Il Direttore responsabile. Accertamento della natura subordinata del rapporto di lavoro giornalistico: configurabilità e prevalenza delle modalità di esecuzione della prestazione di lavoro sull'assetto formale del contratto (Cass. Sez. Lav. 6 maggio 1999 n. 4558).

Basandosi su un criterio di effettività, ai fini dell'accertamento della reale natura del rapporto intercorso tra le parti, la Cassazione in questa pronuncia avente ad oggetto una causa vertente su un rapporto di lavoro giornalistico, ha stabilito che debbono essere considerate prevalenti, sull'assetto formale del negozio giuridico, le modalità di esecuzione della prestazione professionale (in primo luogo, dunque, l'effettivo inserimento del lavoratore nell'organizzazione aziendale). Pertanto, ai fini della configurabilità come rapporto di lavoro subordinato della prestazione lavorativa di un direttore responsabile di un giornale, va preso in considerazione, oltre allo svolgimento dell'attività pubblicistica e all'assunzione di tutte le responsabilità esterne derivanti dalla legge, il continuativo esercizio delle responsabilità interne, anche se poi l'opera redazionale è frutto di un collettivo. Al riconoscimento della natura subordinata del rapporto, nel caso di specie, peraltro, non osta l'ampia autonomia decisionale che appartiene di norma a chi dirige una testata, avendo tale tipo di rapporto un contenuto spiccatamente fiduciario (come previsto già nel CNLG) ed essendo l'attività giornalistica di per sé garantita dai principi costituzionali del pluralismo e della libertà di informazione.

 

 

 

 

 

 

 

Il lavoratore inidoneo può essere licenziato. La Cassazione, Sezione Lavoro, nella sentenza n. 15688/2000, ha stabilito che è da considerarsi legittimo da parte del datore di lavoro di licenziamento nei confronti del lavoratore, divenuto inidoneo alle mansioni alle quali è stato adibito, per l'aggravarsi di una malattia a causa dell'esercizio dell' attività lavorativa, precisando altresì che tale licenziamento deve ritenersi legittimo qualora sussista "la rilevante probabilità" di aggravamento dello stato di salute del lavoratore tale da renderlo inidoneo. In tale ipotesi, sussiste per il datore di lavoro l'esenzione dalle responsabilità civili di cui all'art. 2087 c.c. (Tutela delle condizioni di lavoro: l'imprenditore è tenuto ad adottare nell'esercizio dell'impresa le misure che, secondo la particolarità del lavoro, l'esperienza e la tecnica, sono necessarie a tutelare l'integrità fisica e la personalità morale dei prestatori di lavoro). Nel caso preso in esame dalla Cassazione, il licenziamento costituiva la misura ultima e maggiormente adeguata alla tutela della integrità e personalità del lavoratore, posto che la prosecuzione del rapporto di lavoro e il connesso espletamento delle relative mansioni avrebbero causato un'aggravamento dello stato di salute del lavoratore e, pertanto, una palese violazione degli obblighi di cui all' art. 2087 c.c.. Anzi, per la Suprema Corte, esiste in tale ipotesi un vero e proprio obbligo in capo al datore di lavoro all'adozione del licenziamento; in difetto, il datore medesimo è soggetto alla responsabilità civile ex art. 2087 c.c. e al conseguente obbligo risarcitorio nei confronti del lavoratore " inidoneo ", sostenendo all'uopo la Cassazione che "il datore di lavoro, che ha acquisito conoscenza di malattia del lavoratore alle proprie dipendenze, suscettibile, con valutazione prognostica, di possibile o anche probabile ingravescenza oltre i limiti della naturale evoluzione negativa di essa, e, perciò, tendente alla inidoneità alle mansioni affidategli, per effetto delle modalità di espletamento della propria attività, è legittimato al licenziamento solo previo accertamento di fatto della sopraggiunta incompatibilità dell'esigenza del dipendente al mantenimento del posto di lavoro in relazione al pregiudizio, da valutarsi quest'ultimo in termini di certezza o anche di rilevante probabilità di aggravamento delle sue condizioni di salute per effetto dell'attività lavorativa in concreto svolta".

 

 

 

 

 

 

 

 

Lo svolgimento di mansioni di direzione del personale e di gestione degli acquisti e delle vendite implica l'inserimento nell'organizzazione aziendale, con la configurabilità della subordinazione (Cass. Sezione Lavoro n. 13862 del 10 dicembre 1999)

Pur essendo stato firmato tra le parti un contratto definito di "collaborazione autonoma", il giudice può accertare la vera natura del rapporto di lavoro. La Cassazione stabilisce che nel caso di specie debbono essere valutati il contenuto delle singole clausole, nonché le prestazioni in concreto richieste al prestatore d'opera. Infatti, l'impiego del lavoratore, anziché per attività di consulenza, per lo svolgimento di mansioni di direzione del personale e di gestione degli acquisti e delle vendite, comporta l'organico inserimento nell'organizzazione aziendale e deve essere valutato dal giudice come elemento di giudizio idoneo a dimostrare l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Mancato godimento del periodo di ferie annuali: il lavoratore ha diritto all indennità sostitutiva.

La Cassazione, con una pronuncia molto importante (sent. n. 13860 del 19.10.2000)., ha precisato che dal mancato godimento delle ferie deriva - una volta divenuto impossibile per l'imprenditore, anche senza sua colpa, adempiere l'obbligazione di consentire la loro fruizione - il diritto del lavoratore al pagamento dell'indennità sostitutiva, che ha natura retributiva, in quanto rappresenta la corresponsione, a norma degli artt. 1463 <http://www.giustizia.it/cassazione/codice/cod.civ/1463civ.html> e 2037 cod. civ <http://www.giustizia.it/cassazione/codice/cod.civ/2037civ.html> ., del valore di prestazioni non dovute e non restituibili in forma specifica. La sentenza chiarisce che l'assenza di un'espressa previsione contrattuale non esclude l'esistenza del diritto a detta indennità sostitutiva, che peraltro non sussiste se il datore di lavoro dimostra di avere offerto un adeguato tempo per il godimento delle ferie, di cui il lavoratore non abbia usufruito (venendo ad incorrere così nella "mora del creditore"). Lo stesso diritto, costituendo un riflesso contrattuale del diritto alle ferie, non può essere condizionato, nella sua esistenza, alle esigenze aziendali.

 

 

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Può configurarsi la dequalificazione del lavoratore anche quando le nuove mansioni rientrino tra quelle previste per la sua qualifica del lavoratore, se sono da considerarsi inadeguate alla specifica competenza acquisita e non consentono la valorizzazione del patrimonio di esperienza professionale conseguito dal dipendente (Cassazione, Sezione Lavoro 1° dicembre 1999 n. 13396).

L' art. 2103 cod. civ. riconosce al datore di lavoro la facoltà di modificare le mansioni del lavoratore, a condizione che le nuove mansioni siano equivalenti a quelle in precedenza svolte.Pertanto, la Cassazione con questa sentenza precisa che al fine di stabilire se un lavoratore destinato a un nuovo incarico abbia subito una dequalificazione non è sufficiente verificare se le nuove mansioni siano comprese nello stesso livello contrattuale al quale egli è inquadrato, ma è necessario appurare altresì l'equivalenza "in concreto" di tali mansioni con quelle in precedenza assegnate. Peraltro, in tale ricognizione bisogna valutare il contenuto, la natura e le modalità di svolgimento delle mansioni, in quanto l'equivalenza presuppone che le nuove mansioni, anche se non uguali a quelle in precedenza espletate, corrispondano alla specifica competenza tecnica del lavoratore, salvaguardandone il livello professionale e consentendogli l'utilizzazione del patrimonio di esperienza lavorativa acquisito nella pregressa fase del rapporto. Ne discende che sussiste la violazione dell'art. 2103 cod. civ. ogniqualvolta le nuove mansioni, pur comprese nel livello (o nella categoria) contrattuale già attribuito a un dipendente, comportino una lesione del suo diritto a conservare e migliorare la competenza o la professionalità maturate o pregiudichino quello al suo avanzamento graduale nella gerarchia del settore.

 

 

 

 

L'inadeguatezza dell'organico redazionale può determinare per il giornalista redattore capo una situazione lesiva della sua dignità professionale, se comporta un gravoso ed improprio cumulo di mansioni (Tribunale Civile di Milano, Sezione Lavoro n. 2908 del 5.11-29.12.99). Da ciò discende, ove si dimetta, il suo diritto a percepire lindennità sostitutiva del preavviso in base allarticolo 32 del CNLG La sentenza è stata pronunciata a favore di una giornalista che, dopo aver svolto per alcuni anni le mansioni di capo redattore di un periodico, si è dimessa senza preavviso, nel giugno 1997, sostenendo che, dallinizio dello stesso anno, si era determinata una situazione lesiva della sua dignità professionale, non avendo leditore, nonostante le richieste ripetutamente rivoltegli, provveduto a reintegrare lorganico della redazione, ridotto da tre a un redattore. Non solo, anzi, dal maggio 1997, aveva iniziato a pubblicare, in aggiunta alle normali uscite del periodico, numeri speciali monotematici, con conseguente necessità per la giornalista di far fronte a un gravoso ed improprio cumulo di mansioni. L'editore le ha trattenuto, sulle spettanze di fine rapporto, due mensilità di retribuzione, importo corrispondente al preavviso dovuto dal giornalista in caso di dimissioni. La professionista dimessasi rivolgendosi al Giudice del Lavoro ha chiesto di dichiarare lillegittimità della trattenuta e di condannare la controparte a corrisponderle dieci mensilità di retribuzione, importo corrispondente alla indennità di preavviso dovuta al giornalista redattore capo in caso di licenziamento ovvero di dimissioni presentate per giusta causa ovvero per le ragioni previste dallart. 32 CNLG. Infatti, secondo questa norma contrattuale il giornalista ha diritto a percepire lindennità di preavviso anche quando si dimette a cagione di fatti, che comportino la responsabilità delleditore, tali da creare una situazione incompatibile con la sua dignità. Il Giudice, accogliendo la domanda della giornalista, ha condannato leditore a restituire alla ricorrente limporto trattenuto e a versarle dieci mensilità di retribuzione, ritenendo applicabile lart. 32 CNLG, rilevando che, in seguito alla diminuzione dellorganico, la giornalista era stata messa in condizioni di non svolgere in modo dignitoso il ruolo di capo redattore essendo stata onerata di mansioni ulteriori ed inferiori cui nessun altro poteva attendere; in tali condizioni inoltre era stata messa in gioco la sua reputazione professionale, in caso di uscita di un prodotto non perfetto e non allaltezza delle riviste del settore.

 

 

 

 

 

 

 

 

La dequalificazione professionale del giornalista

E' già stato più volte ribadito dal Giudice di merito che il calo di presenza della firma del giornalista sulla testata per cui egli opera, ove imputabile all'impresa datrice di lavoro, costituisce una illegittima dequalificazione, da cui discende il diritto a un risarcimento determinabile equitativamente, facendo riferimento alla retribuzione percepita dal giornalista e alla durata della dequalificazione (tra le altre, vedi Pret. Milano 19/3/94).

 

 

 

 

 

 

Mansioni e qualifiche del giornalista subordinato

Il vicedirettore art. 6 CNLG

Il Giudice del Lavoro (Pret. Milano 30/4/98) ha stabilito che la qualifica di vicedirettore di giornale non comporta l'attribuzione della qualifica dirigenziale, dovendosi comunque ritenere la natura dirigenziale di tale figura professionale senz'altro incompatibile con i poteri che l'art. 6 Ccnl giornalistico 16/11/95 attribuisce al direttore di giornale.

 

L'inviato speciale. art. 11 CNLG

Il Pretore del Lavoro di Milano ha riconosciuto che compete la qualifica di inviato speciale, ai sensi dell'art. 11 del vigente Contratto nazionale di lavoro giornalistico, al giornalista che, pur in mancanza di una formale attribuzione di tale qualifica, svolge il proprio lavoro prevalentemente fuori sede, e solo in via residuale si occupa del normale lavoro redazionale (Pret. Milano 27/11/96), così come al professionista che svolge il proprio lavoro prevalentemente fuori sede e che per tale motivo viene esonerato dal normale lavoro redazionale (Pret. Milano 30/6/97).

Il redattore. art. 5 CNLG

Ai sensi dell'art. 5 CNLG, deve intendersi illegittima, in quanto dequalificante, l'assegnazione di un redattore ordinario con l'incarico di seguire i problemi sindacali, a mansioni di cucina redazionale (Pret. Milano 26/5/98 ord.).

Il corrispondente. art. 12 CNLG

Non vi sono dubbi che debba riconoscersi la qualifica di corrispondente, ai sensi dell'art.12 del Cnlg, in capo al giornalista che nella zona assegnatagli &endash; senza essere inserito in redazioni decentrate o in uffici di corrispondenza &endash; mette quotidianamente a disposizione della redazione da cui dipende la propria attività finalizzata alla ricerca e raccolta di notizie, attenendosi alle direttive impartitegli per la scelta delle stesse, per le modalità attuative della prestazione e per i contatti con la redazione (Pret. Milano 28/2/98).

 

 

 

 

 

Il decesso per mesotelioma pleurico di un lavoratore esposto all'inalazione di fibre di amianto può comportare per i superstiti il diritto all'indennizzo, anche se non si tratta di malattia "tabellata" (Cassazione Sezione Lavoro n. 13986 del 13 dicembre 1999)

Pur non rientrando il mesotelioma pleurico dovuto all'inalazione di fibre di amianto tra le malattie professionali incluse nella tabella allegata al Testo Unico n. 1224 del 1965 (Disposizioni per l'assicurazione obbligatoria contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali), la Cassazione ha stabilito che, ove si accerti, anche a mezzo di consulenza tecnica, che un lavoratore normalmente esposto all'inalazione delle fibre di amianto sia deceduto per mesotelioma pleurico, derivante, con rilevante grado di probabilità, dagli agenti presenti in tale materiale, il giudice dovrà riconoscere il diritto dei superstiti alle indennità di legge. Va detto che a seguito della sentenza n. 179 del 1988 della Corte Costituzionale, nel nostro ordinamento si è instaurato un sistema di tutela delle malattie professionali di natura mista: uno tabellare e a rischio specifico, che prevede la tutela per determinate lavorazioni e per determinate malattie, indicate nelle tabelle annesse al D.P.R. n. 1124 del 1965, in relazione alle quali il lavoratore si giova della presunzione legale del nesso eziologico tra l'attività lavorativa svolta e l'agente patogeno cui egli era esposto e un altro, non tabellare e a rischio generico, il quale consente e richiede al lavoratore di dimostrare, secondo il principio dell'onere della prova, la sussistenza di una determinata malattia e il nesso eziologico tra questa e il lavoro concretamente svolto. E' evidente che grazie all'intervento realizzato dalla Corte Costituzionale con la sentenza n. 179 del 1988 è stato introdotto il sistema c.d. misto e sono state ammesse ad indennizzo anche malattie non tabellate, purché cagionate dalla lavorazione svolta, della cui dimostrazione è onerato l'assicurato, secondo un metro di valutazione suggerito dalla giurisprudenza in termini di ragionevolezza. La prova della causa di lavoro, infatti, deve essere valutata nel senso che, esclusa la rilevanza della mera possibilità dell'eziopatogenesi professionale, questa può essere invece ravvisata in presenza di un rilevante grado di probabilità, per accertare il quale il giudice deve non solo consentire all'assicurato di esperire i mezzi di prova ammissibili e ritualmente dedotti, ma deve altresì valutare le conclusioni probabilistiche del consulente tecnico in tema di nesso causale.

