Attilio Gaudio, il romanzo di una vita

Impegno civile e passione

nel vortice della storia

 

di Guido Nicosia

"Se un uomo vuole vivere una giornata felice sposa una donna. Se vuole essere felice tutta la vita coltiva un giardino". Evoca la saggezza di una antica massima cinese, Attilio Gaudio, giornalista-scrittore giramondo, concludendo il libro che compendia la storia della sua esistenza avventurosa, iniziata a Milano, negli anni della grande crisi, cullando il sogno mazziniano della "Giovine Italia". Un sogno che lo porta, adolescente, a scegliere la strada della Resistenza, in Valle d'Ossola e che lo spinge, via via, ad inseguire, oltre frontiera, il miraggio esaltante della "Giovane Europa". Parigi, la grande metropoli che accolse i fuoriusciti perseguitati dal fascismo, la città che ospitò Nello e Carlo Rosselli, è la meta agognata, rappresenta agli occhi del diciassettenne emigrante, l'ideale di libertà, di fraternità, di eguaglianza. Ma la necessità di sopravvivere, ogni giorno, con pochi soldi in tasca e senza un lavoro sicuro, gli procura le prime brucianti delusioni. Il sogno si stempera nei quotidiani affanni di una realtà dura, anche per chi, come lui, può dirsi temprato dalla esperienza partigiana, consumata sui monti impervi durante una gelida stagione di guerra. Gaudio, tuttavia, non appartiene alla schiera dei "vinti". Non rinuncia a combattere la sua precoce battaglia. Spende le poche ore libere dalla ricerca di un approdo sicuro, dedicandosi allo studio della lingua francese; sfoglia i libri stando seduto su una panchina del Lungosenna mentre osserva, ammirato, i battelli che si incrociano sul fiume. Non rinuncia a "vivere qualche giornata felice" e, forse senza neppure rendersene conto, comincia ad allestire uno straordinario "giardino", destinato ad accogliere essenze rare e meravigliosi fiori esotici. Giorno dopo giorno, faticosamente, resistendo alle suggestioni esistenzialiste di certi amici sodali della "repubblica delle idee" che aveva preso a frequentare sulla rive gauche, il giovane partigiano della Val d'Ossola non si lascia cogliere dalla "nausea di vivere" e pensa a costruire il suo futuro. L'Università, la laurea in scienze antropologiche alla Sorbona, l'insegnamento e, infine, la professione giornalistica, intesa come occasione di impegno intellettuale militante. Sono altrettante tappe della conquistata emancipazione. Redattore dell'Agenzia giornalistica Ansa alla sede di Parigi, Gaudio esperto di scienze sociali, umanista, inizia una straordinaria carriera di giornalista-esploratore. Da un continente all'altro osservatore attento e scrupoloso della vicenda drammatica delle popolazioni africane, dei moti di rivolta delle regioni centroamericane, dei conflitti che scuotono l'Asia, ricerca le cause di ogni tragedia umana. E i suoi reportage diventano autentici documenti di testimonianza civile e politica. Le interviste ai grandi protagonisti, l'incontro con Castro, il racconto della conoscenza del Che Guevara, la descrizione del viaggio nel Tibet, le peregrinazioni in Libia, in Algeria, nel Marocco, attraverso il Sahara occidentale, sono, assieme a tanti altri, i capitoli avvincenti di questo ultimo libro ("Una vita nel ciclone della storia", dalla lotta partigiana al Terzo Mondo) che Gaudio ha scritto per le edizioni "L'Harmattan Italia"; e sono i "fiori" più belli e colorati di quel "giardino" che ha coltivato incosciamente. E del quale, giunto ora alla meritata quiescenza, comincia ad avere sentore, anche se la perenne inquietudine del suo essere vagabondo lo induce a interrogarsi: dove dovrò crearlo quel giardino per essere felice?

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Attilio Gaudio, "Una vita nel ciclone della storia" (dalla lotta partigiana al Terzo Mondo), L'Harmattan Italia, 413 pagine, lire 52000.

 

 

 

 

 

 

 

 

L'utimo libro di Tim Winton

Un viaggio nella psiche

per ritrovare l'amore

Tim Winton è uno dei più importanti scrittori australiani contemporanei. Nato a Perth nel 1960, vive con la moglie e tre bambini in una casa sulla spiaggia di Freemantle, in una delle zone meno popolate dell'Australia. Oltre a raccolte di racconti e volumi per bambini, ha pubblicato An Open Swimmer (1982), Shallows (1984), Cloudstreets (1991). Di Tim Winton Fazi Editore ha già pubblicato Quell'occhio, Il cielo, Blueback e Nel buio dell'inverno.

L'ultima opera letteraria di Winton, presentata dallEditore Fazi alla presenza dell'autore al Festival-Letteratura di Mantova e già in libreria, ha per titolo "I cavalieri" (The riders) ed è la storia di un avventuroso viaggio in Grecia, Francia e Italia, ma soprattutto nell'ossessiva psiche di un uomo alla ricerca di una donna scomparsa nel nulla e di un passato che non potrà più tornare. E' un libro avvincente. E qualcuno lo ha definito un caso letterario. E' una vicenda di fantasmi che vengono a tormentare i ricordi e i rapporti di una rivelazione cercata in luoghi e tra persone al tempo stesso straniere e familiari: di una redenzione trovata in una volontà determinata ad andare avanti. Epico, tenero e violento al tempo stesso, I cavalieri, finalista al Booker Prize, è il racconto struggente ed indimenticabile di come un amore possa distruggere un uomo e di come solo un altro amore possa salvarlo.

