La retromarcia innestata dalla nuova amministrazione repubblicana in tema di ambiente sta ormai producendo i suoi effetti non soltanto sul piano internazionale, ma anche sul piano interno. Quello che si profila all'orizzonte del panorama verde statunitense sembra essere un vero e proprio terremoto destinato, secondo il movimento ecologista, a spazzare via tutte le conquiste ottenute negli ultimi venticinque anni. In altre parole, siamo di fronte ad un vero e proprio roll back della politica ambientale interna a cui si lega un isolazionismo ambientale sul piano internazionale. Che Bush fosse intenzionato a rivedere molte delle scelte di politica ambientale interna compiute dalle precedenti amministrazioni democratiche era largamente prevedibile. Più sorprendenti, invece, appaiono le reazioni da parte dei tradizionali alleati, in primis Unione Europea e il Giappone, alla ufficializzazione del rigetto del Protocollo di Kyoto, firmato nel 1997. In realtà, su Kyoto, la posizione della nuova amministrazione può considerarsi come continuativa di quella precedente. Già nel 2000 il Senato USA aveva respinto la ratifica dell'accordo per la graduale riduzione dei gas nocivi nell'atmosfera, ratifica necessaria ad impegnare giuridicamente il paese, mediante un voto quasi unanime che aveva visto insieme democratici e repubblicani. Sullo stesso piano si erano poste anche diverse associazioni sindacali, tra cui principalmente l'AFL-CIO, preoccupate dalle ricadute negative in termini di occupazione che le misure previste a Kyoto avrebbero potuto determinare. Ancora, sono molti gli osservatori che ricordano le lunghe empasse negoziali susseguitesi nei vari vertici determinate dalle posizioni cavillose e reticenti delle delegazioni statunitensi incaricate di discutere l'attuazione di ciò che era stato deciso a Kyoto. Era stata proprio l'amministrazione Clinton, con una buona dose di pragmatica ambiguità, a bloccare i negoziati chiedendo che, all'interno del Protocollo di Kyoto, l'energia nucleare fosse inserita tra i meccanismi destinati a promuovere lo sviluppo di tecnologie energetiche efficienti nei paesi del terzo mondo. Ciò sulla base della considerazione che tale tipo di energia dovesse essere considerata come facente parte di quelle pulite e rinnovabili. La successiva presa di distanza su questo tema da parte del candidato Gore è apparsa più frutto dell'esigenza di recuperare, nel pieno della campagna elettorale, quella parte dell'elettorato verde che stava volgendosi verso Nader, piuttosto che espressione di una vera e propria scelta ambientalista. Se, quindi, sul piano internazionale la decisione di non procedere alla ratifica degli accordi di Kyoto appare per molti versi come espressione di una bipartical policy, frutto anche delle pressioni degli ambienti economici, decisamente più interessanti appaiono le posizioni della nuova amministrazione in materia energetica sul piano interno. Quella che Bush ed il suo staff si preparano a varare è, in effetti, una svolta destinata a suscitare uno scontro frontale con i movimenti ecologisti e l'opinione pubblica ambientalista del paese, pronti a lanciarsi in una vera e propria crociata ecologica.