 

 

 

 

Non possono essere predeterminate dalla contrattazione aziendale con clausola di portata generale le ragioni organizzative necessarie per il trasferimento di un giornalista, ma devono essere verificate specificamente con riferimento ad ogni singolo caso. Così si è espresso il Tribunale Civile di Roma (Sezione Lavoro I grado, 26 gennaio 2000), investito della questione riguardante un giornalista dipendente dell'ANSA, nominato nel 1993 capo dell'ufficio di corrispondenza da Washington e sei anni dopo, nel 1999, trasferito a Roma, con comunicazione della direzione. Il professionista ha chiesto al Tribunale la sospensione in via d'urgenza del provvedimento sostenendo che esso non era giustificato neppure da ragioni organizzative, tanto più se si considera che per coprire il medesimo incarico sarebbe stato trasferito nella capitale americana un altro giornalista. L'ANSA si è costituita in giudizio difesa sostenendo che il trasferimento doveva ritenersi giustificato in base ad una norma del patto integrativo aziendale che prevedeva per gli incarichi di corrispondente all'estero una durata massima di sei anni, invocando questa disposizione contrattuale, che configurerebbe, secondo la difesa dell'agenzia di stampa, un'esigenza organizzativa di avvicendamento periodico dei corrispondenti nei loro incarichi, espressione di una sintesi di valutazioni di natura tecnico-organizzativa compiuta con valenza presuntiva dalle parti sindacali. Il Tribunale di Roma ha sospeso l'efficacia del trasferimento, in quanto ha escluso che l'onere di motivare il trasferimento con ragioni tecniche organizzative e produttive, previsto dall'art. 2103 cod. civ., possa essere soddisfatto con il riferimento ad una clausola contrattuale di portata generale. Infatti il Giudice ha affermato che la legge postula il necessario riferimento ad esigenze proprie del caso specifico, verificabili in concreto, non già a valutazioni elaborate astrattamente e presuntivamente dalle organizzazioni sindacali, ritenendo altresì che tale norma contrattuale invocata dall'azienda non possa essere interpretata nel senso che essa intenda derogare alla disciplina imperativa risultante dall'articolo 2103 cod. civ., bensì nel senso che essa aggiunga alla tutela recata da tale norma di legge ulteriori garanzie in favore dei giornalisti interessati, così precludendo al datore di lavoro la richiesta di permanenza all'estero per periodi eccedenti una certa durata e al contempo trasferimenti troppo ravvicinati. Peraltro, nel caso di specie, il Tribunale ha anche ritenuto che il trasferimento del giornalista sia avvenuto senza il rispetto della forma procedimentale stabilita dagli articoli 22 e 34 del CNLG che prevedono, in caso di trasferimento, la consultazione preventiva del Comitato di Redazione; tale inosservanza di forma comporta come conseguenza l'inefficacia del provvedimento stesso.

 

 

LA COPERTURA CONTINUATIVA DELL'INFORMAZIONE GIORNALISTICA SU UNO SPECIFICO ARGOMENTO CONFIGURA L'ATTIVITA' TIPICA DEL "COLLABORATORE FISSO" CON PRESTAZIONE LAVORATIVA NON QUOTIDIANA (Cassazione Sezione Lavoro n. 7931 del 9 giugno 2000 ).

G.G. ha lavorato per un quotidiano romano, provvedendo alla "copertura" dell'informazione giornalistica sugli avvenimenti di un'area circoscritta nella campagna laziale e scrivendo anche articoli su altri argomenti, a seconda delle richieste fattegli dalla redazione. L'azienda lo ha trattato come collaboratore autonomo compensandolo "a pezzo". Egli ha proposto ricorso al Pretore di Terni, chiedendo di accertare che in realtà aveva lavorato quotidianamente in condizioni di subordinazione e di riconoscergli il diritto al trattamento previsto dal contratto nazionale di lavoro giornalistico per la qualifica di redattore, condannando il datore di lavoro al pagamento delle relative differenze. L'azienda si è costituita in giudizio, sostenendo che non ricorrono gli estremi della subordinazione e facendo presente di avere concordato per iscritto con il giornalista una prestazione di lavoro autonomo. Il Pretore, dopo avere sentito alcuni testimoni, ha accertato l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, ma ha riconosciuto al giornalista, anziché il trattamento previsto dal CNLG per il redattore, quello inferiore stabilito per il "collaboratore fisso", facendolo determinare da un consulente tecnico con riferimento al numero degli articoli scritti.

Questa decisione è stata confermata, in grado di appello, dal Tribunale di Terni. La società editrice ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che al giudice di merito non era consentito di riconoscere al lavoratore un trattamento, quello di "collaboratore fisso", diverso da quello di redattore da lui richiesto, che comunque era stata erroneamente accertata la subordinazione e che infine, in via subordinata, il trattamento economico dovuto al giornalista avrebbe dovuto essere determinato, in base all'art. 2 del CNLG, tenendo in considerazione, unitamente al numero degli articoli, l'impegno di frequenza e la natura e l'importanza delle notizie oggetto dell'attività giornalistica.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 7931 del 9 giugno 2000) ha rigettato il ricorso nella parte relativa all'accertamento della subordinazione e all'inquadramento riconosciuto al giornalista, mentre lo ha accolto nella parte concernente la determinazione della retribuzione. In base all'art. 2 del contratto nazionale di lavoro giornalistico del 10 gennaio 1959, reso efficace erga omnes con d.p.r. 16 gennaio 1961 n. 153 &endash; hanno affermato i giudici della Suprema Corte - la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato di "collaborazione fissa" fra impresa giornalistica e giornalisti o pubblicisti, esige la continuità della prestazione, il vincolo della dipendenza e la responsabilità di un servizio; tali requisiti sussistono quando il soggetto, sebbene non impegnato in una attività quotidiana, adempia all'incarico ricevuto svolgendo prestazioni non occasionali rivolte a soddisfare esigenze informative di un determinato settore di vita sociale ed assumendo la responsabilità del servizio. All'accertamento della sussistenza di tale rapporto &endash; che implica sia l'impegno di redigere normalmente e con carattere di continuità, articoli su argomenti specifici, sia un vincolo di dipendenza, che non viene meno nell'intervallo fra una prestazione e l'altra, sia infine l'inserimento sistematico del soggetto nell'organizzazione aziendale &endash; non osta la circostanza che il ricorrente abbia chiesto di essere qualificato come redattore ordinario. L'individuazione della qualifica &endash; ha precisato la Corte - è compito del giudice, il quale ben può, a fronte di una richiesta di qualifica superiore (come quella di redattore) ritenere sussistente una qualifica diversa, come quella di "collaboratore fisso": i tratti distintivi tra la figura del redattore e quella del collaboratore fisso sono costituiti non già dai contenuti dell'attività svolta, ma dalla quotidianità delle prestazioni e dall'osservanza di un orario di lavoro, nei limiti resi compatibili dalla specialità di tale rapporto, con la conseguenza che mentre la qualifica di redattore compete ai corrispondenti ed agli invitati, i quali compilino articoli di informazione e commenti di carattere politico, ovvero servizi riguardanti particolari avvenimenti, ovvero ai giornalisti professionisti che prestino la loro attività quotidiana con l'osservanza dell'orario di lavoro nelle redazioni (anche distaccate) o nella direzione, ovvero provvedano alla scelta, revisione ed eventuale rielaborazione di articoli, invece il rapporto di "collaborazione fissa" non richiede l'impegno di un'attività quotidiana con l'obbligo di osservanza dell'orario di lavoro, ma presuppone soltanto la continuità della prestazione, il vincolo di dipendenza e la responsabilità di un servizio, senza che l'obbligo del giornalista di porre a disposizione la propria opera venga meno tra una prestazione e l'altra. Per responsabilità di servizio deve intendersi l'impegno del giornalista di trattare, con continuità di prestazioni ed attraverso la redazione dei relativi articoli, uno specifico settore o specifici argomenti d'informazione, con l'assunzione tra il giornalista e l'impresa di rispettivi diritti ed obblighi. Il collaboratore fisso mette a disposizione le proprie energie lavorative al fine di fornire con continuità ai lettori della testata giornalistica un flusso di notizie in una specifica e predeterminata area dell'informazione, mediante la sistematica redazione di articoli o con la tenuta di specifiche rubriche, con il conseguente affidamento dell'impresa giornalistica, che si assicura in tal modo la"copertura" di detta area informativa. Per quanto concerne la retribuzione, la Corte ha cassato sul punto la decisione del Tribunale, osservando che esso si è limitato a confermare la sentenza impugnata senza fornire alcuna motivazione al riguardo e senza avere dimostrato di avere proceduto ad una valutazione dell'attività lavorativa del giornalista condotta in via globale e sotto i suoi diversi profili, con una specifica considerazione non solo, quindi, del suo "contenuto quantitativo" ma anche di "quello qualitativo".

 

 

Chi realizza riproduzioni o ingrandimenti da foto originali è tenuto a dichiarare, al momento degli scatti, la propria identità e la destinazione delle immagini. Un principio che si applica anche nel caso in cui le foto siano conservate da una persona diversa dal diretto interessato, e anche se questo è persona nota. Lo ha stabilito il Garante della privacy, rispondendo ad un ricorso presentato da una nota attrice.La ricorrente aveva lamentato la violazione del diritto alla riservatezza da parte di un fotografo che, dopo aver ripreso alcune immagini dall'album di famiglia conservato in casa dei genitori, le aveva pubblicate su un settimanale. In particolare il reporter si sottolinea nel ricorso- non aveva dichiarato la sua identità professionale e soprattutto l'intenzione di realizzare un servizio giornalistico. Ma il fotografo aveva respinto le accuse, sostenendo di aver espressamente dichiarato l'intenzione di realizzare un servizio fotografico. Nel caso specifico, il Garante ha osservato che il caso rientra nell'ambito dell'esercizio della professione giornalistica, anche se e' stato realizzato da un reporter "free-lance", privo cioè di un rapporto di lavoro stabile. E ha colto l'occasione per sottolineare che in base alla legge sulla privacy e alle norme del codice deontologico dei giornalisti, anche ''il fotografo non professionista è tenuto a dichiarare la propria identità e ad informare l'interessato sull'utilizzo che intende fare dei suoi dati personali o delle immagini che lo riguardano''. Ma non solo: egli "non può ricorrere ad artifici o pressioni indebite" per esercitare il diritto di cronaca: solo se i dati e le immagini fotografiche sono stati raccolti in modo corretto e osservando l'obbligo di fornire la prevista informativa, la loro successiva divulgazione e pubblicazione può avvenire nel rispetto delle norme di legge (decisione 9 febbraio 2000 resa nota con la Newsletter privacy n. 53 dell'8 maggio 2000).

 

 

 

 

 

LA COPERTURA CONTINUATIVA DELL'INFORMAZIONE GIORNALISTICA SU UNO SPECIFICO ARGOMENTO CONFIGURA L'ATTIVITA' TIPICA DEL "COLLABORATORE FISSO" CON PRESTAZIONE LAVORATIVA NON QUOTIDIANA (Cassazione Sezione Lavoro n. 7931 del 9 giugno 2000 ).

G.G. ha lavorato per un quotidiano romano, provvedendo alla "copertura" dell'informazione giornalistica sugli avvenimenti di un'area circoscritta nella campagna laziale e scrivendo anche articoli su altri argomenti, a seconda delle richieste fattegli dalla redazione. L'azienda lo ha trattato come collaboratore autonomo compensandolo "a pezzo". Egli ha proposto ricorso al Pretore di Terni, chiedendo di accertare che in realtà aveva lavorato quotidianamente in condizioni di subordinazione e di riconoscergli il diritto al trattamento previsto dal contratto nazionale di lavoro giornalistico per la qualifica di redattore, condannando il datore di lavoro al pagamento delle relative differenze. L'azienda si è costituita in giudizio, sostenendo che non ricorrono gli estremi della subordinazione e facendo presente di avere concordato per iscritto con il giornalista una prestazione di lavoro autonomo. Il Pretore, dopo avere sentito alcuni testimoni, ha accertato l'esistenza di un rapporto di lavoro subordinato, ma ha riconosciuto al giornalista, anziché il trattamento previsto dal CNLG per il redattore, quello inferiore stabilito per il "collaboratore fisso", facendolo determinare da un consulente tecnico con riferimento al numero degli articoli scritti.

Questa decisione è stata confermata, in grado di appello, dal Tribunale di Terni. La società editrice ha proposto ricorso per cassazione, sostenendo che al giudice di merito non era consentito di riconoscere al lavoratore un trattamento, quello di "collaboratore fisso", diverso da quello di redattore da lui richiesto, che comunque era stata erroneamente accertata la subordinazione e che infine, in via subordinata, il trattamento economico dovuto al giornalista avrebbe dovuto essere determinato, in base all'art. 2 del CNLG, tenendo in considerazione, unitamente al numero degli articoli, l'impegno di frequenza e la natura e l'importanza delle notizie oggetto dell'attività giornalistica.

La Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 7931 del 9 giugno 2000) ha rigettato il ricorso nella parte relativa all'accertamento della subordinazione e all'inquadramento riconosciuto al giornalista, mentre lo ha accolto nella parte concernente la determinazione della retribuzione. In base all'art. 2 del contratto nazionale di lavoro giornalistico del 10 gennaio 1959, reso efficace erga omnes con d.p.r. 16 gennaio 1961 n. 153 &endash; hanno affermato i giudici della Suprema Corte - la sussistenza di un rapporto di lavoro subordinato di "collaborazione fissa" fra impresa giornalistica e giornalisti o pubblicisti, esige la continuità della prestazione, il vincolo della dipendenza e la responsabilità di un servizio; tali requisiti sussistono quando il soggetto, sebbene non impegnato in una attività quotidiana, adempia all'incarico ricevuto svolgendo prestazioni non occasionali rivolte a soddisfare esigenze informative di un determinato settore di vita sociale ed assumendo la responsabilità del servizio. All'accertamento della sussistenza di tale rapporto &endash; che implica sia l'impegno di redigere normalmente e con carattere di continuità, articoli su argomenti specifici, sia un vincolo di dipendenza, che non viene meno nell'intervallo fra una prestazione e l'altra, sia infine l'inserimento sistematico del soggetto nell'organizzazione aziendale &endash; non osta la circostanza che il ricorrente abbia chiesto di essere qualificato come redattore ordinario. L'individuazione della qualifica &endash; ha precisato la Corte - è compito del giudice, il quale ben può, a fronte di una richiesta di qualifica superiore (come quella di redattore) ritenere sussistente una qualifica diversa, come quella di "collaboratore fisso": i tratti distintivi tra la figura del redattore e quella del collaboratore fisso sono costituiti non già dai contenuti dell'attività svolta, ma dalla quotidianità delle prestazioni e dall'osservanza di un orario di lavoro, nei limiti resi compatibili dalla specialità di tale rapporto, con la conseguenza che mentre la qualifica di redattore compete ai corrispondenti ed agli invitati, i quali compilino articoli di informazione e commenti di carattere politico, ovvero servizi riguardanti particolari avvenimenti, ovvero ai giornalisti professionisti che prestino la loro attività quotidiana con l'osservanza dell'orario di lavoro nelle redazioni (anche distaccate) o nella direzione, ovvero provvedano alla scelta, revisione ed eventuale rielaborazione di articoli, invece il rapporto di "collaborazione fissa" non richiede l'impegno di un'attività quotidiana con l'obbligo di osservanza dell'orario di lavoro, ma presuppone soltanto la continuità della prestazione, il vincolo di dipendenza e la responsabilità di un servizio, senza che l'obbligo del giornalista di porre a disposizione la propria opera venga meno tra una prestazione e l'altra. Per responsabilità di servizio deve intendersi l'impegno del giornalista di trattare, con continuità di prestazioni ed attraverso la redazione dei relativi articoli, uno specifico settore o specifici argomenti d'informazione, con l'assunzione tra il giornalista e l'impresa di rispettivi diritti ed obblighi. Il collaboratore fisso mette a disposizione le proprie energie lavorative al fine di fornire con continuità ai lettori della testata giornalistica un flusso di notizie in una specifica e predeterminata area dell'informazione, mediante la sistematica redazione di articoli o con la tenuta di specifiche rubriche, con il conseguente affidamento dell'impresa giornalistica, che si assicura in tal modo la"copertura" di detta area informativa. Per quanto concerne la retribuzione, la Corte ha cassato sul punto la decisione del Tribunale, osservando che esso si è limitato a confermare la sentenza impugnata senza fornire alcuna motivazione al riguardo e senza avere dimostrato di avere proceduto ad una valutazione dell'attività lavorativa del giornalista condotta in via globale e sotto i suoi diversi profili, con una specifica considerazione non solo, quindi, del suo "contenuto quantitativo" ma anche di "quello qualitativo".

