La folla montante degli antiglobal

indica il limite politico del vertice

Ma il movimento di contestazione per rendersi credibile

come interlocutore deve dare contenuti positivi alla protesta,

per poter interagire con i problemi della mondializzazione

non possono bastare dei semplici slogan

 

 

di Tommaso Paoluzi

Un morto, più di trecento feriti ed un bilancio politico estremamente modesto. Gli scontri che si sono verificatisi nel corso del vertice G 8 hanno evidenziato quanto sia profonda la divisione che separa i capi di Stato e di Governo dei paesi più industrializzati dal movimento antiglobalizzazione. I vertici politici del G8 si sono, comunque, trovati d'accordo sull'importanza di promuovere un dibattito pubblico aperto verso gli esponenti della società civile su quelli che appaiono essere i problemi chiave della globalizzazione. Hanno convenuto sulla necessità di cercare delle soluzioni innovative fondate su di un approccio che tenga conto degli apporti che possono venire dalla società civile e dal settore privato, promettendo di "ricercare una cooperazione rinforzata ed una solidarietà con i paesi in via di sviluppo, fondata su una responsabilità reciproca per combattere la povertà". Allo stesso tempo, sono stati presi accordi in merito all'organizzazione del prossimo vertice, che si terrà in Canada e che sarà caratterizzato da un cerimoniale decisamente più contenuto e modesto nella forma. Nel comunicato finale, al di là dell'alleggerimento del debito (in particolare con l'iniziativa HIPC a favore dei paesi maggiormente indebitati) per un totale di 53 milioni di dollari a fronte di un debito iniziale di 74 milioni di dollari, è stato presentato un piano per l'Africa che intende creare un partenariato con l'intero continente proponendo una serie di strumenti mediante cui accrescere gli investimenti privati, il commercio intra-area e verso l'estero, migliorare la sanità pubblica e l'educazione, lottare contro la fame e la corruzione. A margine è stato anche istituito un Fondo terapeutico volto a finanziare la lotta contro le malattie trasmissibili, in particolare l'AIDS, di 1,3 miliardi di dollari. Proprio il Piano per l'Africa costituirà uno dei punti chiave del prossimo vertice e si inspirerà alla dichiarazione congiunta realizzata dal Presidente sudafricano Thabo Mbeki e da quello senegalese Abdoulaye Wade in cui si afferma l'importanza, ai fini dello sviluppo, di principi quali la democrazia, la trasparenza, il buon governo, lo Stato di diritto ed il rispetto dei diritti fondamentali dell'uomo. Per contro, i capi di Stato e di governo non hanno potuto fare altro che constatare, una volta di più, il loro disaccordo in merito al problema del surriscaldamento climatico, così come risulta dal documento finale stesso. In realtà, nonostante le dichiarazioni rilasciate ed i toni ottimisti riguardanti i risultati del vertice, appare chiaro come ciò che è accaduto al di fuori della zona rossa abbia in qualche modo aperto una breccia nel Palazzo Ducale dove si svolgevano i lavori e fatto prendere coscienza ai partecipanti al vertice di come non sia più possibile ignorare le rivendicazioni, peraltro ancora molto confuse nella sostanza, del movimento antiglobalizzazione. Quest'ultimo è bene che per presentarsi in modo credibile come interlocutore sviluppi al più presto una discussione al suo interno che tenga conto non solo dell'ala più estremista e demagogica, ma anche dei contenuti che intende dare alle sue posizioni contro la globalizzazione. Non basta indottrinarsi di slogan e fare ricorso a tematiche anticapitalistiche di maniera. Serve una reale conoscenza delle dinamiche economiche, finanziarie, politiche, sociali che caratterizzano il periodo storico che il mondo sta attraversando per poter interagire efficacemente con problematiche globali che certo non si risolvono a colpi di slogan. Non solo, ma ancora di più si è rivelata la sostanziale inadeguatezza e obsolescenza dei vertici G8 come strumenti in grado di far fronte ai crescenti problemi che l'interdipendenza economica comporta. Ed è proprio questo aspetto che forse non è stato sottolineato abbastanza. Il G7, ora G8, nasce come risposta dei paesi occidentali alla crisi petrolifera del '73-74 ed era uno strumento volto al coordinamento delle politiche economiche resosi necessario per affrontare e cercare di ridimensionare i costi della politica del rialzo dei prezzi del petrolio portata avanti dai paesi OPEC. L'evoluzione in senso sempre più globale che ha caratterizzato il sistema economico mondiale negli ultimi 20 anni ha, tuttavia, costretto, in un certo senso, i paesi industrializzati ad affrontare tematiche e problemi di formidabile importanza in una sede che non era stata concepita per tale scopo e che non ne aveva, comunque, gli strumenti. Di qui l'inadeguatezza di una serie di vertici che appaiono oramai superati e che, tutto sommato, non fanno altro che mettere in evidenza quello che è il problema principale che da qualche anno sta investendo tutte le principali istituzioni economico-finanziarie internazionali, in primis FMI e Banca Mondiale. Ciò che occorre è un ripensamento sulla struttura e l'organizzazione che si sono date a tali istituzioni e, parallelamente, ai vertici stessi. In queste sedi gli Stati non riescono ad emanciparsi dall'interesse nazionale e questo frena qualsiasi iniziativa di carattere solidaristico globale. Gli Stati nel momento in cui affrontano tematiche quali il sottosviluppo oscillano tra una visione solidale dei problemi che emergono e, al tempo stesso, una visione che risente fortemente degli interessi particolari di cui, in quanto Stati rappresentanti di esigenze nazionali specifiche, essi sono portatori. Il sostanziale fallimento, avvenuto all'indomani della fine dell'era bipolare, del tentativo di rilancio dell'ONU, forum realmente sovranazionale e quindi per sua stessa natura sede ideale di confronto e di soluzione di problematiche globali, ha ulteriormente complicato una situazione che, per quanto sia difficile da risolvere, va comunque affrontata con delle armi nuove. In sostanza, o si procede ad un profondo ripensamento delle strutture e degli strumenti mediante cui tentare di risolvere le crisi e le sfide che la globalizzazione comporta o l'occidente, e con esso il resto del mondo, si troveranno su di un binario morto.