La dichiarazione di guerra lanciata dall'amministrazione repubblicana è contenuta nel National Energy Security Act - 2001. Elaborato dal senatore Murkovski e approvato dal senatore Spencer Abraham, ministro dell'energia e vecchia conoscenza dei movimenti ecologisti che si sono opposti ferocemente alla sua nomina accusandolo di essere legato a doppio filo alle industrie petrolifere, questo progetto di legge traccia in maniera sistematica le linee di intervento che l'amministrazione Bush si propone di attuare. E, in effetti, c'è di che allarmarsi. Alla base della svolta energetica vi è un misto di considerazioni che tengono conto, da una parte, della sostanziale instabilità del teatro medio-orientale i cui effetti si ripercuotono, assieme alle decisioni in sede OPEC, sulla bolletta petrolifera, dall'altra, del rallentamento in atto della locomotiva statunitense e della grande crisi energetica che da qualche mese colpisce la California. Su tali considerazioni si innestano poi le pressioni delle grandi lobby industriali americane e, in particolare, delle compagnie petrolifere e del gas che hanno generosamente finanziato la campagna elettorale di Bush (10 milioni di dollari secondo il Center for Responsive Politics). Tuttavia, è analizzando nel dettaglio il progetto di legge che si capisce la portata devastante che questo potrebbe avere in termini di impatto ambientale. Accanto agli incrementi dei sussidi alle industrie petrolifere, del gas e del carbone e agli incentivi volti a stimolare la ricerca, la produzione e l'esplorazione che, occorre dirlo, erano in parte previsti anche dalla precedente amministrazione, sussistono una serie di misure decisamente preoccupanti. Tra di esse: l'apertura all'esplorazione di petrolio e gas dell'Arctic National Wildlife Refuge; la limitazione dell'autorità del Bureau of Land Management e del Forest Service Authority in materia di valutazione dei progetti di sfruttamento ed esplorazione mediante la delega agli Stati federali di alcuni poteri decisionali riguardanti progetti con significativo impatto ambientale sui Territori Federali e concessione agli stessi della facoltà di controllare i diritti di perforazione di tali Territori; l'indebolimento delle normative anti inquinamento per gli impianti energetici alimentati a carbone e a petrolio rendendo di fatto inefficace il Clean Air Act del 1970, così come emendato nel 1990, vera e propria "bestia nera" delle industrie statunitensi; la previsione di differenti standards anti inquinamento per le varie raffinerie nei diversi Stati e, infine, l'incremento dei sussidi alle industrie nucleari e la costruzione di nuovi impianti nucleari. Ed è proprio su quest'ultimo punto che vale la pena di puntare l'attenzione. Il National Security Act 2001, infatti, assegna al Ministro dell'Energia il compito di realizzare una dettagliata relazione su come "incrementare la produzione e l'uso interno di petrolio, gas naturale, carbone ed energia nucleare". Dopo aver definito l'energia nucleare come un "combustibile rinnovabile" il progetto di legge richiede che il Presidente della Nuclear Regulatory Commission prepari un rapporto sullo stato della produzione di energia nucleare del paese e sulle possibilità di incrementare tale produzione tramite il potenziamento degli impianti esistenti e la costruzione di nuovi reattori nucleari. Naturalmente, il progetto di legge specifica come i sussidi agli impianti e la creazione di nuovi reattori nucleari andranno finanziati mediante crediti di imposta, prestiti e finanziamenti dei contribuenti. Tutto questo quando è dal 1975, ben 11 anni prima della tragedia di Chernobil, che negli Stati uniti non vengono rilasciati permessi per la costruzione di impianti nucleari. L'incidente nucleare della Three Mile Island, avvenuto nel 1979 ad un impianto in Pennsylvania, aveva in seguito contribuito a corroborare tale scelta.L'impressione che si ricava da tale analisi è quella di trovarsi di fronte ad una amministrazione che si appresta a fare del rilancio del nucleare un vero e proprio cavallo di battaglia.

Già nel corso della campagna elettorale, in effetti, erano emersi segnali in tale direzione. Come ha fatto pragmaticamente notare il portavoce della Casa Bianca Ari Fleischer, è vero che Bush durante la campagna elettorale non aveva inserito lo sviluppo dell'energia nucleare nella sua piattaforma energetica. Ma è vero anche che non l'aveva esclusa. D'altra parte, analizzando il team incaricato di occuparsi della questione energetica dal neo Presidente, si scopre che questo era formato da 63 amministratori di grandi imprese produttrici di energia, da un esperto di rendimento energetico e da nessun rappresentante esperto di energie rinnovabili. E' poi intervenuto il vice Presidente Dick Cheney, il quale lo scorso 21 marzo, parlando a proposito della mancata ratifica degli accordi di Kyoto, ha dichiarato che " se si vuole agire contro le emissioni di diossido di carbonio occorre costruire impianti di energia nucleare poiché questi non emettono tale tipo di gas, così come non emettono alcun tipo di gas che provochi l'effetto serra". Cheney ha poi sottolineato come sia intenzione della nuova amministrazione sviluppare una strategia di lungo termine in grado di assicurare al paese la "sicurezza energetica", valutando a fondo e senza condizionamenti l'opzione nucleare. La stessa amministrazione sottolinea come, secondo delle stime effettuate dal National Energy Institute, i costi di produzione negli impianti di energia nucleare siano in assoluto più bassi rispetto a quelli di qualsiasi altra fonte di energia elettrica, compresi carbone, petrolio e gas naturale. Al momento, 103 impianti di energia nucleare soddisfano il 20% del fabbisogno di energia elettrica del paese. Sempre il National Energy Institute sottolinea poi come si stia formando nell'opinione pubblica statunitense una corrente di pensiero favorevole ad un rilancio dell'utilizzo dell'energia nucleare per uso civile. In effetti, sono molti coloro che ritengono le misure ambientaliste pericolosamente restrittive anche in considerazione dei black out che colpiscono sempre più frequentemente la California, uno dei più grandi Stati della Federazione.