La storia. In un aeroporto irlandese Fred Scully aspetta con ansia larrivo dall'Australia della moglie e della figlia di sette anni. Dopo un lungo vagabondaggio attraverso l'Europa, immagina adesso una nuova vita, la possibilità di ricominciare tutto daccapo con la sua famiglia in un vecchio cottage ristrutturato durante le settimane trascorse da solo in Irlanda. Ma qualcosa d'imprevisto accade: sua figlia esce inspiegabilmente sola dalle porte a vetri del terminal e la vita di Scully scivola lentamente in un incubo.

Tim Winton, I cavalieri (The Riders): Fazi Editore, Roma, Via Isonzo 42c

 

Intervista all'editore Elido Fazi sulla cultura australiana

La rivelazione di un giovane scrittore

che è diventato un caso letterario

 

di Rodolfo Fiorilla

 

Da anni la casa editrice Fazi guarda con crescente interesse al mondo letterario anglosassone. Quali sono i filoni che avete privilegiato e che hanno maggiormente attirato l'attenzione dei lettori italiani?

C è molto interesse in Italia verso la letteratura di lingua inglese post-coloniale. Mi riferisco a paesi come l'Irlanda, l'Australia, il Canada, il Sud Africa e la Nigeria, la cui letteratura in lingua inglese presenta delle caratteristiche particolari e che sta riscotendo da noi un buon successo.

 

Una delle ultime opere che avete pubblicato è il romanzo di Tim Winton, I Cavalieri. Winton è un giovane autore australiano peraltro non nuovo al nostro pubblico. Qual è la particolarità di questo scrittore, visto nell'ottica italiana, e come è stato accolto il suo libro?

Winton è uno scrittore che a noi piace molto e penso che egli sia uno degli autori più interessanti della nuova letteratura non solo australiana. Di lui abbiamo già pubblicato quattro libri; quello che è appena uscito in libreria è appunto I Cavalieri. La caratteristica di Winton è quella di essere un autore che sa unire raffinatezza e semplicità. Egli sa introdurci molto bene in quella singolare esperienza che rappresenta il bush australiano, concetto per noi difficilmente inquadrabile, ma che si completa con un'attenzione per i fenomeni di urbanità e di internazionalità ricollegabili a tutto ciò che succede nel mondo. Winton si dimostra senz'altro una figura affascinante e credo di poter affermare che, in questo momento, egli si collochi fra i migliori scrittori in assoluto sulla scena mondiale.

 

Sappiamo che è uno scrittore molto amato nel suo paese, di cui ci ha dato, nei suoi racconti, un'immagine per molti aspetti ancora sconosciuta in Italia, soprattutto se guardiamo alle sue straordinarie risorse creative. Si può parlare di un'originalità che sta emergendo rispetto ad un passato di dipendenza storico-coloniale dellAustralia alla cultura europea?

Si. Perché Winton, in quanto australiano non si sente né americano né inglese né europeo. Possiede delle caratteristiche che lo contraddistinguono in quanto la sua formazione non è basata soltanto sulla cultura dei classici, del canone occidentale, ma anche sulla cultura indigena di cui ha molto rispetto , cioè degli aborigeni e delle loro usanze. Anche se Winton è di origine inglese egli dimostra di aver acquisito una profonda sensibilità dell'ambiente australiano che riesce a trasmettere in maniera assai particolare. E lo si capisce leggendo i suoi libri in cui le descrizioni del paesaggio fisico, della natura, sono sempre in primo piano ed influenzano il suo modo di pensare che lo rende diverso rispetto alla nostra cultura.

 

Nell'immaginario collettivo degli europei, l'Australia così come la Nuova Zelanda è sempre stata associata ad un concetto di lontananza. Oggi, forse grazie anche alle Olimpiadi, questo continente ci appare più vicino, più a portata di mano, meno misterioso. Qual è il nuovo collante che, attraverso la letteratura, può aiutarci a scoprire meglio i contenuti ed i significati della cosiddetta australianità?

Per noi l'Australia è lontana perché è geograficamente molto lontana. Solo di recente in Europa abbiano cominciato a conoscere la cultura di questo paese, attraverso il cinema, attraverso le opere di alcuni scrittori e adesso, con le Olimpiadi, stiamo rendendoci conto di una realtà, quella del popolo aborigeno, di cui si sapeva poco o nulla. Il che ci aiuta a capire meglio da un lato comè fatto questo paese e dall'altro in che direzione va il suo futuro. Non dimentichiamo che l'Australia è una nazione ricca, ancora poco popolata, e con una qualità della vita molto più alta della nostra non foss'altro perché ogni abitante ha a disposizione un numero di chilometri quadrati di gran lunga superiore a quello dei cittadini europei. Non ci era chiaro, in passato, cosa significasse essere un paese totalmente multiculturale, ci appare più comprensibile oggi che cominciamo a conoscerne meglio la letteratura e la sua produzione cinematografica. Quando si parla di australianità ci si riferisce a quel concetto di mateship, ossia di cameratismo che ha le sue radici agli inizi della storia australiana, all'epoca dei primi deportati i quali sentivano il bisogno di solidarizzare stabilendo tra di loro rapporti di forte calore umano. Di qui è derivato, nell'ultimo secolo, quel modo speciale degli australiani di rapportarsi agli altri basato sull'amicizia, sull'informalità e su una grande apertura mentale.