RIENTRA NEL LEGITTIMO ESERCIZIO DEL DIRITTO DI CRONACA DEL GIORNALISTA, PUBBLICARE NOTIZIE LESIVE DELLA REPUTAZIONE DI UNA PERSONA, SE QUESTE VENGONO DATE DAI CARABINIERI, PER L'ATTENDIBILITÀ STESSA DELLA FONTE. E' quanto ha stabilito il Tribunale di Roma, Sezione I Penale, sent. n. 9631 del 22 aprile 2000, riguardo alla causa intentata contro una giornalista, cronista di un quotidiano romano, addetta a una redazione decentrata, che nell'aprile del 1995 scriveva un articolo, pubblicato, nel quale si dava la notizia che alcune persone di Roseto, tra le quali un soggetto particolarmente conosciuto nel centro in questione, erano state denunciate dai Carabinieri all'autorità giudiziaria perché facenti parte di un' organizzazione dedita al prestito di denaro a interessi usurari. Tale persona, proponeva querela per diffamazione. La giornalista, rinviata a giudizio davanti al Tribunale di Roma, si difendeva chiedendo l'esimente dell'esercizio del diritto di cronaca, sostenendo di avere avuto le notizie pubblicate dai Carabinieri di Roseto, come abitualmente avveniva per le informazioni relative alla cosiddetta cronaca nera o giudiziaria e producendo una copia del rapporto trasmesso dai Carabinieri alla Procura presso il Tribunale di Teramo, facendo presente che la Procura, in base a tale rapporto, aveva chiesto una misura di custodia cautelare. Il Tribunale di Roma, sentiti i testimoni, assolveva la giornalista "perché il fatto non costituisce reato", sottolineando nella motivazione della sentenza che dall' istruttoria dibattimentale era risultato che la giornalista aveva in effettiavuto dai Carabinieri le notizie pubblicate; ciò fa supporre che, considerata l'attendibilità della fonte da cui l'imputata aveva ottenuto le notizie divulgate, in quanto si trattava di soggetti che avevano un ruolo diretto nella vicenda, deve ritenersi che l'imputata abbia legittimamente confidato nella veridicità della notizia.

 

 

 

 

 

 

 

DIFFAMAZIONE - Il Tribunale di Milano, Sez. I, con sentenza del 31 maggio 1999, in materia di diffamazione a mezzo stampa, ha stabilito che la notizia materialmente diffamatoria, pubblicata a mezzo stampa, può non costituire illecito quando prevalga l'interesse pubblico all'informazione sull'interesse del singolo alla propria reputazione, qualora sussistano le seguenti tre condizioni: 1) utilità sociale della notizia; 2) verità, anche putativa, di essa circa i fatti esposti, frutto di una ricerca seria e controllata; 3) forma civile d'esposizione. E' bene precisare che il significato di verità oggettiva dei fatti può essere interpretato sotto un duplice aspetto, in quanto tale espressione può essere riferita sia alla verità dei fatti narrati (nel caso di specie, la vicenda di un noto finanziere) che alla verità della notizia in sé, indipendentemente dai fatti divulgati (pubblicazione di tale vicenda da parte della stampa americana). In questo senso, la sentenza è conforme ad altre recenti pronunce di legittimità e di merito tra cui Cass. 12 dicembre 1998, n.6737 e Tribunale di Roma 12 marzo 1988, secondo cui "sussiste il requisito della verità dei fatti riferiti, come elemento costruttivo della esimente del diritto di cronaca e di critica, quando la notizia giornalistica è appresa sia da fonti istituzionalmente qualificate, sia attivando anche fonti non ufficiali". In più recenti sentenze, la Cassazione ha riconosciuto che "affinché la divulgazione a mezzo stampa di notizie lesive dell'onore possa considerarsi lecito esercizio del diritto di cronaca, devono ricorrere le seguenti condizioni: la verità oggettiva della notizia pubblicata; l'interesse pubblico alla conoscenza del fatto (cosiddetta pertinenza) e la correttezza formale dell'esposizione (cosiddetta continenza). La condizione della verità della notizia comporta, come inevitabile corollario, l'obbligo del giornalista, non solo di controllare l'attendibilità della fonte (non sussistendo fonti informative privilegiate), ma anche di accertare e di rispettare la verità sostanziale dei fatti oggetto della notizia; con la conseguenza che, solo se tale obbligo sia stato scrupolosamente osservato, potrà essere utilmente invocata l'esimente dell'esercizio del diritto di cronaca" (Corte Cass. 04.07.1997, n.6041; Cass. 05.05.1995, n.4871). Nello stesso senso si è posta la Cassazione Penale la quale ha sostenuto che "il legittimo esercizio del diritto di cronaca presuppone l'osservanza rigorosa del limite invalicabile della verità storica della notizia pubblicata, con la conseguenza che tutte le volte in cui il giornalista si limita a pubblicare il contenuto di un'intervista che contiene gravi accuse nei confronti di altre persone senza verificare se tali accuse rispondono a verità, si pone al di fuori del diritto di cronaca" (Cass. pen., sez. V, 15 gennaio 1997). E' utile a tal proposito richiamare la recente pronuncia della Suprema Corte (Cass. 09 aprile 1998, n.3679) secondo cui "il diritto di cronaca può risultare limitato dall'esigenza dell'attualità della notizia, quale manifestazione del diritto alla riservatezza, intesa quale giusto interesse di ogni persona a non restare indeterminatamente esposta ai danni ulteriori che arreca al suo onore e alla sua reputazione la reiterata pubblicazione di una notizia in passato legittimamente divulgata, salvo che per eventi sopravvenuti il fatto precedente ritorni di attualità e rinasca un nuovo interesse pubblico all'informazione". Nel caso esaminato dal Tribunale di Milano, si trattava di un noto quotidiano italiano a tiratura nazionale, che aveva pubblicato una serie di articoli in cui venivano narrate le vicende relative all'acquisto di una casa cinenatografica statunitense da parte di un finanziere italiano. Va precisato che tali "pezzi" avevano preso spunto da un ampio servizio realizzato dalla rivista "Fortune", famosa pubblicazione americana, che, aveva dato grande risalto a un ampio resoconto in merito a tale acquisto da parte del finanziere italiano ed ai relativi finanziamenti ottenuti dallo stesso. La rivista americana, richiamata testualmente dal quotidiano italiano, aveva affermato che il faccendiere era stato aiutato da un importante personaggio politico italiano, il quale, ritenendo il contenuto degli articoli pubblicati dal quotidiano denigratorio e integrante il reato di diffamazione a mezzo stampa, nonché costituente lesione della propria identità personale, aveva provveduto a citare in giudizio la società editrice, il direttore del giornale nonché gli autori degli articoli per sentirli condannare in solido al risarcimento dei danni patrimoniali e non patrimoniali subiti. Costituitosi, i convenuti osservavano che i loro articoli rientravano nel pieno e legittimo esercizio del diritto di cronaca, secondo i principi definiti dalla Suprema Corte con la sentenza del 18 ottobre 1984, n.5259. Nel caso di specie, il Giudice ha ritenuto evidente la sussistenza del requisito della "utilità sociale della notizia", posto che gli articoli in questione diffondevano notizie relative al noto finanziere, di sicuro impatto sociale, considerato, altresì, l'interesse del pubblico ad essere aggiornato sulle questioni economiche, anche internazionali. A parere del giudicante era certa anche la presenza del requisito della verità della notizia premesso che, secondo il condivisibile insegnamento del la Cassazione il significato di verità oggettiva dei fatti può essere interpretato sotto un duplice aspetto, in quanto tale espressione può essere riferita sia alla verità dei fatti narrati che alla verità della notizia in sé, indipendentemente dai fatti divulgati. Con riferimento al requisito della forma civile dell'esposizione, il Tribunale ha rilevato che gli autori degli articoli esaminati non hanno comunque superato le necessarie esigenze espositive, anche nella formulazione dei titoli degli articoli, "anche se talvolta caratterizzati da una forma più incisiva, tipica del giornalismo moderno e connaturale alla funzione di richiamo dei titoli medesimi". All'esito di tale esame il Giudice è giunto quindi alla conclusione che negli articoli in questione fosse stato fatto uso legittimo del diritto di cronaca e che, pertanto, non era configurabile il reato di diffamazione a mezzo stampa e, per la stessa ragione, non risultava nemmeno sussistere la violazione dell'identità personale.

 

Confermata la condanna di chi aveva riportato il paragone col cavallo di Caligola .Il giornalista deve impedire l'offesa ad un terzo (Cassazione 7498/2000)

Il diritto all'informazione deve sempre confrontarsi con il corrispondente diritto del singolo alla protezione della propria reputazione, per cui la cronaca giornalistica diviene illecita quando, durante una intervista, il giornalista non impedisca l'offesa all'altrui reputazione. Per questo la Corte di Cassazione ha confermato la condanna per diffamazione a mezzo stampa inflitta al giornalista di un noto quotidiano in solido con l'intervistato, che, riferendosi ad un noto uomo politico dell'opposizione, lo aveva definito "un cretino" e, a proposito del suo ruolo in Parlamento, aveva usato l'espressione "…come Caligola che fece senatore il suo cavallo". Invano la difesa dei due imputati in Cassazione aveva invocato la scriminante del diritto di critica, sostenendo l'esistenza di un "dovere" del giornalista di riportare fedelmente le dichiarazioni rese da un soggetto pubblico, anche se offensive, in ragione dell' "interesse sociale" all'informazione. La Suprema Corte ricorda che il diritto di critica non consiste nella semplice narrazione di fatti, ma "si concretizza in un giudizio o nella manifestazione di una opinione" e, contrariamente a quanto sostenuto dai ricorrenti, non è illimitato, in quanto i suoi limiti scriminanti, "più ampi che nel diritto di cronaca", "soggiacciono al limite della rilevanza sociale e della correttezza delle espressioni usate". Inoltre, affermano i Supremi Giudici, nel caso dell'intervista, non può assolutamente ritenersi rispettato il limite della verità solo perché vi sia corrispondenza tra il fatto riferito dall'intervistato e quanto sia stato pubblicato dal giornalista, in quanto nell'intervista sono proprio le domande dell'intervistatore a "provocare" le risposte dell'intervistato; di conseguenza, il giornalista non può limitarsi a riprodurre esattamente quanto riferito dall'intervistato, ma deve accertare che non difetti il requisito della cosiddetta "continenza" (cioè l'uso di espressioni non volgari , umilianti o offensive), altrimenti il creatore dell' "evento intervista" diviene il "dissimulato coautore" delle eventuali dichiarazioni diffamatorie. (25 settembre 2000 - Suprema Corte di Cassazione, Sezione Quinta Penale, sentenza n.7498/2000)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Farsi male scivolando su una matita, mentre si salgono le scale dell'ufficio non costituisce un infortunio sul lavoro se la caduta non è conseguenza di un maggior rischio connesso all'attività lavorativa.

E'quanto ha stabilito la Cassazione, Sezione Lavoro n. 1109 del 1° febbraio 2000, esaminando la causa di una lavoratrice, incorsa in un infortunio scivolando su un lapis mentre percorreva le scale per fare ritorno nel suo ufficio dopo avere eseguito una fotocopia e a cui l'Inail ha negato il trattamento previsto per gli infortuni sul lavoro. L'impiegata, rivoltasi al Pretore territorialmente competente, ha visto rigettarsi la sua domanda, avendo il Giudice escluso l'indennizzabilità dell'infortunio sia per mancanza di connessione con un apparecchio fonte di pericolo, sia per la mancanza di prova in merito alla professionalità dell'uso della fotocopiatrice. Tale pronuncia è stata poi confermata, anche in grado di appello. A sua volta, la Suprema Corte (Sezione Lavoro n. 1109 del 1° febbraio 2000), ha rigettato il ricorso della lavoratrice, dichiarando di volersi attenere all'orientamento giurisprudenziale prevalente in materia (Cass. n. 4940/95, n. 9143/97, n. 7486/99 ed altre) secondo cui ricorre l' "occasione di lavoro" (prevista dalla legge ai fini dell'indennizzabilità) solo nell'ipotesi in cui l'attività lavorativa esponga il prestatore d'opera ad un rischio diverso da quelli gravanti sulla generalità della popolazione o aggravi questi ultimi in misura non trascurabile, pur non richiedendosi che esso sia quello tipico della specifica attività e non essendo per contro sufficiente che l'infortunio avvenga in luogo di lavoro o nel tempo del suo svolgimento. Secondo la Suprema Corte nel caso di specie sarebbe stato accertato in fatto, in modo non è controverso, che la lavoratrice cadde, scivolando su di un lapis, mentre si recava al suo posto di lavoro dopo avere eseguito una fotocopia, cioè un'incombenza d'ufficio, con ciò osservando che il rischio connesso agli spostamenti spaziali, che incombe su chiunque si muova da un luogo ad un altro, non era reso, nella specie, quantitativamente maggiore dall'attività lavorativa esplicata dall'infortunata. Con questa decisione la Corte di Cassazione intende conformarsi ai principi da applicarsi in via generale in questa materia, sostenendo che l'impiegata, nel recarsi a fare la fotocopia, si è trovata a fronteggiare un rischio, inciampando in un ostacolo imprevisto e non percepibile, non diverso da quello che incombe su di ogni altro soggetto che si sposti a piedi in circostanze non caratterizzate dall'incombenza a lei assegnata.

 

 

Per la riduzione della capacita' lavorativa della casalinga in seguito a un incidente stradale, la Cassazione riconosce dovuto il risarcimento. La Suprema Corte, con sentenza n. 15580 dell'11 dicembre 2000 ha stabilito che in tale ipotesi la casalinga ha diritto a un risarcimento a titolo di danno patrimoniale, in aggiunta al risarcimento per il danno biologico e per il danno morale. La Signora V. M., casalinga, riportò, in un incidente stradale causato da un autocarro, una frattura multipla dell'omero. Per ottenere il risarcimento dei danni subiti ella ebbe a promuovere davanti al Tribunale di Sondrio un giudizio nei confronti dell'azienda proprietaria dell'autocarro investitore e della compagnia assicuratrice, sostenendo in tale sede il diritto non solo al risarcimento del danno biologico e del danno morale, ma anche del danno patrimoniale, per diminuita capacità lavorativa. Il Tribunale accolse solo parzialmente la domanda, riconoscendole soltanto il danno morale e quello biologico, ritenendo che la menomazione della capacità lavorativa della casalinga dovesse ritenersi compresa nel danno biologico. Questa decisione, parzialmente riformata dalla Corte d'Appello di Milano con il riconoscimento alla casalinga anche del danno patrimoniale, è stata poi esaminata dalla Cassazione, che ha precisato che il risarcimento del danno alla persona deve essere sempre integrale e che pertanto nella sua determinazione si deve tenere conto non solo della lesione dell'integrità psicofisica, ma anche del pregiudizio recato alla capacità produttiva e alla dignità, nonché della sofferenza psicologica. Il fondamento del diritto al risarcimento del danno inerente al lavoro della casalinga - ha osservato la Corte - si fonda sull'art. 4 della Costituzione che tutela qualsiasi forma di lavoro; la scelta di lavorare per il proprio nucleo familiare concorre al consolidamento della famiglia e dunque al progresso materiale o spirituale della società. Pertanto, a detta della Corte, il danno alla capacità lavorativa della casalinga non può essere inquadrato nell'ambito del danno biologico, che si fonda sulla diversa e primaria tutela della salute. La Cassazione ha accolto il ricorso della casalinga in ordine alla misura del risarcimento, osservando che la Corte d' Appello non ha motivato la decisione di determinare il risarcimento in misura di lire 1.000.000 per ogni punto d'invalidità e non ha tenuto conto dei parametri indicati dalla danneggiata per la stima del reddito figurativo: e cioè il reddito giornaliero di una collaboratrice familiare a tempo pieno, il reddito di una domestica ad ore; il reddito paragonato al triplo della pensione sociale. Tutti questi criteri equitativi conducono a importi nettamente superiori a quello liquidato dalla Corte d'Appello.

 

 

 

 

 

 

Il risarcimento del danno per la morte del padre in un incidente stradale puo' essere richiesto dal figlio anche se, al momento del sinistro, era ancora nel ventre materno.

