clinico; la portata degli effetti clinici, che non consistono affatto in un'accettazione o convivenza col sintomo ma in una sua remissione o quanto meno in un suo tangibile sollievo; la pretesa incapacità di rispondere alle nuove esigenze della clinica, smentita dalle nuove pratiche per la cura del disagio infantile, dell'anoressia-bulimia e delle dipendenze (alcool e droghe) fondate sui modelli teorici lacaniani. In secondo luogo perché, a fronte della proverbiale asperità e oscurità dei suoi testi, il suo contributo è di altissima portata e, bisogna pur dirlo, allineato con le più avanzate frontiere dell'epistemologia contemporanea, al cui confronto le prese di posizione, non dico narratologiche e cognitiviste, ma anche neuroscientifiche peccano di ingenuità. Non potendo dilungarmi oltre mi limiterò a rinviare al testo La Scienza e la Verità, che chiude la raccolta degli Scritti di Lacan. Si tratta sicuramente di un testo difficile, ma grazie agli spunti di lettura che Jacques-Alain Miller ci ha consegnato nel suo corso di orientamento lacaniano tenuto all'Università di Parigi VIII, ormai quasi ventennale, possiamo esplorarne le straordinarie risorse. Vi troviamo espressi: l'audace oltrepassamento della dicotomia diltheyiana, che inaugura un originale ripensamento del concetto di scientificità non discriminativo verso la psicoanalisi che, addirittura impensabile nell'orizzonte precartesiano, diventa anzi una forma di "discorso" alternativa e complementare a quello scientifico; la tesi, sviluppata a partire da un'intuizione di Alexandre Koyré, che all'origine della Scienza Moderna bisogna situare una mutazione radicale della posizione soggettiva; la decisa professione antipsicologica e antiermeneutica, visibile nell'ardita e intentata operazione teorica che vede l'introduzione del concetto di causa - in un'accezione prossima a quella humiana - in seno alla logica del significante. Come si vede dunque una ricchezza di spunti e di provocazioni teoriche veramente ragguardevole, della cui assenza nei dibattiti bisogna veramente rammaricarsi. Senza dire che solo su questa piattaforma la psicoanalisi potrà avere una chance di sopravvivenza, affrancata dall'abbraccio mortale con la psicologia e con una pratica del senso che, in quanto tale, non conosce fine. Analisi terminabile o interminabile? &endash; si chiedeva Freud nel 1938, preoccupato del prolungamento indefinito delle cure. Terminabile - rispondiamo noi - grazie all'apporto di Lacan, che unico ne ha saputo fare teoria.

*Psichiatra, Psicoterapeuta

Professore a contratto di Psichiatria

nella Scuola di specializzazione in Psichiatria

dell'Università Cattolica di Roma