Contro le discriminazioni sul posto di lavoro una norma a difesa dei più

deboli introdotta da una direttiva europea tutela gli orientamenti sessuali

 

Mobbing ed emarginazione

fino a che punto sanzionati?

 

Giuristi e sociologi, in un libro denuncia, criticano il decreto

legislativo 216/2003 sulla parità di trattamento in materia

di occupazione e di condizione di lavoro.

 

 

Di Luisella Nicosia *

Finalmente qualcosa si muove sul fronte avanzato della difesa dei diritti civili. Il dibattito sulla tutela della dignità del lavoro si fa, in qualche modo, più serrato. Ad offrire un importante contributo e ad aprire nuovi orizzonti alla disciplina antidiscriminatoria, ha senza dubbio provveduto l'attuazione, da parte del decreto legislativo del 9 luglio 2003, n 216, della direttiva comunitaria sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizione di lavoro. E a rendere produttivo il confronto, nell'ambito della discussione e della elaborazione giuridica, su quel tema , interviene, in ordine di tempo, un libro, il primo testo italiano che esamina l'argomento della discriminazione fondata sull'orientamento sessuale (un aspetto primario e, a un tempo negletto, della tematica complessiva) nel diritto del lavoro. Il libro, pubblicato dalla editrice Ediesse, con la prefazione di Guglielmo Epifani, curato da Stefano Fabeni e Maria Gigliola Toniollo, sviluppa una importante e ampia analisi - articolata attraverso numerosi saggi di eminenti studiosi italiani e stranieri, giuristi, sociologi - che partendo, per l'appunto , dalla citata direttiva quadro europea, esplora i vari aspetti di diritto sostanziale e procedurale della nuova disciplina introdotta dal decreto legislativo 9 luglio 2003 e le sue implicazioni rispetto al diritto sindacale, al diritto e alla giurisprudenza europei e degli altri paesi dell'Unione europea, alle correlazioni di carattere sociologico. Ma tant'è, l'occasione appare propizia per fare il punto sulla realtà di una condizione che interessa la quotidianità di molti lavoratori.

Si è parlato - e si continua giustamente a parlare - in questi ultimi tempi , di un fenomeno che ha assunto le caratteristiche di una vera e propria calamità sociale: è quello del "mobbing", ovvero dell'insidioso e subdolo attacco subito dall'individuo sul posto di lavoro che si manifesta con pesanti tentativi di annientamento della dignità personale, con ingiustificate discriminazioni, con l'emarginazione, con il disconoscimento delle valenze professionali e lo svilimento delle mansioni proprie e specifiche del lavoratore. E' una sindrome che investe ogni settore di attività, che ha coinvolto massicciamente anche ambienti di peculiare prestazione intellettuale. Non sono indenni neppure le redazioni giornalistiche. Le motivazioni di chi promuove l'aggressione - sia esso un pari grado (in quel caso si tratta di mobbing orizzontale), sia un superiore in linea gerarchica (e si tratta di mobbing verticale) - sono quasi sempre finalizzate ad indebolire la condizione operativa del soggetto prescelto, a squalificarlo fino ad ottenerne il licenziamento. Le conseguenze sono gravi, sul piano psicologico, invasive come sono della sfera morale, e sul piano fisico per le inevitabili ripercussioni nell'ambito somatico che portano a scaricare su un organo o altro componente organico uno stato di disagio psichico , soprattutto di tipo nevrotico , col conseguente insorgere di una patologia a danno della parte coinvolta. E la casistica è ai giorni nostri così diffusa al punto di far assumere al fenomeno, come s'è detto, la portata di un'autentica malattia sociale. Inoltre, il ventaglio delle modalità di aggressione si è talmente allargato che forse occorrerà anche riflettere sulla nozione di molestie e la relazione tra mobbing classico e discriminazione. Se nel recente passato le vittime predestinate sembravano essere soprattutto le donne, oggetto di molestie sessuali, di sconvenienti avances e, quindi, di vili ritorsioni a fronte di reazioni assolutamente negative, oggi, in epoca di frenetica e inarrestabile competizione sociale, a dover fare i conti col "mobber" (con il "mostro", come lo definisce una efficace allegoria) sono più in generale tutti i soggetti deboli (deboli per mitezza di carattere, per scarsa caratura di "potere", per estrazione sociale, per pesante afflizione di pregiudizio) uomini, donne, giovani e meno giovani: non c'è più differenza. E, neanche a dirlo, nel mirino sono finiti i "diversi", in primo luogo gli omosessuali.