Infatti, secondo la Corte di Cassazione, Sezione Quarta Penale n. 11625 del 13 novembre 2000, tale risarcimento risulta giustificato dalla perdita di assistenza e dalla profonda sofferenza provata quando ha preso conoscenza della mancanza della figura paterna. Nel caso specifico, C.P., investito nel 1996 da un autocarro, morì per le gravi lesioni riportate nell'incidente. All'epoca del suo decesso, la moglie aspettava un figlio, nato alcuni mesi dopo. Nel processo penale a carico dell'investitore anche il figlio, rappresentato dalla madre, si è costituì parte civile, chiedendo la condanna dell'imputato al risarcimento del danno. Nel giudizio di primo grado il Pretore pur affermando la responsabilità penale dell'autista dell'autocarro, ritenne inammissibile la costituzione in giudizio, come parte civile, del figlio della vittima, in quanto al momento dell'incidente egli non era ancora nato. Nel giudizio di secondo grado la Corte d'Appello di Milano, oltre a confermare la condanna dell'imputato, ha dichiarato illegittima l'esclusione dal processo del figlio della vittima, ritenendo sussistente il suo diritto al risarcimento dei danni. L'imputato ha proposto ricorso per cassazione chiedendo, tra l'altro, la riforma della sentenza della Corte d'Appello di Milano nella parte in cui lo aveva condannato al risarcimento del danno in favore del figlio della vittima. La Suprema Corte ha rigettato il ricorso, risolvendo peraltro una questione molto dibattuta in dottrina e in giurisprudenza. Infatti con questa pronuncia la Cassazione ha affermato che il diritto al risarcimento del danno può essere riconosciuto anche in favore di un soggetto che nel momento in cui si è verificato l'evento dannoso era stato concepito ma non era ancora nato. Nella elaborata motivazione della sentenza la Corte ha affermato, tra l'altro, che ai fini dell'affermazione della responsabilità extracontrattuale non è necessario che al momento in cui si produce l'evento dannoso sussista una relazione fra due soggetti: il danneggiante e l'offeso. La Corte ha in proposito richiamato il suo consolidato orientamento giurisprudenziale che ritiene risarcibile i danni da responsabilità, contrattuale o extracontrattuale anche nel caso di danni indiretti o immediati, purché si presentino come effetto normale in base al principio della c.d. regolarità o causalità adeguata. Una conferma della irrilevanza della attualità della relazione intersoggettiva &endash; ha osservato la Corte &endash; la si ricava anche dalla giurisprudenza che si è affermata in tema di danno "riflesso" o "di rimbalzo" subito da coloro che, pur non essendo stati direttamente lesi dal fatto illecito, si trovino in un significativo rapporto con la persona offesa o con il danneggiato, tanto da subirne le indirette conseguenze. La Corte ha anche ricordato la giurisprudenza secondo cui non è necessario che fatto illecito e danno ingiusto siano contemporanei ai fini del risarcimento; infatti si è sempre ritenuto risarcibile il danno verificatosi dopo la morte dell'autore dell'illecito, come nei casi di costruzioni crollate dopo il decesso del costruttore. Pertanto la Corte ha affermato che il nascituro, concepito all'epoca del fatto illecito, e che sia successivamente nato, è personalmente titolare del diritto di azione per ottenere il risarcimento dei danni ingiusti provocatigli da tale fatto; se la nascita non si verifica il danno ingiusto non sorge. Il minore, secondo quanto stabilito dalla Suprema Corte, ha diritto al risarcimento sia del danno patrimoniale, per la perdita dell'assistenza materiale ed economica che il padre gli avrebbe fornito, sia del danno morale che si verifica nel momento in cui il bambino inizia a prendere conoscenza della mancanza della figura paterna subendo le conseguenti sofferenze. Il risarcimento del danno biologico sarà dovuto ove venga dimostrata una stabile compromissione della salute psico-fisica del minore.

 

 

 

 

 

 

 

 

Un testimone non può essere ritenuto inattendibile solo perchè è iŕ coniuge di una delle parti in causa.

La credibilità del teste deve essere valutata in base al contenuto della deposizione e alle altre prove raccolte: è quanto ha ribadito la Cassazione Sezione Lavoro n. 12623 del 23 settembre 2000; infatti, secondo la Suprema Corte, il giudice non può ritenere un testimone inattendibile per il solo fatto che egli sia coniuge di una delle parti. La credibilità del testimone deve essere accertata con riferimento al contenuto della deposizione e, solo nell ipotesi in cui le dichiarazioni risultino in contrasto con altre deposizioni o presentino intrinseche incongruenze, esse possono essere valutate in termini di scarsa attendibilità, in ragione del vincolo che lega il teste alla parte.

 

 

 

 

 

 

La Corte di Cassazione ha respinto il ricorso di un ristoratore fiorentino, riconoscendo nel menù scritto in piccolo la fattispecie della frode in commercio (Cassazione 12107/99).Con questa sentenza, la Suprema Corte, infatti, ha stabilito che debbono considerarsi fuorilegge i menù dei ristoranti che "mimetizzano" con caratteri molto piccoli l'uso di prodotti surgelati o congelati nella preparazione dei piatti.

Il ristoratore fiorentino, già condannato dalla Corte di Appello di Firenze ad una multa di 800.000 lire per il reato di tentata frode in commercio (artt.56 e 515 c.p.)non essendo nel suo ristorante chiaramente indicata la provenienza surgelata di alcuni alimenti, aveva fatto ricorso in Cassazione, sostenendo che nella lista delle vivande in uso ai tavoli della sua trattoria gli alimenti non freschi erano dichiarati e non nascosti, giacchè una piccola scritta verticale evidenziava i manicaretti preparati con cibi trasferiti dal freezer. Ma i Giudici della Suprema Corte non gli hanno dato credito, ritenendo configurabile il tentativo di frode in commercio non solo quando venga omessa l'indicazione della preparazione di alcune pietanze con prodotti surgelati o congelati, "ma anche quando la menzione di detti alimenti venga mimetizzata con l'utilizzazione di caratteri molto piccoli (nel caso di specie 1 mm), posti all'estremo margine inferiore della lista delle pietanze ed in senso verticale, in modo da sfuggire all'attenzione della clientela". I clienti, infatti, secondo la Cassazione, hanno il diritto alla "correttezza, trasparenza ed equità nei rapporti commerciali concernenti beni e servizi, nonchè alla adeguata informazione, condizione fondamentale per una scelta consapevole e qualitativa del prodotto prescelto" ( soprattutto alla luce di alcune recenti normative a tutela dei consumatori per es. legge 30 luglio 1998 n.281) (27 ottobre 1999).

 

La Corte di Cassazione, Sez. Lavoro, con la pronuncia n. 5063/2000 ha riconosciuto che è infortunio sul lavoro, conseguentemente risarcibile da parte dell'INAIL, quello subito da un lavoratore mentre, a conclusione della giornata lavorativa, si reca in auto a casa della sua fidanzata, dove ha stabilito dimora, sancendo in tal modo il principio di rilevanza anche al luogo di dimora.

Sul punto, la Suprema Corte ha accolto il ricorso di un dipendente di un albergo, rimasto vittima di un incidente stradale mentre a bordo della sua auto faceva ritorno a casa della fidanzata. Il lavoratore, che aveva chiesto all'INAIL l'indennizzo per infortunio sul lavoro, aveva segnalato che, pur conservando la residenza nella casa della sua famiglia (situata ad oltre 45 chilometri di distanza dal luogo di lavoro), da tempo aveva scelto come dimora la casa della fidanzata (a meno di 20 km), perché più vicina al luogo di lavoro, dandone peraltro notizia all'azienda. L'INAIL aveva respinto la richiesta, ed il Tribunale di Treviso, a cui il lavoratore aveva presentato ricorso teso ad ottenere dall'Inail la costituzione di una rendita per i postumi permanenti residuati dall'incidente stradale occorsogli e valutabili nelle misura dell'80%, aveva negato il diritto al trattamento assicurativo, sostenendo che la scelta di recarsi presso il domicilio della fidanzata era stata operata per soddisfare necessità personali non connesse alla prestazione lavorativa.

In modo diametralmente opposto ha deciso ora la Cassazione, dando ragione al lavoratore, motivando la propria pronuncia in tal modo. Secondo i Giudici di legittimità, infatti, in mancanza di una specifica norma di legge, l'infortunio "in itinere" va ricompreso nella tutela assicurativa obbligatoria in quanto sia riconducibile all'ipotesi di infortunio avvenuto "in occasione di lavoro". In questo caso, in particolare, secondo i Supremi giudici, il Tribunale ha immotivatamente escluso l'infortunio dalla tutela assicurativa con la semplice osservazione che la scelta di tornare al luogo di dimora, invece che al luogo di residenza &endash; al termine di una settimana lavorativa ed alla vigilia di un giorno festivo &endash; costituiva "rischio elettivo" del lavoratore, con la conseguenza che va indennizzato come infortunio "in itinere" anche l'incidente avvenuto nel percorso necessario per raggiungere il luogo di dimora, più vicino al luogo di lavoro e noto al datore di lavoro (a maggior ragione perché tale luogo non era comunque collegato a quello di lavoro da mezzi pubblici, almeno in orari compatibili con quelli di inizio e termine della prestazione lavorativa del ricorrente). Infatti, secondo la Cassazione, i Giudici di appello avrebbero immotivatamente escluso l'infortunio sottoposto al loro esame dalla tutela assicurativa obbligatoria, con la semplice osservazione che la scelta di tornare al luogo di dimora, invece di quella di tornare presso la famiglia di origine presso il luogo di residenza, al termine della settimana lavorativa ed alla vigilia di un giorno festivo, costituiva rischio elettivo del lavoratore.

Il dirigente licenziato per palese incapacità professionale può ottenere il risarcimento dei danni per l 'ingiuriosità della motivazione.

La Corte di Cassazione, Sezione Lavoro n. 14299 del 30 ottobre 2000, ha stabilito che in considerazione della lesione dell' immagine professionale e del valore di mercato, il dirigente E.C., licenziato in tronco dalla S.p.A. Fiat O.M. per palese incapacità professionale, ha diritto al risarcimento del danno, per l' inigiuriosità della motivazione del licenziamento. Il dirigente, che si era rivolto al Pretore di Milano chiedendo, tra l'altro, la condanna dell'azienda al risarcimento del danno per l'ingiuriosa motivazione del licenziamento, aveva visto rigettata dal Pretore tale domanda, che però aveva successivamente trovato accoglimento in grado di appello davanti al Tribunale di Milano, con la pronuncia di condanna dell'azienda al risarcimento del danno in misura di lire 30 milioni. La Suprema Corte ha quindi rigettato il ricorso proposto dalla Fiat O.M. contro questa decisione, spiegando che la sentenza del Tribunale di Milano aveva avuto un'adeguata motivazione, in quanto ha accertato che il dirigente era stato licenziato sulla base non di fatti, ma di un infondato giudizio di palese incapacità professionale, esplicitato in modo non volgare, ma eccessivamente pesante, in quanto coinvolgente un aspetto fondamentale della persona, che non a caso era stato poi colpita da forma depressiva; il Tribunale - a giudizio della Corte di Cassazione - ha anche correttamente ritenuto che la predetta pesantezza si era tradotta in una lesione dell'immagine professionale del dirigente e quindi del suo valore di mercato in ragione della qualifica dirigenziale, anche perchè notoriamente fatti del genere si sarebbero propalati oltre lo stretto ambito aziendale.

 

 

 

Lo svolgimento di mansioni superiori per sostituzione di lavoratori che fruiscono del riposo settimanale può comportare la promozione automatica.

Con questa importante sentenza la Cassazione, Sezione Lavoro n. 13940 del 21 ottobre 2000, ha stabilito che anche il lavoratore che svolga mansioni superiori per sostituire colleghi assenti per il riposo settimanale ha diritto alla promozione alla corrispondente qualifica. A.M., dipendente delle Ferrovie dello Stato, inquadrato nella quinta categoria, avendo svolto per più di tre mesi le mansioni proprie della sesta categoria, ha chiesto al Pretore di Santa Maria Capua Vetere il riconoscimento del suo diritto alla promozione. L azienda si è difesa sostenendo che egli era stato impiegato per la sostituzione di personale assente per riposi settimanali e quindi non aveva diritto alla qualifica superiore, pur avendo svolto le relative mansioni. Sia il Pretore che in grado di appello il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere hanno ritenuto la domanda priva di fondamento, affermando che lo svolgimento delle mansioni superiori era avvenuto per sostituzione di personale assente con diritto alla conservazione del posto. Al contrario, la Suprema Corte ha accolto il ricorso del lavoratore affermando che, ai fini previsti dall' art. 2103 cod. civ., il lavoratore che non presti la sua opera per riposo settimanale non può ritenersi assente con diritto alla conservazione del posto come ad esempio chi sia in malattia. Assente ha osservato la Corte significa, letteralmente, non presente nel luogo in cui si dovrebbe essere. Il concetto di assenza involge due elementi: la non presenza ed il contrasto di questo fatto con un dovere essere. Il lavoratore che fruisce del riposo settimanale ha precisato la Corte non è assente dal lavoro, perchè alla non presenza non si associa il dover lavorare nel giorno di riposo; l'interpretazione quindi del termine lavoratore assente di cui all'art. 2103 cod. civ. nel senso di mera non presenza è erronea. Infatti in una organizzazione del lavoro in turni che coprono tutta la settimana, compresa la festività ha aggiunto la Corte - occorre prevedere un organico che rispetto al numero dei posti di lavoro comprenda un aliquota destinata a coprire i turni di chi usufruisca dei riposi settimanali; così ad esempio se per una determinata attività, che copre un solo turno giornaliero per sette giorni, sono necessari sei lavoratori, l'organico dovrà prevederne sette per consentire il riposo settimanale a turno di essi. Il settimo lavoratore non sostituisce a turno gli altri, ma come gli altri copre l'organico necessario per espletare il servizio per sette giorni con sei lavoratori presenti in ciascun giorno; la mancanza del settimo lavoratore costituisce carenza di organico; se quindi la sostituzione di lavoratori non presenti per riposo settimanale non ha carattere eccezionale ma continuativo si deve ritenere che l'organico della qualifica sia carente. Pertanto la Corte ha cassato la sentenza impugnata, rinviando la causa ad altro giudice, per il quale ha stabilito il seguente principio di diritto: Nelle imprese che esplicano la loro attività anche nei giorni festivi ed il cui organico deve essere maggiorato dell'aliquota necessaria a consentire il riposo settimanale a turno dei dipendenti, l'adibizione a mansioni superiori per sopperire alla carenza dell'organico a consentire il riposo settimanale, non costituisce sostituzione di personale assente con diritto alla conservazione del posto a sensi dell art. 2103 cod. civ., ma copertura di un posto (vacante) necessario per l'espletamento continuativo del servizio .

 

 

 

L'importo del canone di locazione pagato dall'azienda per l'abitazione del dipendente distaccato all'estero deve essere incluso, in parte, nel trattamento di fine rapporto .

E' quanto ha stabilito il Tribunale di Milano, Sezione Lavoro n. 857 del 17 ottobre 2000, trattandosi di un emolumento in parte retributivo. B.E., dipendente dell'Enichem, distaccato presso una società controllata all'estero, durante tutto il periodo di distacco, ha ricevuto lo stipendio che gli veniva regolarmente versato dalla controllata, mentre l'Enichem provvedeva a pagargli il canone di locazione dell'abitazione. Quando il rapporto di lavoro è cessato, il lavoratore ha chiesto al datore di lavoro di includere nel calcolo del trattamento di fine rapporto anche l'importo del canone di locazione pagato dall'azienda per la sua abitazione nel periodo di distacco all'estero. Poiché l'Enichem ha respinto la richiesta, B.E. ha promosso un giudizio davanti al Pretore di Milano al fine di ottenere il pagamento di una somma a titolo di differenze di trattamento di fine rapporto, derivanti anche dal mancato computo del canone di locazione. Il Pretore ha rigettato la domanda, mentre il Tribunale di Milano ha parzialmente accolto l'appello proposto dal dirigente affermando che l'importo del canone di locazione andava incluso almeno in parte nel calcolo del t.f.r. L'emolumento in esame, secondo quanto motivato dal Tribunale di Milano ha una duplice natura: per una parte indennitaria dei maggiori oneri in ragione dell'attività svolta all'estero, per l'altra compensativa delle modalità della prestazione, così stabilendo l'inclusione nel trattamento di fine rapporto, in misura del 50%, dell'importo corrisposto al dirigente per canone di locazione, condannando l'azienda al pagamento della relativa differenza.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

L'introduzione di informazioni su Internet ha natura di pubblicazione ai sensi dell'art.12 legge n.633/1941, con tutte le implicazioni giuridiche, civilistiche e penalistiche, che ne conseguono. La gradualità dell'accesso ad Internet non esclude che l'utilizzo dell'opera assuma natura economica, come veicolo di raccolta pubblicitaria diretta o indiretta. Il provider che conceda solo l'accesso alla rete, nonchè lo spazio sul proprio server per la pubblicazione dei servizi informativi realizzati dal fornitore di informazioni, non è responsabile della violazione del diritto d'autore eventualmente compiuta da quest'ultimo.Tribunale di Cuneo, 23 giugno 1997

 

 

 

 

 

 

L'utilizzo di un marchio registrato da terzi per la fornitura di servizi su un sito Internet non costituisce concorrenza sleale quando tale marchio non sia dotato di originalità e creatività e quando non sussista affinità tra l'attività svolta dal titolare e dal terzo.Tribunale di Pescara, 9 gennaio 1997

 

 

 

 

 

 

 

In considerazione della particolarità di Internet come veicolo pubblicitario, la circostanza che titolare del sito sia persona diversa dall'operatore pubblicitario non esclude una responsabilità di quest'ultimo per le notizie e le informazioni diffuse a promozione della propria immagine. Internet è, e deve essere considerato, un veicolo pubblicitario.Garante concorr. Mercato 27 marzo 1997, n.4820

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Indennizzati in Gran Bretagna

soldati gay espulsi dall'esercito

Una recente sentenza del Tribunale europeo per i diritti umani di Strasburgo ha stabito che la Gran Bretagna dovrà pagare a quattro omosessuali espulsi dall'esercito (tra il 1993 ed il 1995) un indennizzo di oltre un miliardo a titolo di danni morali causati ai quattro soldati dall'espulsione e dalla violazione del diritto di privacy.