In realtà, l'opzione nucleare sembra essere legata a doppio filo alla serie di provvedimenti decisamente antiecologici che la nuova amministrazione si appresta a varare. In tal senso, Bush starebbe valutando la possibilità di ottenere un trade off tra ambiente e nucleare facendo della politica ecologica merce di scambio con il Congresso. Si tratterebbe di proporre una marcia indietro su alcune delle misure che più preoccupano gli ambientalisti in cambio dell'indebolimento della normativa che impedisce la costruzione di nuove centrali nucleari. Tutto ciò nella convinzione che il nucleare potrebbe risolvere in tempi relativamente brevi il problema energetico senza aumentare le importazioni di petrolio o dover ricorrere allo sfruttamento di aree protette come l'Alaska. Ma non è tutto. Dietro alla presa di posizione in materia da parte di Bush e del suo entourage potrebbero nascondersi altre valutazioni. E' noto come uno dei punti fermi dell'amministrazione Bush sia quello di voler rimodellare l'apparato militare di difesa mediante un massiccio reinvestimento di fondi al fine di ripristinare la superiorità assoluta statunitense. La strategia della casa Bianca, messa a punto nelle sue linee guida dal ministro della difesa Rumsfeld e da Colin Powell, è stata presentata da Bush nel suo discorso agli Stati maggiori tenutosi a Norfolk, in Virginia. Accanto alla ripresa del progetto riguardante lo scudo antimissile, per colpire e prevenire efficacemente gli attacchi di paesi ostili gli USA destineranno enormi flussi finanziari al rinnovamento delle forze armate. Lo scopo è quello di renderle più efficienti, flessibili e rapidamente dispiegabili nelle aree di crisi. Ufficialmente il progetto prevede una riduzione delle testate nucleari (da 7500 a circa 2000) per poter risparmiare risorse da investire nelle nuove tecnologie, in particolare raggi laser in grado di colpire a lungo raggio e contromisure elettroniche in grado di neutralizzare missili nemici con estrema precisione e a distanze sempre più ampie. La nuova strategia prevede anche una svolta nel settore ricerca e sviluppo che dovrebbe consentire la messa a punto di nuovi sistemi d'arma. Per rendere operativa la nuova "dottrina" militare, il bilancio stabilito per la Difesa supera i 300 miliardi di dollari annui. Tuttavia, sono molti gli analisti che, al di là delle dichiarazioni ufficiali, ritengono insufficiente una tale quantità di fondi. Ciò alla luce di alcune considerazioni. Innanzitutto, è vero che le Forze armate degli Stati Uniti possono ancora svolgere la funzione che è loro affidata, combattere due guerre su vasta scala contemporaneamente su due fronti diversi mantenendo al tempo stesso una capacità di deterrenza utile a dissuadere chiunque dallo sfruttare tale situazione. Tuttavia, esistono una serie di elementi sufficienti ad indicare un notevole e crescente gap del potenziale strategico in riferimento alle sfide del prossimo futuro. L'apparato tecnico ed i concetti di impiego militare sono rimasti ancorati alle strategie della seconda guerra mondiale. La proiezione di potenza è lenta (settimane o mesi per il rischieramento operativo). I mezzi vulnerabili (portaerei classiche) e inadatti. Gli stessi strumenti di colpo chirurgico sono facilmente eludibili, come ha dimostrato il conflitto con la Serbia dove non sono stati colpiti più di 40 carri armati nemici nonostante le migliaia di missioni aeree. Per tale ragione il Pentagono ha delineato una serie di nuovi requisiti di deterrenza, dissuasione e conduzione della guerra. I principali sono: proiezione istantanea della massima potenza utile ad eliminare un potenziale bellico nemico nel minor tempo possibile; eliminazione delle capacità nucleari e biochimiche del nemico: a fronte dell'aumento numerico delle piccole e medie potenze proliferanti gli Stati Uniti non