SAGGISTICA

La speranza: da sentimento

ad utopia democratica

 

Il Nuovo discorso sulla Speranza, di Manlio Fancelli (Pellicani Editore,Roma, 1997), segue ed approfondisce, a distanza di quasi quarant'anni, il primo "discorso" che, sullo stesso tema, l'autore ha sviluppato su uno dei motivi di fondo dell'etica contemporanea. Si tratta di due momenti, legati ad unico filo conduttore, la speranza appunto, che da semplice sentimento umano, qual'è dapprima analizzata, finisce per presentarsi come valore morale e congiungersi con un'utopia di volta in volta assimilata ai concetti di democrazia, di libertà, di socialità quali si sono venuti configurando nei mutamenti storico-politici dell'ultimo scorcio di secolo. Se la speranza, senza la quale è impossibile vivere umanamente, trova nell'utopia la sua ultima àncora di salvezza allora sì che, concordando con Fancelli, si può guardare al futuro senza cadere nella disperazione, nonostante la crisi che travaglia il tempo presente. Ma a patto di superare i nostri dubbi senza temere il "naufragio tra le secche della stupidità umana", come scrive l'autore nella conclusione del suo primo lavoro (Discorso sulla speranza, Ed. d'Anna, Messina Firenze, 1960), "anche se l' aria ci appare ancora troppo rarefatta e sembra che manchi il respiro". C'è da dire che l'ultima fatica filosofica di Manlio Fancelli, che è vissuto per molti anni all'estero, è libero docente di filosofia teoretica ed è stato a lungo professore di Didattica nella facoltà di Magistero dell'Università di Roma, si contraddistingue per la puntigliosità dell'analisi, corredata da citazioni ed opportuni richiami ai pensatori di tutte le epoche, ma soprattutto contemporanei. L'autore cerca così, anche nei filosofi che l'hanno preceduto, di trovare sostegno e conferme alle tesi via via esposte per portare alle "estreme conseguenze" il suo discorso sulla speranza il cui approdo è la "speranza utopica". La trasformazione radicale degli assetti politico-sociali intervenuta nel mondo in seguito al fallimento, dopo il crollo del muro di Berlino, delle ultime ideologie totalitarie trova ampio spazio nel "nuovo discorso" sulla speranza che, al di là di ogni connotazione utopica, rimane per l'uomo, sia pur continuamente alimentata dal dolore, uno dei motivi di fondo del sentire umano. In definitiva, un'àncora consolatoria che è anche "tempo di forza" e "tensione verso il futuro". La "speranza utopica", secondo Fancelli, si deve ispirare ad una lotta non violenta per dar vita a quella che egli chiama la "Città dell'uomo": un avvenire che non si confonde né con la Civitas Dei di agostiniana memoria né con la Città del Sole di Tommaso Campanella. E come la speranza ha reso legittimo, a suo tempo, l'affrancamento da tante schiavitù, così oggi può ancora salvarci dall'inerzia e dalla dannazione del tedio in cui si consuma il sentimento tragico della vita. Ci piace concludere questa breve presentazione del saggio con quanto afferma l'autore alla fine del suo lavoro e da cui possono essere prese le mosse per affrontare il "nuovo discorso sulla speranza: "si tratta di una visione del mondo che i tempi in cui ci troviamo a vivere rendono utopistica nel significato deteriore del termine ? Io non solamente spero che non sia così, a dispetto di quanto è fin troppo facile lamentare, come ho fatto io stesso, in considerazione di tutti gli aspetti negativi, oltre che del tempo in cui viviamo, ma anche, in prospettiva, del futuro prossimo venturo; ma ho tanta fede nella ragione, che ritengo possibile per l'uomo un avvenire migliore nel quale vada via via scomparendo la violenza, si instauri una vera pace tra le nazioni e, in una avanzata democrazia, trionfino finalmente l'autentica libertà e, insieme, la giustizia sociale per tutti". (Rodolfo Fiorilla)

 

Segue intervista a Manlio Fancelli

 

 

 

INTERVISTA / L'AUTORE

Fancelli:"il dovere di rispettare

la libertà del nostro prossimo"

 

di Rodolfo Fiorilla

 

Professor Fancelli, come si conciliano i termini di speranza ed utopia?