Previsione Unioncamere: per il 2001

occupati in crescita del 3,2 per cento

Da uno studio dell'Unioncamere risulta che il tasso di crescita degli occupati in Italia previsto per il prossimo anno è del 3,2%. Le aree per le quali si prevede una crescita più consistente sono il Sud (4%) e il Nord-Est (3,6%).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Extracomunitari: uno su quattro

tra i nuovi assunti nel 2000

Tra i neo-assunti in Italia nel biennio '99-2000 uno su quattro è extracomunitario. Lo rivela una ricerca dell'Isfol realizzata su dati del Ministero del Lavoro e dell'Unioncamere. Prevedibile il dato che vede l'edilizia al comando tra i settori con il maggior numero di occupati extracomunitari, ma c'è qualche segnale in controtendenza. Il 4,5% degli neo-assunti extra-comunitari, infatti, è riuscito ad affermarsi in professioni intellettuali o di elevata specializzazione.

 

 

 

Privacy: la Corte Europea vieta

la diffusione di dati sulla "vita privata"

 

La Corte Europea, in materia di tutela dei dati personali e di diritto al rispetto della vita privata, con sentenza 04 maggio 2000, ha stabilito che, la registrazione in un archivio segreto e la diffusione dei dati relativi alla "vita privata" di un individuo rientrano nell'ambito di operatività dell'articolo 8, paragrafo 1, della Convenzione (sentenza 26 marzo 1987, Leander 7 Svezia, serie A, n 116). Tanto la registrazione da parte di un'autorità pubblica di tali dati quanto il loro utilizzo nonché il diniego della facoltà di confutarli, costituiscono un'ingerenza nel diritto al rispetto della vita privata, garantito dall'articolo 8, paragrafo 1. Per non violare tale articolo, simile ingerenza deve essere "prevista dalla legge", perseguire uno scopo legittimo in relazione al paragrafo 2 ed essere necessaria in una società democratica per perseguire tale scopo. Infatti, introducendo un'eccezione a un diritto garantito dalla Convenzione, il paragrafo 2 dell'articolo 8 richiede un'interpretazione restrittiva.

 

 

 

 

 

 

 

Permessi, congedi e anticipazione del Tfr

una nuova legge a favore della famiglia

Con la Legge 53 dell'8 marzo 2000, sono state introdotte interessanti novità a favore dei lavoratori, per la famiglia:

Permessi per lutto: è ora finalmente consentito di usufruire di un permesso retribuito pari a 3 giorni lavorativi in caso di decesso o di grave infermità (documentata) del coniuge, di un parente entro il secondo grado o del convivente (purché risulti dalla certificazione anagrafica).

Congedi straordinari per motivi familiari: i dipendenti possono richiedere per gravi e documentati motivi familiari - un periodo di congedo fino a 2 anni (continuativo o frazionato), senza diritto alla retribuzione ma con diritto alla conservazione del posto. Il datore di lavoro in questi casi può assumere un lavoratore a tempo determinato in sostituzione di quello assente.

Congedi per formazione: i dipendenti con almeno 5 anni di anzianità aziendale possono richiedere una sospensione del rapporto di lavoro non superiore a 11 mesi, al fine di portare a termine la scuola dell'obbligo, conseguire un titolo di studio di secondo grado, conseguire il diploma universitario o la laurea, o partecipare ad attività formative diverse da quelle offerte dall'azienda.

Anticipazione TFR:è possibile richiedere l'anticipazione del trattamento di fine rapporto anche nei casi di astensione facoltativa per maternità, purché - come per gli altri casi previsti dalla legge - si abbiano almeno 8 anni di anzianità aziendale e l'ammontare della cifra non superi il 70% del TFR maturato.

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Il medico che prescrive una terapia omeopatica non può esimersi dall 'informare il paziente dei limiti del ricorso alla terapia alternativa e degli eventuali pericoli che possono derivare dall' abbandono della medicina tradizionale. Se, infatti, viene provata in giudizio la connessione tra le eventuali crisi che colpiscano il proprio assistito e il comportamento del medico, quest ultimo è responsabile civilmente e penalmente per lesioni colpose dei danni subiti dal malato. Si è in questo senso pronunciata la III Sezione Penale della Corte di Cassazione (sent. 4 luglio 2000), confermando la sentenza della Corte di appello di Milano, che aveva condannato un medico omeopata a due mesi di reclusione e al risarcimento dei danni. Nei fatti, l' omeopata aveva sottoposto a una terapia contro la bronchite asmatica, interrompendo la cura tradizionale basata su farmaci cortisonici, una paziente successivamente colpita da una crisi acuta e a causa di ciò caduta in coma per 24 ore. La colpa dell imputato, secondo la Suprema Corte, consiste nella inosservanza del dovere di completa informazione-prescrizione nei confronti della parte offesa circa i limiti del ricorso alla terapia alternativa (omeopatica-sierotissulare). In buona sostanza, il medico è tenuto ad informare il paziente del fatto che il ricorso alla medicina omeopatica ha, più che altro, carattere preventivo rispetto alle patologie. Nel caso in esame, l 'omeopata non aveva avvertito la paziente della necessità di far ricorso ai rimedi tradizionali in caso di crisi acute, nè aveva compiuto ulteriori accertamenti, per cui la Corte di merito l' aveva condannato, provando il nesso tra il verificarsi del coma e la mancata prescrizione di farmaci cortisonici. L effettivià di questo nesso non è sindacabile dalla Cassazione perchè riguarda valutazioni di merito emerse nel corso del processo e che la III sezione ha ritenuto immune da vizi logici.

 

RESPONSABILITA' PENALE DEI GENITORI PER LA SINDROME DEPRESSIVA CAUSATA DALLA LORO FIGLIA A UN VICINO CON SALTI RIMBOMBANTI COMPIUTI ALL'INTERNO DELL'ABITAZIONE A FINI DI ALLENAMENTO SPORTIVO: sono stati condannati per il reato di lesioni personali colpose, per non avere esercitato interventi correttivi (Cassazione Sezione Quarta Penale n. 7941 del 7 luglio 2000).

Una coppia di coniugi hanno consentito alla figlia minore di allenarsi in casa, saltando, al pattinaggio sportivo. Dopo due mesi di questi allenamenti il coinquilino del piano sottostante, esasperato, li ha querelati per il reato di lesioni personali colpose, sostenendo che il rimbombo prodotto dai salti gli aveva causato una sindrome ansioso depressiva con dispepsia.

Il Pretore di Bolzano, dopo avere sentito alcuni testimoni e disposto una consulenza tecnica, ha riconosciuta la responsabilità dei genitori, condannandoli alla pena di lire 500.000 di multa per il reato di lesioni personali colpose (art. 590 cod. pen.), ritenendo che gli stessi fossero venuti meno al dovere di impedire alla figlia un'attività dannosa per l'altrui salute. La sentenza di primo grado, confermata dalla Corte di Appello di Trento, ha determinato i condannati a ricorrere per Cassazione, sostenendo che nessuna responsabilità poteva loro attribuirsi per la mancata conoscenza delle conseguenze di qualche salto compiuto in casa dalla loro figlia minore. La Suprema Corte (Sezione Quarta Penale n. 7941 del 7 luglio 2000) rigettando il ricorso ha ritenuto che i giudici di merito avessero correttamente accertato che la figlia minorenne dei ricorrenti aveva posto in essere, per mesi, una sistematica quotidiana serie di "salti vibranti" all'interno dell'abitazione, causando al vicino una malattia. In tale situazione &endash; ha affermato la Corte &endash; entrambi gli imputati, nella loro qualità di genitori esercenti la patria potestà sulla figlia minorenne e nell'adempimento dell'obbligo giuridico di educare ed istruire la prole, dovevano intervenire per correggere l'attività della figlia ed evitare che ne derivassero danni a terzi.

 

 

 

 

 

PER INADEMPIENZA CONTRATTUALE, SE IL BANCARIO NON INFORMA CORRETTAMENTE IL CLIENTE SULL'ESITO DI UN ASSEGNO MESSO ALL'INCASSO, LA BANCA E' TENUTA AL RISARCIMENTO DEL DANNO. E' quanto ha stabilito la Corte di Cassazione, Sezione Prima Civile, n. 8983 del 5 luglio 2000, in relazione a un caso sottopostogli, nel quale una negoziante, all'atto della vendita di un orologio, del valore di oltre 18.000.000 di lire, prima di consegnare all'acquirente il bene, pagatole con un assegno bancario, versava l'assegno sul suo conto corrente, chiedendo telefonicamente al funzionario addetto a tale agenzia informazioni sulla copertura del titolo. Le veniva risposto che l'assegno era stato pagato. Conseguentemente, la negoziante consegnava l'orologio al cliente, salvo apprendere successivamente che l'assegno era stato protestato per mancato pagamento. Nel giudizio, promosso dalla venditrice nei confronti della banca, il Pretore di Milano accoglieva la domanda di condanna della convenuta al risarcimento del danno per inadempienza contrattuale, condannando la Banca al pagamento della somma di lire 18.500.000, oltre interessi. Contro tale decisione, confermata in appello dal Tribunale di Milano, la banca proponeva ricorso per cassazione sostenendo, tra l'altro, l 'inesistenza di una sua responsabilità contrattuale. La Suprema Corte (n. 8983 del 5 luglio 2000), rigettava il ricorso, affermando che il rapporto intercorso tra la negoziante e la banca in relazione alla richiesta di informazioni sul buon esito dell'assegno in questione ed alla accettazione ed esecuzione del relativo obbligo si configura come contratto di mandato. Ne discende la responsabilità della banca, ai sensi degli artt. 1176 e 1710 c.c.: il comportamento posto in essere da un dipendente di un istituto di credito è a quest'ultimo riferibile se compiuto nell'esercizio delle incombenze affidate al lavoratore nell'ambito dell'attività propria della banca. Secondo quanto precisato dalla Corte di Cassazione, infatti, la responsabilità di un istituto di credito deve essere rigorosamente valutata, in quanto connessa all'espletamento dell'attività bancaria in senso tipico, come "raccolta di risparmio tra il pubblico e l'esercizio del credito" riservata a determinati enti, sottoposti ad un particolare sistema di autorizzazioni, vigilanza, controllo e "trasparenza", con riferimento alla specifica "natura" di tali compiti e di ogni ulteriore comportamento in essi rientrante nell'ambito del rapporto ente bancario - cliente.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Vi è incompatibilità tra l'iscrizione all'Albo degli Avvocati e lo svolgimento delle funzioni di Giudice Onorario nello stesso distretto?

"L'Avvocato, iscritto all'albo dell'Ordine di Milano, il quale svolga funzioni di G.O.A. nel distretto di Milano, può mantenere l'iscrizione all'albo di Milano a condizione che sottoscriva una dichiarazione di intenti nella quale si impegna a non svolgere attività forense davanti al distretto del Tribunale di Milano". E' questa, la testuale delibera del Consiglio dell'Ordine di Milano ( 25 maggio 2000), assunta in base alla Circolare 28 maggio 1999 del CSM ed alla sentenza n.129/99 della Corte di Cassazione.

 

 

GIURISPRUDENZA DEL CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE

 

Tenuta albi. Iscrizione elenco speciale

L'iscrizione nell'elenco speciale annesso all'albo è riservata ai professionisti dipendenti di enti pubblici assegnati in via esclusiva all'ufficio legale dell'ente stesso; pertanto laddove non vi sia la garanzia del rapporto di pubblico impiego non può ammettersi l'iscrizione del professionista nell'elenco speciale, a nulla rilevando la funzione pubblica svolta dal datore di lavoro. (Nella specie è stata rigettata la domanda di iscrizione del dipendente ENPAM &endash; Ente nazionale di previdenza e assistenza medici e odontoiatri).E' inammissibile nel ricorso al C.N.F. proposto dal professionista avverso una delibera di rigetto di iscrizione nell'elenco speciale annesso all'albo, l'intervento ad adiuvandum del terzo datore di lavoro del ricorrente.

( Consiglio naz. forense, 4 novembre 1999, n.201).

 

Iscrizione albo. Cittadino comunitario.

Secondo il disposto del d.lgs. 27 gennaio 1992, n.115, che ha recepito la direttiva n. 89/48/CE del 21 dicembre 1988, il titolo professionale straniero deve essere riconosciuto con Decreto Ministeriale, previo accertamento dei presupposti richiesti e superamento di una prova attitudinale destinata ad accertare le conoscenze professionali e deontologiche e a valutare la capacità all'esercizio della professione. (Nella specie è stato accolto il ricorso del professionista che, pur avendo prodotto il decreto ministeriale e l'attestato di superamento della prova attitudinale, si era visto rifiutare l'iscrizione con l'argomentazione che la prova attitudinale fosse inidonea ad accertarne le capacità).

( Consiglio naz. forense, 3 dicembre 1999, n.233).

 

Dovere di probità e correttezza.Vita privata.

L'Avvocato che, nella sua veste di consigliere di amministrazione di un'azienda pubblica, si renda partecipe di ipotesi corruttive consumate o tentate, pone in esse un comportamento deontologicamente rilevante, perché gravemente lesivo della dignità e decoro dell'intera classe forense. (Nella specie è stata confermata la sanzione della sospensione per tre mesi).

( Consiglio naz. forense, 19 novembre 1999, n.219).

 

Procedimento disciplinare. Sospensione cautelare.

La sospensione cautelare non ha natura di mera sanzione disciplinare ma è un provvedimento amministrativo precauzionale e per la sua applicazione non è necessario che il C.d.O. apra un procedimento disciplinare e valuti la fondatezza delle incolpazioni o imputazioni penali, ma solo la gravità delle stesse e l'opportunità della sospensione, ove ritenga possa configurarsi, a causa del comportamento del professionista, una situazione di allarme per il decoro e la dignità dell'intera classe forense. ( Nella specie il professionista era stato arrestato per i delitti di incendio doloso, consumato o tentato, e per il tentativo di estorsione continuata e il C.N.F. ha rigettato il ricorso).

( Consiglio naz. forense, 9 novembre 1999, n.209).

 

Uso di espressioni sconvenienti ed offensive.

Pone in essere un comportamento disciplinare rilevante l'avvocato che usi in scritti difensivi espressioni offensive nei confronti della controparte tacciata peraltro di falsa testimonianza. (Nella specie è stata confermata la sanzione dell'avvertimento nei confronti dell'avvocato che, imputandola al proprio cliente, in scritti difensivi, aveva comunque dichiarato falsa la testimonianza resa dalla controparte).

( Consiglio naz. forense, 9 novembre 1999, n 213.

 

Rapporti con la controparte. Rifiuto di ricevere il pagamento.

L'avvocato che immotivatamente rifiuti di ricevere l'adempimento della controparte dovuto al proprio cliente a titolo di risarcimento del danno e agisca successivamente con vari decreti ingiuntivi per ottenere il pagamento stesso pone in essere un comportamento deontologicamente rilevante perchè lesivo del dovere di correttezza e lealtà propri della classe forense. (Nella specie il professionista aveva rifiutato il pagamento effettuato attraverso due assegni bancari ritenendoli non idonei).

