Una nuova chance per il Centrosinistra

L'Ulivo vince la sfida dei sindaci

ed è una grande vittoria politica

 

di Guido Nicosia

Se c'è un dato che emerge, a latere delle elezioni - le politiche del 13 maggio e le più vicine di domenica scorsa che hanno impegnato nel confronto del ballottaggio i candidati sindaco di alcune grandi città, tra le quali Roma, Napoli, Torino - è certamente quello che connota la scarsa capacità di analisi, la tendenza ad indulgere al luogo comune, a trascurare il contenuto politico, a perdere di vista la realtà dei numeri, da parte di molti commentatori, editorialisti o presunti tali. E' sufficiente una affermazione vuota e insignificante, lanciata nell'arengo, per dare la stura a una subcategoria di giuizi, per perpetuare l'onda concentrica, ripetitiva e insensata, dell'"eco degli imbecilli", come Proust definiva la canea di chi fa propria, senza averne capito il senso (per incapacità critica o per pigrizia), una allocuzione che senso non ha. Hanno cominciato i direttori di alcune testate giornalistiche, domenica sera, durante lo speciale elezioni mandato in onda da Rai 3, in collegamento con Abacus che anticipava il responso delle urne comunicando le proiezioni del voto. Dal fluire delle percentuali, via via riferite a un numero sempre maggiore di sezioni scrutinate, prendeva corpo e sostanza il successo virtuale della coalizione di centrosinistra, confermato poi dal risultato reale dello spoglio definitivo. Come valutare quel riscontro, per certi versi non scontato, a solo quindici giorni di distanza dalla vittoria conquistata dalla Casa delle libertà nella consultazione legislativa? "Nessuna meraviglia", l'unanime risposta venuta dagli smaliziati osservartori della realtà politica del paese. "Un conto sono le votazioni per il rinnovo del parlamento, un conto quelle per la nomina dei sindaci e dei consiglieri. Non è legittimo stabilire alcun parallelismo. E non azzardiamoci a parlare di rivincita. "Nessun municipio - incalza Paolo Franchi sul Corriere della Sera di lunedì - può valere la guida del paese e nemmeno esserle paragonato, seppure alla lontana". Questa volta si è trattato "di una prova elettorale - prosegue l'editorialista del quotidiano milanese - in cui contano moltissimo, oltre agli schieramenti politici e ai programmi generali, la credibilità, l'esperienza, l'appeal dei candidati. E' una opinione e può essere condivisibile. Ma perchè mai gli elettori dovrebbero tener conto della fiducia ispirata dai candidati sindaco e non curarsi affatto di questo aspetto votando per un nome, non più inserito come all'epoca della legge elettorale proporzionale, in una lista di trenta o quaranta candidati , bensi in una casella uninominale? Non è quest'ultimo candidato, alla stessa stregua di quello designato per la guida del Comune, destinato a ricevere dall'elettore una delega personale per rappresentare chi lo invia alla Camera o al Senato? E poi, quali sono stati i "programmi" (attribuendo a questo termine un significato non solo lessicale) presentati dal Polo durante la campagna elettorale? Quali non sono stati, invece, i programmi presentati dall'Ulivo? E perchè, in occasione di precedenti (e limitate) elezioni amministrative lo stesso commentatore aveva scritto che "si tratta si di una consultazione locale, ma data la forte contrapposizione tra i due poli, con alta valenza politica" ? Per Franchi si tratta, evidentemente, di interrogativi oziosi. Egli si limita a constatare che il Centrosinistra ha di sovente avuto successo nella competizione amministrativa "perchè è sempre riuscito a mettere in campo candidati forti" (ma molti di questi stessi candidati non hanno forse partecipato anche alle elezioni politiche?). E aggiunge, con mirabile coerenza di ragionamento: "Fortissimo nelle campagne elettorali politiche, in cui sin dal '94 Silvio Berlusconi fa la parte del leone, per le elezioni dei sindaci il centrodestra fatica oltre misura a selezionare candidati in grado di vincere, persino quando il clima politico è più che favorevole". Che dire, infine, a proposito della "sconfitta netta (anzi nettissima) " subita dal centrosinistra che avrebbe dovuto generare un senso di scoramento tra gli elettori tenendoli a casa in gran numero? Vedremo più avanti perchè non si è trattato, per l'Ulivo, di una "sconfitta netta (anzi nettissima)", ma di tutto l'assunto e del ragionamento contenuto nell'editoriale del "Corriere", la riflessione di Franchi pare questa volta centrata e pertinente: "Non è andata davvero così, non c'è stata smobilitazione, anzi. La riconquista di Roma, Napoli e Torino può avere un effetto positivo ed entro certi limiti sdrammatizzante sul confronto assai difficile che sta per aprirsi nella sinistra", anche se, proseguendo, il commento torna a farsi contorto, cedendo alla tentazione di quella famosa eco proustiana: "sarebbe un errore per l'Ulivo, ragionare come se, dopo aver perso il 13 maggio, avesse vinto ieri la partita di ritorno".Ma che ci azzecca, come dice nel suo linguaggio contadino l'ex Pm di Mani Pulite salito con troppa presunzione alla ribalta della politica. Perchè perdere tempo ed intelletto in sterili sofismi e in vacue esercitazioni dialettiche? La realtà è molto più semplice e lineare e si puo riassumere in pochi punti e in poche cifre che dimostrano perchè l'Ulivo è uscito sconfitto il 13 maggio e perchè, invece, è uscito vittorioso il 27 dello stesso mese nei ballottaggi per i sindaci di tre grandi città. Nessuno contesta la legittimità della vittoria conseguita dal Polo nelle elezioni generali, nessuno si sogna di parlare di rivincita per il risultato positivo registrato dal centro sinistra domenica scorsa. Sono argomentazioni false, fuorvianti. E tuttavia bisogna respingere, come pretestuoso e infondato il tentativo di dare diversa lettura e diversa valutazione dei due momenti elettorali. Gli elettori sono gli stessi, e le indagini demoscopiche hanno già fatto il punto sulla composizione professionale e sociologica del voto. Gli interessi in campo sono plurimi e rapidamente mutevoli, conta perciò la capacità politica di unificarli attorno a un'idea forte, foss'anche illusoria. A premiare l'unità provvede poi il meccanismo della legge elettorale. Berlusconi lo ha saputo fare il 13 maggio, l'Ulivo ha recuperato in corsa quindici giorni dopo. La verità è solamente questa. Del resto - lo ha rilevato con una acuta analisi su "La Repubblica" Eugenio Scalfari - se si vanno a interrogare i numeri si ha la conferma che la vittoria della destra si deve alla capacità di aggregazione (il Cavaliere ha messo assieme il diavolo e l'acqua santa) e non già alla quantità di consensi. "Sarà bene richiamarli quei numeri - scrive Scalfari - affinchè servano di "memento" e stimolo alle élite politiche che hanno maldestramente perso la partita:

1°) La casa delle libertà ha ottenuto il 44 per cento del voto popolare alla Camera e il 43 al Senato. Nel voto proporzionale raccolto dai partiti, la cdl ha ottenuto il 49,5 per cento, nettamente di più dei consensi riscossi col sistema maggioritario nei collegi. Ciò significia - annota ancora Scalfari - che un notevole numero di elettori ha votato nel proporzionale per un partito di centro destra ed ha invece votato i candidati dell'opposto schieramento nei collegi uninominali.

2) Il voto proporzionale che maggiormente ha premiato il centro destra, è stato tuttavia inferiore di quattro punti percentuali e di 1.610.000 voti in cifre assolute rispetto al 1996 sommando insieme il Polo e la Lega.

3) Nel '96 Polo e Lega sommati insieme ottenero il 52 per cento dei voti nei collegi uninominali a fronte del 43-44 per cento del 13 maggio; l'arretramento è stato dunque di 8-9 punti.

4) Sul fronte dell'Ulivo è avvenuto un fenomeno del tutto inverso: sommando insieme all'Ulivo i voti di Rifondazione e quelli di Di Pietro, il 13 maggio si ottiene infatti un risultato del 48 per cento, largamente superiore a quello della casa delle libertà. Si deduce da queste cifre che la maggioranza degli elettori ha votato contro il centro destra anche se lo ha fatto in modi che hanno regalato all'avversario una clamorosa vittoria.

