Quegli avvocati di governo

che sparano sui giudici

Se è vero che la satira riesce sempre a colpire nel segno, con più immediatezza di quanto non riesca un commento o una denuncia puntuale e documentata, bisogna dire che la vignetta di "Ellekappa", apparsa su "Repubblica" martedì scorso è andata oltre ogni attendibile aspettativa. Nella cruda rappresentazione della realtà ha superato l' effetto umoristico per assumere una sconsolante, incontrovertibile, connotazione di cronaca."Ormai gli avvocati dei corrotti, dei mafiosi e degli stragisti - annota uno dei due protagonisti del fumetto - stanno tutti al governo". E l'altro, che come il primo è pure intento alla lettura di un giornale, risponde pronto: "al seguito dei loro clienti". Lo humor, purtroppo, si stempera e si perde nel riscontro scontato dei fatti. Non tutti i ministri sono avvocati, d'accordo, e non tutti gli avvocati che rivestono responsabilità ministeriali, sono difensori di corrotti, mafiosi e stragisti, così come non tutti i restanti membri di governo sono assoggettabili a quelle poco rassicuranti qualifiche. Ma altisonanti nomi di difensori di fiducia di personaggi controversi , al centro di clamorosi casi giudiziari, sono parte attiva, come sottosegretari o vice ministri, nessuno può negarlo, dell'esecutivo presieduto da Silvio Berlusconi. Quanto ai "clienti" che sarebbero assisi sugli stessi banchi (fatta salva la presunzione di innocenza fino a condanna definitiva), è altrettanto vero che qualcuno esiste, in veste di inquisito illustre per reati vari che vanno dal falso in bilancio alla corruzione, a cominciare, addirittura, dal premier in persona.

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Gaetano Pecorella e Carlo Taormina sono avvocati.Il primo è il legale (oltrechè di Silvio Berlusconi) di Delfo Zorzi, il neofascista ritenuto responsabile, con altri due complici, della strage di piazza Fontana e condannato all'ergastolo, la scorsa settimana, dalla Corte d'Assise di Milano; il secondo è stato difensore di politici e magistrati eccellenti come Claudio Vitalone e a Milano ha difeso il neofascista Carlo Maria Maggi. Entrambi eletti nelle liste di Forza Italia, rivestono attualmente un ruolo istituzionale. Sono rispettivamente presidente della Commissione Giustizia della Camera e sottosegretario all'Interno. E quando in appello a Palermo viene pronunciata la condanna , per concorso mafioso, a carico del giudice ammazzasentenze Corrado Carnevale e a Milano il verdetto per l'attentato alla Banca nazionale dell'Agricoltura nel quale persero la vita 18 persone, insorgono contro quella che definiscono "giustizia dei pentiti" o "la tenaglia Milano Palermo" , delegittimando i giudici che "con la penna rossa pretendono di riscrivere la storia d'Italia" . Così un altro membro del governo, il sottosegretario alla Giustizia Michele Vietti, avvocato, ex componente laico del Consiglio superiore della magistratura, eletto al Parlamento con il Biancofiore, interviene affermando che "sentenze come quella di Carnevale non giovano ad aumentare la fiducia dei cittadini nei confronti dell'istituzione giudiziaria che non è mai stata così in basso come in questi giorni". Giudizi pesanti, tanto da interferire con l'autonomia dei magistrati (che è garanzia per tutti i cittadini sancita dalla Costituzione repubblicana) entrando - senza conoscere le motivazioni - nel merito di sentenze importanti su fatti gravi che hanno avuto vasta eco nell'opinione pubblica. Affermazioni irresponsabili provenienti da uomini di governo e dirette a screditare e a destabilizzare un altro autonomo potere dello Stato, quello giudiziario. Ma non solo. Quelle affermazioni, in bocca a parlamentari o a ministri che si esprimono cedendo al risentimento del difensore frustrato da una sconfitta giudiziaria, quando l'aggressione non risponda addirittura a un disegno preordinato a finalità destabilizzanti, configurano, in aggiunta a quello macroscopico impersonato da Berlusconi, un nuovo conflitto di interessi tra funzione pubblica e privata."Chi parla come hanno parlato Pecorella, Taormina e Vietti, delegittima le istituzioni", ha detto il Procuratore Capo di Milano, Gerardo D'Ambrosio. "Che vuole questo governo - si è chiesto Giovanni Di Cagno, consigliere del Csm - pretende forse di riscrivere i verdetti?". Parole severe che non possono passare inosservate. E le ha condivise, ammettendo il conflitto di interessi, il nuovo Guardasigilli, Roberto Castelli. Il "caso" più eclatante, in ordine di tempo, coinvogle ancora Taormina, già investito della carica istituzionale, che, in veste di avvocato del contrabbandiere puglielese Fancesco Prudentino, contro il quale lo stato si è costituito parte civile, ha polemizzato in aula a Bari (lui, un piccolo pezzo di Stato) contro un altro pezzo, cioè l'Avvocatura. Ed ora il governo non sa come rispondere ad una interrogazione dei Ds su questa scabrosa vicenda. Ma resta comunque, più in generale, il problema di chi deve intervenire per porre fine a questo gioco al massacro contro la magistratura. Se non provvede ad azionare il freno il capo del governo, dovrà essere il Consiglio Superiore della Magistratura, in riunione plenaria sotto la presidenza del Capo dello Stato. Ed è auspicabile che ciò avvenga presto per ristabilire l'autorità e il prestigio dello Stato. Ogni ritardo può produrre lesioni irreparabili nella coscienza civile degli italiani, soprattutto se la campagna denigratoria prosegue con maggiore intensità giorno dopo giorno. E' bastata l'assoluzione di Calogero Mannino, a una settimana di distanza, per far partire nuove bordate contro i giudici. A dar man forte a Taormina e al partito degli avvocati è intervenuto un altro esponente del governo, Carlo Giovanardi. "Il nostro sistema giudiziario è indegno per un paese civile", ha detto. Una dichiarazione che assume un suono grave se a farla è il ministro per i rapporti con il parlamento. Hanno rinnovato la protesta, "per gli insulti e le aggressioni alle toghe", Armando Spataro consigliere del Csm e Giovanni Salvi, vice presidente dell'Associazione Nazionale Magistrati: "è intollerabile l'aggressione ai magistrati per il contenuto delle decisioni. Tutto questo non ha niente a che vedere con la legittima critica". Ma sono voci clamanti nel deserto, mentre avanza il disegno eversivo di chi intende minare la fiducia dei cittadini nella Giustizia.