( Consiglio naz. forense, 9 dicembre 1999, n.234)

 

 

 

Il fax non ha valore di prova. Non consente di arrivare con certezza alla ''provenienza dell'atto''. Lo ha stabilito la Cassazione, nel considerare il ricorso di Cristian P., un 23enne torinese nei confronti dei quali il Gip di Torino aveva disposto la custodia cautelare in carcere ''in relazione ai reati di associazione a delinquere di stampo mafioso, estorsione, commessi in Novara tra il '97 e il '99''. Prima dell'udienza di discussione, il difensore del giovane, '' a mezzo telefax'', dichiarava di rinunciare al ricorso essendo intervenuta la ''scarcerazione del suo assistito''. Ma la Suprema Corte, riconfermando la decisione del Tribunale di Torino, ha sentenziato la ''mancanza di validita' '' del fax, affermando che ''le norme riguardanti la presentazione o la spedizione dell'atto di impugnazione prevedono, pena l'inammissibilita', forme particolari volte a garantire la provenienza dell'atto, e cio' non si realizza con il fax''.

 

 

 

 

 

Tanti luoghi comuni e scarse protezioni legislative

Internet, una magnifica avventura

ma quante insidie dietro l'angolo

Personalità della cultura a convegno sul destino della

nuova informazione. Quale tutela per il giornalista?

 

di Luisella Nicosia, avvocato in Milano

 

L'innovazione tecnologica - si dice - rende inevitabili nuove scelte, impone criteri diversi nel modo di concepire il lavoro, rispetto al passato anche recente. Se è vero che Internet, introducendo il parametro del "pensiero" istantaneo e dell'"azione" immediata, sublimati dallo stimolo elettronico, ha modificato profondamente le modalità dell'informazione e della comunicazione di massa, fino al punto da generare trasformazioni radicali nelle istituzioni sociali; se è vero che una realtà ancora ieri sconosciuta, quella della Rete, appunto, ha sovvertito valori ormai consolidati e fondanti della nostra società, dando luogo, addirittura, ad una nuova economia, c'è chi può dubitare della necessità di procedere a una rapida e opportuna revisione del "vecchio" (a cominciare dalla legislazione) per adeguare regole e comportamenti alle esigenze del "nuovo" che avanza? La risposta appare fin troppo ovvia e scontata. A condizione, però, che non si dia spazio ad affrettate e strumentali semplificazioni; a patto che superficialità e demagogia non abbiano il sopravvento sulla ragione. Non a caso la grande rivoluzione copernicana rappresentata dall'avvento di Internet è diventata argomento di discussione e di confronto tra uomini di cultura, rappresentativi di tutti i paesi e di tutte le discipline, dalle arti alla scienza, a cominicare da Umberto Eco, semiologo e scrittore, per arrivare fino al Nobel, Rita Levi Montalcini. Un dibattito aperto e appassionante già in atto, che proseguirà, coinvolgendo filosofi e sociologi, scrittori, rappresentanti della stampa e della televisione di diversi continenti, studiosi dei problemi dei Nuovi Media convocati a Bologna - nel quadro delle celebrazioni europee dell'anno 2000 - per partecipare il 29 e 30 ottobre di quest'anno a un grande vertice su verità e disinformazione, su cosa cambia per i media con le infinite potenzialità della Rete. Il convegno affronterà i problemi che riguardano l'unificazione delle fonti di informazione (col rischio della nascita di un "pensiero unico") la polverizzazioe dell'informazione in Internet, i rischi della disinformazione o dell'invenzione di notizie, le perplessità circa una censura su Internet, la situazione dei giornalisti che vivono in paesi a regime didattoriale, il Politically Correct e la possibilità di applicare al mondo dell'informazione un concetto di "verità" che superi la controversa distinzione tra notizia e commento. Sarà l'occasione per vedere riunite le personalità di maggior rilievo della cultura contemporanea tra le quali i massimi responsabili del giornalismo. Al centro del dibattito un tema stimolante: il destino dell'informazione. Non mancheranno certamente contrapposizioni e polemiche su un fenomeno di così grande portata come quello di Internet, all'origine di una svolta epocale che ha aperto, davanti a noi, all'inizio del nuovo Millennio, una prospettiva affascinante e tuttavia ricca di icognite inquietanti, come è quella dell'ingresso nella nuova società dell'informazione.

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La stagione della grande apertura verso gli orizzonti infiniti offerti dalla Rete coincide, sovente, nella visione distorta di taluni protagonisti del confronto sociale, con una preoccupante perdita di tensione morale e intellettuale, quasi che l'uomo debba rassegnarsi a un ruolo subalterno, di passiva presenza, di fronte alla straordinaria evoluzione del mezzo tecnologico. Così vengono posti in discussione, alcuni principi cardine della tutela giuridica del lavoro. C'è chi, in nome della riconosciuta esigenza di "flessibilità" operativa, chiede lo smantellamento di presidi faticosamente conquistati in anni di lotte sindacali, maturati attraverso una diffusa coscienza del diritto e della dignità di chi lavora. Hanno ancora senso lo statuto dei lavoratori, è giustificato (in tempi di globalizzazione dei mercati, di liberismo selvaggio, di auspicata, completa deregulation sindacale) il rigore di una normativa contrattuale che assume validità erga omnes ? Non sono forse, questi, i famosi lacci e lacciuoli che frenano un progresso insofferente di ogni vincolo oltre a quello del suo autonomo e inarrestabile divenire? Non sono questi gli "innaturali" paletti che impediscono a tanti giovani in cerca di lavoro di ottenere una occupazione subito, sia pure senza protezioni, senza garanzie, ma pur sempre una occupazione? E' ragionevole continuare a rifiutare l'uovo oggi nella speranza (lontana) di potere ottenere la gallina domani? Sono questi gli interrogativi incalzanti, ripetuti ed enfatizzati da chi vorrebbe cancellare, con un colpo di spugna, i punti qualificanti di una legislazione del lavoro (frutto del pensiero giuridico e della prassi sindacale sviluppati e integrati nell'arco di un secolo di evoluzione socio-economica) che certamente ha contribuito alla crescita della società democratica e dello Stato di diritto. Ma si tratta di una battaglia di retroguardia, sterile e destinata al fallimento. La centralità dell'Uomo è fuori discussione. Non può esistere progresso umiliando il ruolo di chi ne è artefice e cultore. Il discorso (fatta salva ogni possibilità di adeguamento alle nuove realtà) è tanto più valido per i giornalisti, impegnati in una missione informativa che richiede (proprio in rapporto diretto con il dirompente e istantaneo prodursi della notizia veicolata dal mezzo telematico) sempre maggiore formazione culturale, professionalità, alto senso di responsabilità, autonomia di giudizio, sensibilità e deontologia, indispensabili a chi (mediatore o semplice oggettivo testimone), chiamato a gestire l'informazione, deve assolvere a un pubblico servizio.E quali garanzie sono possibili per l'operatore dell'Informazione al di fuori di regole vecchie e nuove, ma sempre codificate e sancite nel contratto e nella legge? Una delle indicazioni che viene dal convegno indetto a Bologna per l'autunno prossimo è anche quella della necessità di fare chiarezza sui tanti equivoci, sui molti luoghi comuni, che oscurano la fantastica avvenutra di Internet. E' giunto il momento di "uno sguardo diverso - come scrive Furio Colombo precisando le finalità del Convegno - su un mondo cambiato per non continuare a parlare di cambiamento (e a celebrarlo o a temerlo) senza l'inventario di ciò che è accaduto, senza il diario di ciò che si sta facendo, senza uno sporgersi in avanti, su ciò che sta per venire".

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Internet, fantastica avventura. Ma anche tanti rischi e gravi insidie. Tant'è. In questo contesto è bene esaminare anche un attacco, seppure più velato e difficile da percepire per molti, che si sta realizzando in tanti posti di lavoro, proprio attraverso la Rete, mitizzata come un luogo dove è possibile trovare di tutto e soddisfare ogni curiosità. Navigare, una esaltante esperienza. Ma può anche essere una trappola per l'ignaro frequentatore che può essere tradito dalle tracce lasciate dal proprio passaggio. Ogni intervento, fatto da da qualsiasi computer, crea dei files (cosiddetti files di LOG) che adeguatamente analizzati e studiati, consentono di leggere le destinazioni di navigazione, attraverso l'interpretazione di grafici e di informazioni molto precise, che senza ombra di dubbio comportano "un trattamento di dati personali", di quei dati cosiddetti sensibili ai sensi della legge 675/96. Cosa significa tutto ciò. Qual è il rischio che si corre? La tendenza, fortemente in crescita da noi come Oltreoceano, risulta essere quella di monitorare l'attività su Internet del dipendente. Una tentazione alla quale cede sovente il datore di lavoro. Applicando la tecnologia di cui dispone, egli riuscirà facilmente a riconoscere i siti visitati dal dipendente durante l'orario d'ufficio, riuscirà a sapere a chi e dove ha indirizzato messaggi e-mail, da chi ne ha ricevuti. Non solo, una indagine accurata consetirà, ancora, al datore di lavoro di ottenere il quadro della natura dei siti visitati dal lavoratore e della frequenza con la quale li ha raggiunti, di avere nozione delle ricerche e delle pagine scaricate, di sapere quali programmi ha utilizzato e quali operazioni ha compiuto sulla Rete. Già in passato nella società americana (dove l'emergere di tali problematiche si manifesta da maggior tempo) sono scese in campo più volte le associazioni per i diritti civili e la tutela della riservatezza per stigmatizzare l'uso arbitrario, da parte di molte grosse e piccole aziende, di programmi studiati al fine di spiare l'attività del dipendente su Internet, con la motivazione pretestuosa di ottimizzare costi ed evitare sprechi di energie e denaro. Più recentemente, anche da noi, l'attività di spionaggio della navigazione è stata giustificata con l'esigenza di conoscere esattamente la larghezza di banda necessaria all'azienda. Si tratta di sistemi subdoli di controllo purtroppo leciti negli Stati Uniti (anche se sono allo studio disegni di legge per rendere illegale qualsiasi monitoraggio non palese). A tal punto che nello Stato della California, addirittura, si sono avuti casi di licenziamento motivati dalla scoperta di un uso non consentito della posta elettronica e di Internet. In Italia operazioni di questo genere sono assolutamente illegali, vietate in primo luogo dall'articolo 4 della Legge 300/1970, (Statuto dei Lavoratori) e dalla Legge sulla Privacy (L. 675/96), che stabilisce debba intendersi come dato personale qualunque informazione relativa a persone identificate o identificabili, anche indirettamente, mediante riferimento a qualsiasi altra informazione, imponendo per il trattamento di quelle informazioni, il consenso del lavoratore interessato (ex articolo 12 legge citata). Al lavoratore, inoltre, deve pure essere fornita l'informazione prevista dall'articolo 10; in difetto di tale consenso potrebbe farsi ricorso direttamente al Garante o al Giudice ordinario al fine di chiedere una pronuncia che inibisca l'uso di strumenti di controllo della navigazione fatta in Internet (anche se, allo stato, precedenti giurisprudenziali in materia, nel nostro Paese, ancora non esistono ed è allo studio un apposito regolamento mirato a disciplinare proprio fattispecie di questo tipo). Gli orientamenti, tuttavia, sono precisi. Nei mesi scorsi, l'Autorità Garante della Privacy, rispondendo ad una richiesta di parere su un ricorso al Tribunale Amministrativo Regionale proposto da un dipendente della Pubblica Amministrazione, ha precisato in modo chiaro con la pronuncia del 12.7.99 (senza lasciare spazio alla possibilità di differenti interpretazioni e di contrastanti applicazioni) affermando in primo luogo che non solo le caselle di posta elettronica singole, ma anche le mailing list e i newsgroup chiusi (per accedere ai quali è necessario digitare una password) sono equiparati ai recapiti della normale corrispondenza cartacea, e come tali soggetti alla stessa tutela che vale per la posta normale, ciò automaticamente comportando che chi intercetta tali e-mail commette il reato di violazione di corrispondenza; in secondo luogo che chi utilizza indirizzi mail presso i server della società o dell'istituzione in cui lavora, può rivendicare legittimamente il diritto alla riservatezza dei contenuti spediti o ricevuti, fino a prova contraria, cioè fino a quando il datore di lavoro non chiarisce formalmente, con comunicazione ufficiale scritta e inequivoca, che tutti i testi in entrata o in uscita da qualsiasi account interno possono essere resi pubblici e visibili da tutti in qualsiasi momento; in parole povere, l'azienda ha, per il Garante, l'obbligo della chiarezza: solo quando la limitazione nell'utilizzo della posta elettronica dell'ufficio viene esplicitata, vengono meno per il dipendente i diritti alla riservatezza. E va precisato che già si registrano casi di limitazioni imposte, in alcuni posti di lavoro, dalle direzioni aziendali, mediante l'accertamento dell'uso e dei flussi di corrispondenza telematica effettuati sulle postazioni dei dipendenti. Si è perfino arrivati, tra le legittime proteste degli interessati, alla stesura di veri e propri prontuari da seguire per fare buon uso in ufficio di Internet: è il caso del Comune di Torino, ad esempio, che attraverso il direttore generale della civica amministrazione, ha inviato un ordine di servizio qualche mese fa agli alti dirigenti dell'ente pubblico per invitarli a stimolare e a vigilare su un uso razionale delle risorse informatiche del comune, ribadendo che è vietato e censurabile utilizzare Internet per l'accesso a siti di interesse non professionale, o comunque per attività eticamente non corrette. E, in alcune società, si è già passati ai richiami e alle sanzioni nei confronti dei dipendenti più assidui della Rete, cioè i cyber-slackers, i cosiddetti "fannulloni digitali". Se il principio, in teoria, potrebbe risultare equo al fine di combattere gli abusi ed eventuali espisodi (da provare caso per caso) di sostanziale assenteismo del lavoratore, ancorchè presente al proprio posto di lavoro, nella realtà rischia di violare quella sfera di diritti e di dignità ormai da tempo riconosciuti dal nostro ordinamento giuridico al prestatore d'opera. Il rischio, se da una parte può essere quello di cadere nell'abuso aziendale, attraverso l' utilizzo improprio di strumenti di lavoro messi a disposizione di chi lavora, dall'altra può essere quello di rendere configurabile un controllo a distanza dell'attività del lavoratore, comportamento già sanzionato e censurato da innumerevoli sentenze in materia. E' necessario ricordare, a questo proposito, che l'articolo 4, comma 1 e 2 dello Statuto dei Lavoratori vieta l'uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori. E va altresi sottolineato che gli impianti e le apparecchiature di controllo che siano richieste da esigenze organizzative e produttive, ovvero dalla sicurezza del lavoro, ma dai quali derivi anche la possibilità di controllo a distanza dell'attività dei lavoratori, possono essere installati soltanto previo accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, oppure, in mancanza di queste, da accordi con la commissione interna. In difetto di accordo, su istanza del datore di lavoro, provvede l'Ispettorato del Lavoro, dettando, ove occorra, le modalità per l'uso di tali impianti: in buona sostanza non è consentito un controllo a distanza dei dipendenti, se non previo raggiungimento di un accordo sindacale in materia, accordo di cui debbono necessariamente essere informati i diretti interessati e solo nell'ipotesi in cui tali apparecchiature di controllo siano rese necessarie da ragioni di sicurezza del lavoro o siano funzionali a esigenze organizzative o produttive. E sul punto, almeno per quanto riguarda le tradizionali tecnologie, la giurisprudenza non lascia margini di incertezza: l'installazione in azienda, da parte del datore di lavoro, di impianti audiovisivi che è assoggettata ai limiti previsti dall'articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori anche se da essi derivi solo una mera potenzialità di controllo a distanza sull'attività lavorativa dei dipendenti, senza che peraltro rilevi il fatto che i dipendenti siano a conoscenza dell'esistenza di tali impianti deve essere preceduta dall'accordo con le rappresentanze sindacali aziendali, non essendo sufficiente, in ragione della tassatività dei soggetti indicati dal secondo comma dell'articolo 4 citato, a legittimare tale installazione, un'intesa raggiunta dal datore di lavoro con organi di coordinamento delle rappresentanze sindacali aziendali di varie unità produttive; con l'ulteriore conseguenza che è identificabile in tale fattispecie un comportamento antisindacale del datore di lavoro, reprimibile con la speciale tutela approntata dall'articolo 28 dello Statuto dei Lavoratori, la quale prescinde dall'esistenza di alcuno specifico elemento intenzionale (Cassazione civile, Sezione Lavoro, 16.09.1997 n. 9211). E, ancora, a detta dei Giudici della Suprema Corte, il divieto posto dall'articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori di far uso di impianti audiovisivi e di altre apparecchiature per finalità di controllo a distanza della attività dei lavoratori non è escluso né dalla circostanza che tali apparecchiature siano state solo installate ma non siano ancora funzionanti, né dall'eventuale preavviso dato ai lavoratori, i quali quindi siano avvertiti del controllo suddetto, né infine dal fatto che tale controllo sia destinato ad essere discontinuo perché esercitato in locali dove i lavoratori possono trovarsi solo saltuariamente (Cassazione Civile, Sezione Lavoro, 0.03.1986 n. 1490). In parallelo è bene tenere presente anche l'articolo 8 dello Statuto dei Lavoratori, che in modo chiaro vieta la raccolta di informazioni sulle opinioni dei dipendenti: è fatto divieto al datore di lavoro, ai fini dell'assunzione, come nel corso dello svolgimento del rapporto di lavoro, di effettuare indagini, anche a mezzo di terzi, sulle opinioni politiche, religiose o sindacali del lavoratore, nonché su fatti non rilevanti ai fini della valutazione dell'attitudine professionale del lavoratore. I giudici della Suprema Corte, negli anni passati, hanno inoltre avuto modo di precisare, attenendosi fedelmente al dettato legislativo, che l'articolo 4 della legge 20 maggio 1970 n. 300, che vieta il controllo a distanza dei lavoratori, disciplina distintamente le due ipotesi dell'impianto di apparecchiature finalizzate al controllo a distanza (primo comma) e di apparecchiature per fini produttivi, ma tali comunque da presentare la possibilità di fornire anche il controllo a distanza del dipendente. Mentre le apparecchiature di cui al primo comma sono assolutamente vietate, data la loro odiosità, il loro contrasto con i principi della costituzione ed il danno che possono arrecare alla stessa produttività del lavoratore, quelle di cui al secondo comma sono consentite, soltanto a condizione che il datore di lavoro osservi quanto tassativamente previsto nello stesso comma secondo ed, eventualmente, dai successivi, senza che peraltro il lavoratore possa reagire al di fuori dei mezzi di tutela apprestati dallo stesso articolo 4 citato (Cassazione civile, Sezione Lavoro 18.02.1983 n. 1236). Nell'ambito che più da vicino ci interessa, va detto che monitorare le frequentazioni su Internet del lavoratore può rappresentare anche una forma di controllo a distanza, posto che l'elenco delle frequentazioni fatte in Rete può fornire a chi lo effettua un quadro delle caratteristiche della personalità del dipendente. Ne discende che, in queste circostanze, debbono essere anche gli Ispettorati del Lavoro a scendere in campo con opportuni controlli e con assidua opera di sensibilizzazione dei datori di lavoro. Ma non solo. Occorre porre soprattutto in evidenza che l'eventuale controllo della corrispondenza telematica del lavoratore contrasta anche con il principio di tutela garantito dall'articolo 15 della Costituzione, laddove la legge fondamentale dello Stato si preoccupa di assicurare la libertà e la segretezza delle comunicazioni personali. All'uopo, merita di essere tenuta presente un'importante pronuncia del Tribunale di Milano (29.09. 1990); sia pure riferendosi a una fattispecie diversa e precorrendo i tempi, i giudici hanno affermato che con l'articolo 4 dello Statuto dei Lavoratori il legislatore ha inteso evitare che attraverso innovazioni tecnologiche possa essere introdotto in azienda un tipo di controllo di non immediata percezione per il lavoratore, anche consapevole, esposto in modo assillante, senza tregua e senza possibilità di difesa. Ma, quando si parla di Internet, non si può non tenere presente che esistono grosse lacune legislative e che ogni possibile analogia con situazioni diverse rischia sempre di creare dubbi, di suscitare distinguo e di produrre, alla fine, una cattiva applicazione della legge vigente, tratteggiata per situazioni che neppure lontanamente potevano immaginare l'effetto devastante dell'avvento della Rete. Il rischio che si corre, mettendo in atto il controllo della navigazione fatta dai dipendenti nelle ore di ufficio (in Italia i dati finora noti parlano di circa 20.000 computer sotto controllo in banche, grandi aziende, assicurazioni) è di notevole rilevanza, se si considera che rende possibile la identificazione di un quadro delle preferenze politiche, sessuali della persona, il tutto in aperta violazione dello Statuto dei Lavoratori, essendo vietata dalle legge ogni intromissione del datore di lavoro nella sfera privata e riservatissima del dipendente. Una questione senz'altro aperta e spinosa, che coinvolge direttamente la problematica dei diritti del lavoratore e della protezione dei dati personali, anche perché, in ultima analisi, non va dimenticato che il computer, come strumento di lavoro può essere assoggettato dall'azienda, ab origine, al divieto di accesso a determinati siti; il problema sta in definitiva nello stabilire se la registrazione del tentativo di accesso a quegli stessi siti viene utilizzata in qualche modo dal datore di lavoro, in aperta violazione della legge sulla tutela dei dati personali, come ha precisato in più di un occasione il Garante della Privacy, Stefano Rodotà. Il problema diventa ancora più arduo e urgente da affrontare - anche sul piano legislativo - per i giornalisti, al fine di attivare un articolato quadro di garanzie. Gli operatori dell'informazione, che più degli altri si servono di Internet, rischiano di trovarsi totalmente scoperti e privi di tutela, se solo si pensa alla tematica della segretezza professionale e della tutela delle fonti. Fino ad oggi in ben poche realtà editoriali il problema è stato affrontato in modo concludente, mentre nella stragrande maggioranza delle aziende, di ogni dimensione, nessuno ancora si è neppure posto il problema di affrontare l'argomento del controllo dell'attività dei giornalisti tramite il sistema informatico. E' importante perciò che in tempi brevi si promuovano iniziative tendenti a raggiungere, previa adeguata sensibilizzazione sul problema, accordi sindacali scritti tra le aziende editoriali e i Cdr affinchè sia regolamentato l'utilizzo di Internet sul posto di lavoro a tutela della dignità del giornalista e della sua professionalità. La lettura dei files di Log o il ricorso a altri strumenti di controllo a distanza (ad esempio, i bookmarks o la cache memory) deve rispondere a precise esigenze di sicurezza e organizzazione del lavoro e deve comunque sempre essere concordata con le rappresentanze sindacali, ricordando che l'analisi postuma dei siti visitati dal dipendente nell'espletamento del proprio lavoro, configura, come si è detto, una violazione di principi fondamentali di tutela personale, senza contare che leggere i percorsi seguiti dal giornalista, che svolge attività intellettuale, nell'espletamento della propri lavoro, comporta un'illecita intromissione sanzionata dal nostro ordinamento, secondo quanto previsto dall'articolo 38 dello Statuto Lavoratori, con un'ammenda, da lire 300.000 a 3.000.000 o con l'arresto da 15 giorni ad un anno, con possibilità discrezionalmente riconosciuta al Giudice di inasprire la pena aumentandola fino al quintuplo in caso di presunzione di inefficacia, di applicare congiuntamente la pena dell'arresto e quella della multa e di ordinare la pubblicazione della sentenza penale di condanna, salvo che il fatto non costituisca più grave reato.

