Sono lontani i tempi della Milano sensibile alle sorti dei diseredati. La Milano progressita, "cunt el coer in man", sempre pronta ad accogliere e ad assistere gli emarginati. La Milano della tradizione riformista che si è perduta nella canea montante di una destra affaristica e indifferente ad ogni problematica sociale. Così a partire da aprile è diventato esecutivo lo sfratto che il Comune (sembra incredibile, ma è stata proprio l'amministrazione civica a decretare la fine di una benemerita esperienza umanitaria) ha intimato al Naga, l'ospedale dei barboni e dei clandestini, situato in viale Bligny, gestito da centotrenta volontari, tra medici e personale ausiliario. I locali sono sati ceduti all'università Bocconi. Una nobile e prestigiosa istituzione cittadina, quest'ultima, che annulla, forse senza neppure saperlo, una realtà assistenziale, nata dallo spirito di abnegazione di tanti operatori sanitari che hanno contribuito fino ad oggi (e certamente continueranno a farlo) ad onorare il nome della "capitale morale" (ma fino a quando potrà resistere questa lusinghiera definizione?). In un decennio di attività, l'ospedale alternativo di Porta Lodovica ha offerto le sue cure senza richiedere compensi o impegnative mutualistiche a 17 mila immigrati. Ed ogni giorno sono un centinaio i pazienti che varcano la soglia del Naga per richiedere assistenza medica. Al Comune i volontari del Naga hanno chiesto di poter disporre di un'altra area in sostituzione di quella loro sottratta (almeno altri 500 metri quadrati su cui trasferire le strutture per il ricovero e le terapie) ma per ora non hanno avuto risposta. "E' inammissibile che Milano, capitale del volontariato e sede dell'Authority - dice Ainom Maricos, consigliera diessina - neghi lo spazio necessario per operare a chi si impegna in un'attività del genere con uno slancio di altruismo ormai, purtroppo, non più tanto frequente". Risponde Aldo Brandirali consigliere comunale di Forza Italia, presidente della commissione servizi . Dichiara di comprendere le esigenze dei medici del Naga. "E' vero - dice - che il Comune deve trovare una sede alternativa, ma non dimentichiamo che il Naga non è l'unica struttura ad occuparsi dei malati stranieri". E poi aggiunge: "dal canto mio, preferisco guardare con maggior favore al moltiplicarsi di strutture sanitarie che nascono nel grembo del privato sociale". Campa cavallo, che l'erba cresce! , recita un antico adagio.