Merito politico per Berlusconi e demerito per i suoi avversari, certo. Ma chi può obbiettivamente parlare, in presenza di questi dati che non ammettono interpretazioni di parte, di "sconfitta nettissima", di "sonora batosta inflitta dagli italiani" al centrosinistra? Perchè insistere nel non voler ammettere, con aprioristico rifiuto, la possibilità che due settimane di riflessione abbiano consentito al centrosinistra di serrare le fila, di realizzare una maggiore unità, una ritrovata coesione, almeno all'interno del corpo elettorale, a tal punto da poter dare avvio, sia pure in breve tempo, ad una inversione di tendenza? Che senso ha volere escludere che il voto per l'elezione dei sindaci di tre grandi città non possa e non debba avere una forte connotazione politica? "Oramai - scrive Massimo Giannini su "La Repubblica" - anche in Italia il consenso va e viene e ci vuole niente per dilapidarlo". Farebbe bene a tenerne coto, forse, anche Berlusconi, mentre si appresta a varare il suo nuovo governo. E faranno bene a tenerne conto, soprattutto (considerando il lusinghiero successo della Margherita) i leader dell'Ulivo. "Sarebbe un grave errore - osserva ancora Giannini - se dopo questo segnale di tenuta e di vitalità politica, il centrosinistra tornasse a dividersi proprio sui modelli di aggregazione e sulle persone". E' una preoccupazione seria, chi può permettersi di sottovalutarla?

Guido Nicosia

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Il 26 febbraio scorso, i ministri degli Esteri dei 15 stati membri dell'Unione Monetaria Europea hanno firmato il Trattato di Nizza, negoziato durante il corso della Conferenza intergovernativa cionclusasi il recente 11 dicembre 2000.Comincia ora il processo di ratifica del Trattato che potrebbe durare, secondo le previsioni, diciotto mesi. Il nuovo testo opera delle modifiche al precedente Trattato di Amsterdam, firmato il 2 ottobre 1997 ed entrato in vigore nel maggio del 1999. La parte più rilevante del Trattato di Nizza riguarda la definizione del funzionamento delle istituzioni comunitarie in vista dell'allargamento ai dieci paesi dell'Europa centrale ed orientale ( paesi PECO) e a Malta, Cipro ed alla Turchia. In ogni caso, l'Unione dovrà, conformemente alle conclusioni dei Consigli europei di Helsinki e Nizza, essere in grado di accogliere a partire dalla fine del 2002 i nuovi Stati membri che saranno pronti. Il processo di allargamento, cominciato nel 1993 con il Consiglio europeo di Copenaghen che definì i criteri politici ed economici dell'adesione all'UE, darà vita ad un' Unione con più di 100 milioni di nuovi cittadini. Benchè sia stato ribadito come i 13 paesi che hanno richiesto l'adesione partano, in linea di principio, da una posizione di parità, le diverse realtà economiche e politiche di tali paesi pongono l'Unione di fronte a sfide istituzionali e politiche senza precedenti. La prima tornata di adesioni potrebbe aumentare di oltre un quarto la popolazione europea e farle raggiungere i quasi 500 milioni, tuttavia il Pil totale aumenterebbe, secondo le stime fornite dalla Commissione, al massimo del 5%. L'allargamento rappresenta, quindi, un'occasione economica e politica: favorirà gli scambi e le attività economiche dando nuovo slancio allo sviluppo e all'integrazione dell'economia europea nel suo complesso, mentre l'adesione di nuovi Stati aumenterà il peso e l'influenza politica dell'Unione sulla scena internazionale. Tuttavia, è chiaro a tutti come sul piatto della bilancia rimangano da chiarire aspetti essenziali circa l'integrazione nelle strutture e nei programmi comunitari esistenti. In particolare due sembrano essere i punti critici su cui dovrà lavorarsi al fine di raggiungere una intesa: la Politica Agricola Comune e la ripartizione dei Fondi Strutturali.

I settori dove si sono registrate le modifiche più consistenti ai precedenti Trattati sono quattro: dimensione e composizione della Commissione; ponderazione dei voti al Consiglio; estensione del voto a maggioranza qualificata; forme di cooperazione rafforzata. Le modifiche apportate alla composizione della Commissione e la ponderazione dei voti saranno applicabili dal 2005, mentre la nuova composizione del Parlamento europeo si applicherà a partire dalle elezioni del 2004. Per i paesi candidati che aderiranno prima di queste date, i trattati di adesione dovranno quindi fissare il numero di deputati europei, di commissari, di voti al Consiglio che saranno loro attribuiti, nonché il tipo di maggioranza qualificata, sino all'entrata in vigore delle nuove regole.