 

Internet: la nuova frontiera

dell'informazione giornalistica

 

Di Luisella Nicosia, avvocato in Milano

Parlare di rivoluzione, forse, non è sufficiente. Il termine, ancorchè comprensivo di un cambiamento rapido e radicale, addirittura stravolgente di una realtà nota e codificata, non riesce a rendere compiutamente il senso di quanto e di come sia mutato il modo di comunicare nella società umana, dopo l'avvento di Internet ; di quanto e di come siano state poste in crisi le "regole" fino a ieri rigorosamente valide ed osservate nel settore delle telecomunicazioni. Internet ha introdotto il concetto di comunicazione globale interattiva in tempo reale, generando, con una successione precipitosa di eventi e di progresso tecnologico, scenari nuovi e impensabili solo una decina di anni orsono per chi opera nel mondo dell'informazione. I giornalisti più consapevoli, di fronte al rischio di rimanere esclusi dal circo mediatico, si sono trovati nella necessità di aggiornare rapidamente e con notevole sforzo di fantasia, il loro bagaglio di conoscenze tecniche e professionali, per adattarsi (e non solo) alle nuove modalità operative e alle più ampie prospettive di impiego. Molti, anche a causa di circostanze ambientali, non lo hanno ancora potuto fare. Per loro nasce l'esigenza, urgente, di correre ai ripari. Rilevanti, comunque, per quanti hanno compiuto il "salto di qualità" , sono già state le conseguenze, sia  in positivo che in negativo, sui livelli di professionalità, sui metodi di lavoro e sulla richiesta di occupazione. E' da tempo che i maggiori editori producono ed immettono nella Rete versioni telematiche di omologhe testate cartaceee, accanto alle quali si collocano nuovi giornali pensati e costruiti on line, tanto che nel mondo sono ormai un migliaio le edizioni ipertestuali di pubblicazioni quotidiane su Internet. E sempre più numerosi giornalisti vengono chiamati ad operare sul supporto elettronico, senza la garanzia di regole precise, con scarsa o punta tutela contrattuale, malgrado le problematiche poste sul tappeto dall'affermarsi della cybercomunicazione abbia sovente dato luogo, nelle sedi professionali, a un impegnato dibattito sui profili giuridici della nuova tecnologia telematica e, più in generale, sul regime giuridico delle telecomunicazioni.  Ad oggi, tuttavia, non esiste nessuna normativa specifica, con conseguenti pesanti incognite per tutti. Nessun accenno compare nel contratto di lavoro giornalistico; poco o nulla è contemplato dalle normative sul diritto d'autore. Il discorso è ancora tutto da fare. E la categoria dei giornalisti, nonostante il notevole cammino percorso, ancora non pare completamente sensibilizzata sui problemi aperti dalla nuova frontiera tecnologica. Persistono purtroppo parecchie "sacche" di indifferenza alle prospettive e alle problematiche aperte dalla introduzione della telematica, e non pochi professionisti, anche di giovane età, corrono seriamente il rischio di essere annoverati nella schiera dei cosiddetti "analfabeti digitali". In una Rete dove tutte le informazioni sono rese disponibili a chiunque e in qualunque momento, occorre sapere operare e muoversi con conoscenze tecniche e grande esperienza professionale, tenendo sempre fermi alcuni principi deontologici fondamentali; oggi che la telematica consente l'accesso diretto alle fonti da parte di chiunque, la stessa funzione professionale del giornalista deve essere quindi rimessa in discussione. Sostanzialmente, invece, molti, tra editori e giornalisti, continuano a pensare il loro mestiere secondo schemi etici e operativi che essi ritengono immutabilmente validi.  Il giornalista trova le notizie e le scrive, l'editore il giorno dopo le vende. Resistono molti luoghi comuni mentre assistiamo già da qualche anno, come s'è detto, al fenomeno di diffusione on line di fotocopie digitali di riviste e giornali cartacei da parte dei più importanti editori. E allora è giusto chiedersi: quanti giornalisti hanno il proprio computer di redazione collegato via modem col mondo esterno e si servono di quello strumento per il quotidiano lavoro? Internet avanza, conquista un numero sempre maggiore di utenti, ma crescono di pari passo gli interrogativi senza risposta, i dubbi, le incertezze di chi è chiamato ad operare nel suo ambito. I maggiori editori sono sempre più attenti, interessati ed attivi nel settore, e talora nel contesto privo di regolamentazione ne approfittano per ridurre gli organici delle redazioni, per incidere surrettiziamente sul rapporto o sulle modalità di lavoro dei giornalisti, sostenendo, a volte, la necessità di creare sinergie di lavoro. Ma si tratta di motivazioni non sempre valide e accettabili poichè, è bene ricordarlo, il giornale tradizionale e quello digitale hanno caratteristiche, potenzialità e target del tutto diversi, al punto che si può benissimo parlare di due prodotti totalmente differenti. Il primo è perfetto, finito, il secondo è aperto, perennemente "in progress".  Su Internet, infatti, funziona solo un nuovo tipo di giornale basato sul dialogo diretto, sul collegamento con gli archivi, sui servizi informativi a richiesta, sulla messa in linea di archivi indicizzati, su nuove forme di interazione con i lettori e le fonti informative, sull'uso dei filmati video e del suono, sulla opportunità di offrire servizi specifici, come il Wall Street Journal e e il magazine Wired, che rappresentano fortunati esempi di successo. In quest'ottica, si trasforma completamente il mestiere di giornalista alle soglie del nuovo millennio: mentre fino a ieri il redattore svolgeva essenzialmente un ruolo di ricerca, di scelta e di mediazione delle notizie, oggi lavorando on line tende a trasformarsi sempre più in un organizzatore dell'informazione, della ricerca e dell'assemblaggio di informazioni difficili da raggiungere in tempi rapidi, della gestione del dialogo col lettore. Quindi, il mondo virtuale basato sulla comunicazione in tempo reale a distanza e sull'informazione organizzata ma non mediata deve poter contare su professionalità nuove. Ci dovrà essere qualcuno - il redattore multimediale - che, se vuoi, ti aiuta, ti dice dove e come trovare quello che interessa, che opera sintesi, che crea percorsi, che tiene i collegamenti, che ti aggiorna, che ti evita di perdere tempo, oppure che ti mette a disposizione una ampia gamma di strumenti di ricerca, capace di gestire e organizzare questa massa di informazioni, tenendo conto che esse sono oggi invariabilmente in inglese, lingua che la gran parte degli italiani non conosce.Un lavoro senza dubbio impegnativo, che richiede professionalità e, ad un tempo, conoscenza dei limiti e delle responsabilità del proprio intervento. Una materia complessa, di non facile acquisizione, se si considera che, dal punto di vista giuridico, Internet comporta problematiche molto rilevanti, accertato che le funzioni e le applicazioni della Rete si sono rivelate in grado di offendere sia valori collettivi, sia interessi e diritti di soggetti singoli e associati: si va dalla lesione del diritto di autore alla violazione della riservatezza personale, dalla diffusione di notizie false o diffamatorie a forme di vera e propria aggressione alla libertà individuale (sotto forma di minacce o molestie fatte pervenire telematicamente o anche più semplicemente di disturbo alle comunicazioni o di violazione della loro segretezza), dalla compromissione di interessi di gruppi economici mediante atti di concorrenza sleale all'intralcio della stessa fluidità degli affari attraverso l'alterazione o l'indebolimento dell'affidabilità dei mezzi di pagamento elettronici, dalla propaganda filonazista e razzista all'apologia e all'incitamento a commettere reati della più varia specie fino alla commissione diretta in Rete di reati, per solito, nel campo della pornografia anche nelle forme più odiose perché attuate con il coinvolgimento di minori. Difficile materia, si è detto, anche se si tratta di comportamenti illeciti, ancor più difficili da rilevare data la estrema difficoltà di controllo della Rete e ancora più ardue da perseguire accertato che la comunicazione "internettiana" prescinde da delimitazioni di tipo spaziale, superando non solo la classica dimensione statale, ma anche la dimensione inter o super nazionale, mentre qualsiasi regolamentazione giuridica sconta il peccato d'origine d'essere strutturalmente ancorata alla dimensione territoriale. In questo senso, ben ha statuito il Giudice di merito affermando che "l'abuso del diritto di cronaca è sanzionabile anche se commesso con il mezzo "internet", poiché il mezzo non modifica l'essenza del fatto" (ordinanza  Tribunale di Teramo 11 dicembre 1997). E bisogna dunque tener conto che la giurisprudenza sta andando nella direzione dell' equiparazione dell'informazione telematica con la stampa tradizionale (in tal senso, vedi, tra le altre, Ordinanza del Tribunale di Roma del 6 novembre 1997:   "il Tribunale di Roma, Sezione per la Stampa e l'Informazione, già da tempo ha ritenuto che un periodico telematico può beneficiare della tutela rappresentata dalla registrazione, in quanto possiede sia il requisito ontologico, sia quello finalistico relativo alla diffusione delle notizie, pur con una tecnica di diffusione diversa dalla stampa e le nozioni di periodico, quotidiano e agenzia di stampa sono sempre state intese in modo estremamente ampio, proprio allo scopo di evitare forme di sindacato o di controllo sui contenuti stessi"). Ed è da tempo, inoltre, che la Suprema Corte di Cassazione ha avuto modo di affermare che nel concetto di periodico va ricompresa ogni pubblicazione programmaticamente periodica "quale ne sia il contenuto informativo e ne sia stata o no prestabilita la conclusione del piano di pubblicazione. Né a fondare l'esclusione della tipologia può valere il fatto che il messaggio di cui è portatrice sia trasmesso in tutto o in parte con mezzi diversi dalla stampa tradizionale". E' risultato ormai acquisito dalla giurisprudenza che alle pubblicazioni telematiche che abbiano i requisiti previsti dalla legge n. 47 del 2 febbraio 1948 si debba applicare, per quanto possibile, la stessa disciplina degli organi di informazione su carta e radiotelevisivi (ai quali il regime della 47/48 è stato esteso dall'articolo 7 della legge 14 aprile 1975, n. 103: "Ai telegiornali ed ai giornali radio si applicano le norme sulla registrazione dei giornali e dei periodici contenute negli articoli 5 e 6 della legge 2 febbraio 1948, n. 47, i direttori dei telegiornali e dei giornali radio sono, a questo fine, considerati direttori responsabili"). Ma, se i giudici si mostrano tendenzialmente disponibili all'innovazione, la dottrina tira il freno. Tra le voci più autorevoli in tale senso, spicca quella di Vincenzo Zeno-Zencovich, secondo il quale la telematica non è "stampa". A sostegno del suo convincimento cita l'articolo 1 della legge 47/48, che nella definizione di "stampa e stampato" non contempla il mezzo telematico, e le diverse interpretazioni della nozione di stampa che si sono succedute da allora (naturalmente prima della diffusione di Internet come mezzo di informazione). Il punto fondamentale è che, contrariamente a quanto assume Zeno-Zencovich, nessuno pretende che il regime della stampa venga esteso alla telematica in senso lato, perché la telematica comprende moltissime attività che non hanno nulla a che fare con l'informazione. Da un aspetto all'altro della nuova realtà rappresentata dalla comunicazione elettronica, la normativa appare ancora tutta da definire. E tuttavia si profilano alcuni punti fermi.Esistono sulla Rete siti che hanno le stesse caratteristiche dell'informazione giornalistica e, in alcuni casi, presentano anche i requisiti che la legge richiede per la registrazione delle testate. Il problema è se queste pubblicazioni possano essere iscritte - su istanza del proprietario o dell'editore - nel registro della stampa. La qualifica di stampa periodica eventualmente attribuita a una pubblicazione telematica determina forse più vincoli che privilegi, ma proprio per questo costituisce una garanzia per l'utente. E così si dovrebbe arrivare alla conclusione che equiparare l'informazione telematica - nei casi in cui presenta i necessari requisiti - alla stampa periodica può essere una scelta di non trascurabile rilievo per lo sviluppo di Internet. Anche se, a dire il vero, nonostante le richieste di iscrizione di pubblicazioni on line nei registri della  stampa siano ormai sempre più numerose in tutti i tribunali italiani, esse vengono spesso rigettate, o, nelle migliori delle ipotesi, accettate con soluzioni "trasversali", cioè iscrivendo una testata tradizionale che poi avrà un supplemento telematico. Persistono, dunque, molte riserve, come si vede, nella definizione di un quadro certo del giornale on line.Taluni giuristi ( tra i quali lo stesso Zeno-Zencovich) sostengono l'inapplicabilità della legge penale e anche di alcune disposizioni amministrative a una pubblicazione telematica eventualmente iscritta nel registro della stampa, e quindi dichiarano di fatto la parziale inutilità della registrazione. Non c'è dubbio, perciò, che spetti al legislatore il compito di adeguare le norme alla nuova realtà dell'informazione.  Pur condividendo l'opinione di chi sostiene oggi che Internet possa e debba essere annoverata tra "ogni altro mezzo di diffusione" del pensiero (articolo 21 della Costituzione) e "ogni altra forma di comunicazione" (articolo 15 della Costituzione), posto che è fuori dubbio l'attitudine della Rete a soddisfare esigenze sia espressive, sia comunicative, portando in dote, rispetto agli strumenti tradizionali, le straordinarie possibilità derivanti dal carattere interattivo e multimediale del mezzo, va da sé che la libertà di manifestazione del pensiero risulta compiutamente garantita non solo in quanto ne sia assicurato il puntuale esercizio, ma anche se non siano frapposti ostacoli alla diffusione del pensiero già manifestato (di ciò, è espressione esemplare, per quanto riguarda la stampa, il divieto di censura), vale a dire se il messaggio risulti, almeno potenzialmente, conoscibile da parte di quanti siano interessati a prenderne conoscenza. Ed esistono altri aspetti di cui occuparsi in presenza di una realtà comunicativa, come è quella on line, che tende a rendere indistinti i confini tra la figura del giornalista e di chiunque altro operi nella Rete . Se è vero, ad esempio, che non esistono ostacoli di ordine tecnico al perseguimento degli eventuali illeciti commessi sul territorio nazionale, sussistono gravi lacune per un intervento giurisdizionale nel caso in cui il flusso dei dati si origini da un paese estero. In quest' ultima ipotesi sarebbe giocoforza ricorrere a strumenti di assistenza giudiziaria internazionale. Per tutto questo insieme di ragioni, appare chiaro che l'ordinamento della stampa e della professione giornalistica richieda una revisione profonda, anche in funzione della nuova realtà determinata dallo sviluppo tecnologico e dalla presenza di nuove figure - professionali e non - di operatori dell'informazione. Ma fino a quando resteranno in vigore le vecchie leggi bisogna cercare di applicarle, per quanto possibile, al nuovo. E di questo è importante siano consapevoli, in primo luogo, gli operatori dell'informazione chiamati ad intervenire come "agenti attivi" nella Rete. A cominciare dalla presa d'atto che un giornale di cui non sia stata registrata la testata dà luogo, comunque, a un illecito penale. Tant'é, posto l'ancoraggio alla legge, per quanto inadeguata, occorre guardare avanti, oltre i limiti di spazio e di tempo che hanno contraddistinto fino a ieri l'attività del giornalista, per individuare e definire un'area di lavoro giornalistico anche in riferimento all'informazione trasferita su Internet. I temi da affrontare sono molteplici, molti e suggestivi gli argomenti da sostenere, partendo dal principio della deontologia professionale che ha portato, nel 1963, alla creazione dell'Ordine professionale dei giornalisti e all'affermazione non superata dal trascorrere degli anni e dalla tumultuosa avanzata tecnologica (articolo 2 della legge istitutiva) che "è diritto insopprimibile del giornalista la libertà di informazione e di critica, limitata dall'osservanza delle norme di legge dettate a tutela della personalità altrui, ed è suo obbligo inderogabile il rispetto della verità sostanziale dei fatti, osservati sempre i doveri imposti dalla lealtà e dalla buona fede". Un principio sancito come obbligo di legge, non a caso, in questi ultimi anni, riempito di contenuti sempre più puntuali - come osserva Giancarlo Tartaglia, partecipe del progetto europeo di ricerca Sigaro, soffermandosi sulle garanzie del giornalista posto di fronte alla sfida tecnologica - a dimostrazione di come, ferma restando la libertà di stampa, questa debba esercitarsi nel rispetto di limiti che garantiscano i cittadini utenti. Il "Protocollo sulla trasparenza pubblicitaria", sottoscritto dalle organizzazioni dei giornalisti insieme con le organizzazioni dei pubblicitari nel 1988, la "Carta di Treviso", sottoscritta dal sindacato dei giornalisti e dall'ordine professionale nel 1990, la "Carta dei doveri", definita e approvata dal Consiglio Nazionale dell'Ordine e dalla Federazione della Stampa nel 93 e, da ultimo, il "Codice deontologico", approvato dall'Ordine nel 98 in adempimento della legge 675/1996 sulla tutela della privacy ed assurto a sua volta a dignità di legge dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, sono la dimostrazione di quanto sia cresciuta in un decennio la domanda di deontologia professionale della categoria giornalistica. Ma v'è dell'altro e di più. Vi sono temi che investono la contrattazione collettiva, il rapporto di lavoro subordinato e la crescita quantitativa della prestazione autonoma, altrettanti argomenti che interagiscono, segnando la mutazione in atto del ruolo del giornalista appena entrato nell'"era telematica". Ne parleremo in successivi articoli.