possiedono ancora una capacità di distruzione preventiva e sicura dei loro arsenali. A questi si deve poi aggiungere un requisito ecologico e umanitario: l'arsenale USA non può restare dotato di armi sporche che uccidono troppi nemici e contaminano l'ambiente (Iraq), poiché ciò crea dissenso interno ed internazionale. Tale limite potrebbe essere compensato da un raffinamento delle tecniche di demonizzazione, ma in un sistema di stampa libera è azione rischiosa e aleatoria. Occorrono, quindi, armi e concetti di impiego che siano, contemporaneamente, di superiorità totale, a letalità modulabile e a basso impatto ambientale. Questo implica il salto di una generazione nell'evoluzione dei sistemi bellici, così come sottolineato con forza da Bush nel corso della campagna elettorale. Gli Stati maggiori, in questi ultimi anni, non sono stati in grado di soddisfare tali requisiti producendo soluzioni innovative perché impegnati dalla priorità di mantenere attivo il vecchio arsenale nell'eventualità di dover combattere con i mezzi esistenti due guerre su fronti diversi. Cosa che ha impegnato tutto il bilancio della Difesa più nel finanziamento del presente che nella costruzione di una maggiore capacità futura. Se questa è la situazione, è chiaro che gli USA si trovano di fronte ad un problema tecnicamente molto complicato che fino ad ora non è apparso in tutta la sua complessità grazie alla presenza di avversari dal potenziale militare non all'altezza. Ma, come gli stessi esperti militari ammettono, è in corso a livello globale un riarmo generalizzato. La Cina ha optato dal 1996, rinunciando al principio del deterrente minimo, per un programma teso ad imprimere una svolta qualitativa al proprio arsenale nucleare. India e Pakistan sono ormai vere e proprie potenze nucleari, mentre almeno altri dieci paesi lo sono in modo nascosto. A ciò si deve aggiungere il fiorente mercato che rende possibile il trasferimento di tecnologie distruttive a bassi costi anche ai paesi emergenti. Insomma, nonostante le dichiarazioni ufficiali, rilasciate anche recentemente da Bush, che lascerebbero intendere un sostanziale ridimensionamento dell'apparato bellico nucleare statunitense, risulta difficile credere che a fronte di uno scenario globale sì fatto l'amministrazione repubblicana intenda realmente perseguire una tale strada. Al contrario, è prevedibile che in uno scenario di lungo periodo le direttrici del riarmo statunitense, improntate in sintesi alla riorganizzazione di ogni strato militare per poter garantire nell'insieme la superiorità assoluta, seguiranno un doppio binario. Da una parte, la realizzazione di una piattaforma spaziale a raggio totale e lo sviluppo di tecnologie elettroniche; dall'altra, l'evoluzione del sistema di armi ad energia con in primo piano le munizioni sub nucleari dotate dello stesso effetto di distruzione di quelle atomiche, ma prive di effetti contaminanti e ad impatto concentrato. Lo sviluppo di un tale programma strategico e militare, soprattutto quello riguardante lo scudo spaziale, richiederà nei prossimi anni un enorme quantità di flussi finanziari. E la coperta è troppo corta. Appare, infatti, difficile che il budget previsto per la Difesa sia sufficiente a sostenere, da un lato, le sfide che il potenziale strategico USA dovrà sostenere nel prossimo futuro e, dall'altro, a rispettare la priorità del mantenimento "attivo" del vecchio arsenale. In poche parole, le risorse finanziarie, pure ingenti, non sembrano adeguate ad un tale sforzo. Ed ecco, allora, che si fa strada un interrogativo: e se il rilancio del nucleare per scopi civili, in particolare l'incremento dei sussidi e degli incentivi per la ricerca nucleare, nascondesse il tentativo di finanziare per via indiretta proprio il binario riguardante l'evoluzione dei sistemi di armi ad energia?

Tommaso Paoluzi