Per quanto riguarda la Commissione, dal 2005 Italia, Francia, Germania, Spagna e Gran Bretagna perderanno un commissario. A partire dal collegio che entrerà in funzione all'inizio del 2005, la Commissione sarà, dunque, composta da un commissario per ciascun Stato membro. Gli Stati membri più popolati perderanno la possibilità di proporre un secondo commissario. Dalla prima Commissione che sarà nominata quando l'Unione comprenderà 27 Stati membri, il numero dei commissari sarà inferiore al numero dei membri stessi, che saranno scelti sulla base di una rotazione egualitaria. Le modifiche investiranno anche il Presidente della Commissione i cui poteri saranno rafforzati. Potrà decidere l'organizzazione interna della Commissione, attribuire le responsabilità dei membri della stessa e modificarle nel corso del mandato. Inoltre, nominerà, dopo l'approvazione da parte del collegio, i vicepresidenti di cui il Trattato non fissa più il numero. Infine, i diversi membri della Commissione saranno costretti a presentare le dimissioni se il Presidente, previa autorizzazione del collegio, gliele richiede. Il sistema di voti attribuito in Consiglio a ciascun paese è stato anch'esso modificato con una procedura di difficile comprensione. Il numero di voti è stato aumentato per tutti gli Stati membri, tuttavia, il Trattato ha inserito un criterio demografico che favorisce i paesi più popolosi, in particolare la Germania. I cinque Stati membri maggiori per popolazione disporranno, in un'Unione di 15 Stati, del 60% dei voti (oggi è del 55%).

Il Trattato di Nizza estende, in certa misura, anche il campo dell'adozione di decisioni a maggioranza qualificata. In particolare, tra le più importanti disposizioni che passano alla maggioranza qualificata sin dall'entrata in vigore del Trattato di Nizza vi sono: la cooperazione economica finanziaria e tecnica con i paesi terzi; le misure che agevolano la libera circolazione dei cittadini dell'Unione; la cooperazione giudiziaria e civile; la politica industriale. E' da notare come la Conferenza intergovernativa abbia identificato cinque settori chiave (fiscalità, politica sociale, politica di coesione, politica in materia di asilo e immigrazione e politica commerciale comune) in cui il passaggio alla maggioranza qualificata è parziale e, in alcuni casi, differito. Stesso discorso vale per i Fondi strutturali e i Fondi coesione, dove il passaggio è stato differito al 2007, nonché per l'adozione dei regolamenti finanziari. La revisione del sistema attuale delle cooperazioni rafforzate è stata introdotta sulla base della diffusa opinione che le regole in materia fossero troppo rigorose. L'orientamento che è prevalso nel corso dei negoziati è quello secondo il quale gli Stati membri che non intendono o non possono partecipare a una cooperazione rafforzata non dovrebbero avere la facoltà di ostacolare l'azione altrui. La sensazione generale è che in un'Unione allargata, con un alto grado di differenziazione economica e geografica, il meccanismo delle cooperazioni rafforzate in ambito istituzionale sarà tanto più necessario se l'Unione intende crescere. In tale ambito, è stato, quindi, facilitato il ricorso ad una più stretta integrazione tra un numero ristretto di paesi, almeno otto, escludendo, tuttavia il settore della difesa. Non sarà più, dunque, necessaria la maggioranza degli Stati membri. La possibilità di attivare questo meccanismo è stata prevista anche nel settore della Politica Estera e di Sicurezza Comune (PESC), in vista di un'azione comune o di una posizione comune. La cooperazione non può, tuttavia, riguardare questioni militari o attinenti alla difesa.

Diversi e contrastanti sono stati i commenti riguardo al Trattato di Nizza. Questo, frutto di un lunghissimo negoziato in cui la battaglia è andata avanti a colpi di veti incrociati tra Francia Germania e Spagna, ha suscitato un largo numero di critiche, soprattutto da chi rimprovera ai leaders europei di non aver fatto assumere all'Unione una più marcata identità politica. La stessa Carta dei diritti fondamentali, nonostante sia stata approvata dai capi di Stato e di Governo, non essendo stata inserita nel Trattato, non ha potuto assumere carattere costituzionale, così come da molti auspicato. In realtà, sono numerosi gli osservatori che ritengono che non sia stato fatto tutto il possibile e che il funzionamento dell'Europa a 27, alla luce delle molte lacune che ancora rimangono a livello politico e giuridico, sarà estremamente difficile e laborioso.