 

Penso che su questo tema valga la pena di rifarsi a quanto dico nel libro a pagina 45:

"la speranza, concepita come principio morale, implica l'aspirazione alla

libertà etico-politica, intesa non solamente come diritto, ma anche come il

preciso dovere di rispettare la libertà del nostro prossimo. E, alla luce

di questo punto di vista, non è difficile convenire sulla priorità logica

della speranza sull'utopia, considerata come ideale politico da perseguire

e che è perseguibile, sempre che non se ne faccia un mito, una struttura perfetta

della società umana, allo stato non raggiungibile oltre i confini

della fantasia.

 

La cultura, che nel mondo di oggi è ancora appannaggio di élite, quanto può aiutarci

a superare le illusioni di cui si alimenta anche la speranza?

 

La cultura che, non solamente nel mondo contemporaneo, è sempre stata

appannaggio di minoranze, oggi può a fatica superare le illusioni o,

meglio, le velleità di cui si alimenta la stessa speranza. Anche in questo

campo, gravissima è la responsabilità dei mass-media i quali, fondando la

propria condotta sulla quantità e non sulla qualità (si pensi

all'importanza che si attribuisce all'audience) mettono ai margini proprio

quella cultura che potrebbe essere liberatrice e autentico fondamento di

tutti i valori morali.

 

E' ancora possibile, al di là di ogni egoismo, amare il proprio tempo?

 

E' tanto evidente che tutti noi, se ne sia consapevoli o meno, amiamo il

nostro tempo che è sufficiente mettere in evidenza che anche le più

spietate condanne del presente non sarebbero possibili e non avrebbero

senso se non fossero alimentate dalla speranza che le nostre attuali

condizioni di vita potranno, un giorno, divenire migliori.

 

Quali responsabilità hanno i mass media nell'acuirsi della crisi dei valori morali,

che è uno dei problemi di fondo della nostra epoca? E perché si può parlare oggi più

che di democrazia di telecrazia?

 

I mass media assediano l'uomo, e soprattutto i giovanissimi, con i loro

messaggi (neutri soltanto in apparenza). E infatti si tratta si una vera e

propria "persuasione occulta" che giustifica quell'espressione telecrazia

con la quale si raffigura la politica dei nostri giorni. Ciò spiega la

responsabilità della televisione e, in genere, di tutti mezzi di

comunicazione di massa che ci bombardano di notizie, aggravando la crisi di

quei valori morali che, a distanza di mezzo secolo, erano già stati messi

in discussione, in conseguenza delle due guerre mondiali.

 

Si può parlare di una speranza in senso laico, in contrapposizione alla

speranza intesa come virtù teologale?

 

La speranza in senso laico si differenzia dalla virtù teologale ma non vi

si contrappone. Anzi, al limite, possono i due termini identificarsi, tanto

è vero che non solamente la speranza, ma anche la fede può fondarsi sulla

ragione dell'uomo e sui valori di libertà e di solidarietà.

 

Cosa c'è oltre la speranza "utopica"?

 

Oltre la speranza utopica o, meglio, l'impegno di tutte le élites ad

operare in un mondo migliore, c'è la prospettiva di un domani, magari

lontano, in cui i valori di libertà e di giustizia ci aprano un orizzonte

più sereno e meglio vivibile.

 

La democrazia, lei sostiene, è la sola utopia concreta per la quale ci si

possa adoperare. Come?

 

L'espressione "utopia concreta" risale ad Ernest Bloch , il quale, com'è

noto, vedeva nel comunismo l'obbiettivo della propria speranza. Ma, pur

essendo nato prima della caduta del muro di Berlino, ne ha fatto

personalmente le spese quando fu costretto al suo secondo esilio: quando,

cioè, dovette abbandonare la "Germania dell'Est" a causa delle proprie

convinzioni eretiche. La democrazia nel suo significato integrale supera

quella realtà politica largamente diffusa che, ben a ragione, Norberto

Bobbio definisce "democrazia reale" analogamente alla degenerazione del

socialismo di quei paesi comunisti che lo stesso autore definisce di

"socialismo reale". La democrazia autentica è il solo obbiettivo che valga

la pena di perseguire attraverso un processo di educazione di tutti i

cittadini che dovrebbero, in primo luogo, superare l'egoismo che è

tutt'altra cosa dell'amore di sé (quell'amore di sé che è sempre altruismo,

partecipazione alla cultura intesa soprattutto come amore del passato, del

presente e proiezione verso l' avvenire);in secondo luogo, è l'opera delle

élites, intesa a dar vita ad una società in cui si avveri un autentico

liberalsocialismo.