 

 

 

 

 

Sovente non viene rispettata la procedura prevista

Troppi errori rendono inaccettabile

il ricorso al Garante della privacy

Coloro che hanno deciso di presentare un ricorso al garante spesso incappano in errori che rendono vano il tentativo di fondo. Infatti, il Garante ha reso noto che su 160 ricorsi presentatigli, ben 50 sono stati dichiarati inammissibili. La maggior parte delle volte cio' accade perche' mancano i requisiti formali dettati dall'art. 18 del DPR 501/98 ma sopratutto perche' il ricorso viene presentato senza aver prima cercato di far valere i propri diritti direttamente presso il gestore della banca dati. E' bene a questo proposito ricordare qual e' la procedura corretta da seguire: 1) - in primo luogo bisogna chiedere alla societa' che gestisce in maniera irregolare le informazioni personali di smettere di usare quelle informazioni in quel modo; 2) - in tale ambito, si deve presentare una richiesta di cancellazione, rettifica, aggiornamento dei dati sulla base dell'art. 13 della legge 657/96. Solo allora, se la societa' non risponde entro 5 giorni è possibile presentare ricorso al garante; 3) - Peraltro, una volta chiamata in causa l'Authority, non si puo' contemporaneamente per lo stesso problema chiedere anche l'intervento dell'Autorita' giudiziaria (ex art. 29/L.675/96); 4) - a questo punto, il Garante, che ha la facoltà anche di disporre perizie, deve decidere entro 30 giorni.

 

CERTIFICATI: E' COMPITO DEGLI UFFICI

Gli uffici non potranno chiedere

documenti già in loro possesso

Le amministrazioni pubbliche non potranno piu' chiedere ai cittadini i certificati gia' in possesso della pubblica amministrazione (Art. 43) e saranno obbligate ad accettare l'autocertificazione dei cittadini, anche se inviata via fax o per via telematica (art.38). Queste norme sono contenute nel Testo Unico sulla documentazione amministrativa, che adesso ha ottenuto la registrazione della Corte dei Conti e diventa attivo. La richiesta dei certificati da parte di un impiegato sara' considerata una violazione dei doveri d'ufficio. Ad esempio, non potranno piu' essere richiesti i certificati anagrafici, quelli relativi alla situazione reddituale, al titolo di studio, alla qualifica posseduta, all'iscrizione in albi, al non aver riportato condanne penali (Vedi elenco all'art. 46). Non bisognera' piu' presentare certificati neanche per sposarsi. Infatti spetta all'ufficiale di stato civile procurarsi la documentazione necessaria.

http://www.funzionepubblica.it/download/tudocamm.pdf

http://www.governo.it/sez_campagne/riforma_pa/sposarsi.html

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ad ogni rifiuto informare subito il Ministero

Basta con certificati e varie scartoffie

ora è sufficiente l'autocertificazione

 

di Luisella Nicosia, avvocato

Finalmente il cittadino non dovrà più perdere tempo prezioso e denaro per ottenere un certificato. Sembrano ormai lontane le code agli sportelli degli uffici comunali e le giornate perdute a zonzo nei locali delle Pubbliche amministrazioni, spesso insensibili ai problemi e alle difficoltà incontrate da tutti nei meandri della burocrazia. Ora l'esecutivo fa sul serio. E guai a quei funzionari che continueranno a non darsi per intesi. Stanco dell'indifferenza dei burcrati che hanno sinora rifiutato di rendere operative le disposizioni della legge che porta il suo nome, il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Bassanini, ha diramato da qualche settimana una circolare ultimativa a tutti gli uffici affinchè ottemperino alle disposizioni della nuova normativa. In sostanza non sono più necessari tutti quei certificati che attestano titoli di studio, reddito, codice fiscale, partita I.V.A., stato di disoccupazione, qualità' di casalinga o di pensionato, o, ancora, la qualità' di legale rappresentante, l'assolvimentio degli obblighi militari, la dichiarazione di vivenza a carico e di assenza di condanne penali, così come gli estratti degli atti di stato civile o l'appartenenza a un ordine professionale. Uniche eccezioni alla regola generale, il certificato antimafia e quelli attestanti le condizioni medico-sanitarie. Contemporaneamente, sono contestualmente indicate tutte quelle Pubbliche Amministrazioni che non possono più richiedere ai cittadini i certificati attestanti loro status e condizioni, ma devono accettare l'autocertificazione: in primo luogo, le motorizzazioni civili, i Comuni, le scuole e le università' (soprattutto per le iscrizioni). Non solo. Quell'impiegato che non accetterà l'autocertificazione imponendo all'utente la produzione e l'esibizione di un certificato, incorrerà in pesanti conseguenze, con una possibile gradazione di sanzioni: infatti. E dovrà rispondere di violazione del dovere d'ufficio. E così si potrà incorrere in sanzioni che vanno dal semplice richiamo alla multa, dalla sospensione temporanea dal lavoro fino, nei casi più' gravi, al licenziamento. E' bene, peraltro, ricordare che chi dichiarerà il falso incapperà nelle sanzioni penali previste dal nostro legislatore in tale ipotesi di reato. Ma la riforma in nome di un maggiore snellimento dell'eccessiva burocratizzazione delle procedure richieste fino ad oggi non si ferma qui. Le Pubbliche Amministrazioni devono già essersi dotate di moduli aggiornati, contenenti sia la formula per l'autocertificazione che il richiamo alle sanzioni penali per le false dichiarazioni. Peraltro, un altro compito a carico delle pubbliche amministrazioni è quello di procedere a controlli a campione che le dichiarazioni rese corrispondano alla verità'. Se si scopre che sono false, la documentazione e gli effetti prodotti vengono meno e il reo incorrerà, come s'è detto, nelle sanzioni penali. Attenzione dunque a non farsi ostacolare da impiegati troppo zelanti: in questo caso infatti il Ministro della Funzione Pubblica invita i cittadini a segnalare direttamente ogni rifiuto opposto dai funzionari pronto ad agire di conseguenza, al fine di dare effettiva attuazione al dettato normativo.Se la dichiarazione sostitutiva non sarà' accettata si potrà fare, subito, una segnalazione (indicando magari il nome dell'impiegato riottoso) direttamente a Palazzo Vidoni, sede del Ministero, inviando un fax allo 06-85982075. Il contatto con il ministero si potrà avere anche solo per richiedere e  ricevere informazioni aggiuntive.

Dalle prime settimane del 2001 entra in vigore il testo unico per la semplificazione amministrativa, approvato in via definitiva dal Consiglio dei ministri. Le amministrazioni e i gestori dei servizi pubblici non potranno più chiedere ai cittadini i certificati, in tutti i casi in cui il testo unico prevede l'autocertificazione. La richiesta di certificati costituira' violazione dei doveri d'ufficio. Ad esempio, non potranno più essere richiesti certificati anagrafici, sul reddito, titolo di studio, iscrizione in albi o elenchi della pubblica amministrazione, condanne penali.

http://www.funzionepubblica.it/news/n151200b.html

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

RECENSIONE

 

 

"Formulario del giudice di pace" di Benito Nigro, ediz. Il Sole 24 ore, lire 70.000.

Il formulario, seconda edizione aggiornata con le ultime novità legislative anche in vista della competenza penale del giudice di pace, costituisce certo uno strumento importante per chi si trova a dover frequentare le aule di giustizia. Benito Nigro, avvocato patrocinante in Cassazione, ha redatto un formulario che in pratica costituisce il compendio di tre opere, con una prima parte comprendente tutte le formule applicabili al processo civile davanti al giudice di pace, una seconda parte sulla depenalizzazione dei reati minori e sulle opposizioni alle sanzioni amministrative in materia di circolazione stradale, codice della navigazione, assegni bancari. Infine, nella terza parte, trova spazio la normativa in materia di processo penale davanti al giudice di pace, con commento della legge delega e con le norme del D. Leg. 507/1999 relativo alla depenalizzazione dei reati minori . Il formulario, utile non solo ad avvocati ed esperti del settore, ma anche, ad esempio al cittadino che vuole sapere quale traccia seguire per presentare un'opposizione a una contravvenzione stradale, è arricchito con un'esauriente appendice normativa e numerosa giurisprudenza . Ma non solo. Il testo viene venduto abbinato a un floppy disk con tutte le formule, per un utilizzo immediato su Windows, con la possibilità per il lettore di visualizzare la formula e di compilare il documento nelle parti variabili. Tra le altre, si possono trovare le formule per la richiesta di accesso ai documenti amministrativi, per le conciliazioni in sede non contenziosa, per la citazione dell'ENEL per rimborso di somme, per la citazione del condominio per danni, per il ricorso al prefetto contro le sanzioni pecuniarie, per l'opposizione alla cartella esattoriale.