Ma quali sono le possibilità di difesa ? Nell'assenza di una normativa specifica è stato il giudice fino a qualche anno fa a sanzionare l'offesa inferta ad ogni singolo lavoratore, alla stregua della legislazione più generale che prevede la tutela della dignità morale e della integrità fisica della persona umana. Sono state pronunciate sentenze esemplari. E tuttavia incerto e difficile è sempre apparso l'iter di un procedimento giudiziario per mobbing, troppo esposto (in carenza di legge ad hoc e di consolidata giurisprudenza) alla discrezionalità, alla valutazione soggettiva e all'influenza del bagaglio culturale di ogni singolo magistrato giudicante. A colmare, almeno in parte e in linea di principio, il vuoto legislativo su una materia tanto importante è intervenuto il decreto 9 luglio 2003, n° 216 che ha attuato - lo abbiamo visto - nell'ordinamento italiano la direttiva europea 2000/78 sulla parità di trattamento in materia di occupazione e di condizione di lavoro. Una direttiva che per la prima volta introduce, in aggiunta ad ogni altro comportamento discriminatorio, il divieto di discriminazione (ed è un fatto di rilevante significato civile) fondato sull'orientamento sessuale. Ci sarebbe da riflettere parecchio sulla circostanza - osserva Guglielmo Epifani, segretario generale della CGIL - che soltanto l'adempimento a un obbligo comunitario abbia indotto il legislatore italiano a introdurre una protezione che già da parecchio tempo faceva parte del corpus giuridico di diversi paesi europei e occidentali. Ed è questa, nella sostanza, la premessa a una lettura critica del provvedimento governativo (il decreto legislativo 216/2003) che rappresenta un recepimento minimalista della direttiva e che, a tratti, arriva ad ignorare se non a distorcerne l'impianto complessivo. E' quanto il libro, ovvero gli autori dei diversi saggi in esso contenuti, si propongono di porre in evidenza, segnalando al di là della manifesta volontà del governo di sfruttare in chiave restrittiva tutte le zone di indeterminatezza possibili della direttiva europea, quegli elementi tecnici di novità e quegli spazi che pure sono presenti nel decreto, e che possono consentire una interpretazione conforme alla norma europea a vantaggio di lavoratori e lavoratrici. "E' pertanto urgente aprire un dibattito - affermano i curatori dell'opera collettanea, Fabeni e Toniollo - sugli strumenti da introdurre non solo per ridefinire e completare l'attuazione della direttiva 2000/78, ma per andare oltre la direttiva stessa allo scopo di dare piena efficacia alla disciplina sulla parità di trattamento. L'esperienza della normativa in materia di parità uomo-donna potrebbe costituire un importante elemento di spunto".

Il libro, dunque, persegue vari scopi. E si propone importanti obiettivi. In primo luogo, come s'è detto, quello di promuovere un dibattito giuridico che, coinvolgendo eminenti giuristi , porti all'attenzione della dottrina e più in generale degli operatori del diritto, la questione della discriminazione fondata sull'orientamento sessuale , in seconda istanza di intraprendere un viaggio - come precisano i curatori - ma anche di dare avvio ad un dialogo a distanza tra gli autori dei singoli saggi - un confronto tra giuslavoristi e giuristi esperti in sexual orientation and the low - intorno alla questione dell'applicazione della nuova disciplina antidiscriminatoria, allo scopo di offrire spunti di riflessione, di interpretazione delle norme vigenti, di ulteriori iniziative, anche di carattere legislativo o accademico. Ma non è tutto. Il volume vuole essere, infine, un commentario alla nuova disciplina antidiscriminatoria introdotta dal decreto legislativo 216/2003, utile agli operatori del diritto che dovranno applicare quella stessa disciplina.

La discriminazione fondata sull'orientamento sessuale - L'attuazione della direttiva 2000/78/CE e la nuova disciplina per la protezione dei diritti delle persone omosessuali sul posto di lavoro.A Cura di Stefano Fabeni e Maria Gigliola Toniollo, prefazione di Guglielmo Epifani. Edizioni Ediesse - Euro 25

* Avvocato, esperta di diritto del lavoro , esercita la professione forense a Milano, dove gestisce anche lo sportello legale dell'Ordine dei Giornalisti della Lombardia. E' giornalista pubblicista, collaboratrice di diverse pubblicazioni periodiche su tematiche giuridiche. Cura la sezione "Universo Lex" del quotidiano on line "Italia nel mondo".